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De Mita e Zanda durante i loro interventi all'Unical

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Presente l’ex presidente del Consiglio Ciriaco De Mita: «Si cerca ancora un colpevole, che ha già confessato, invece di celebrare il più grande statista italiano»

COSENZA – Sono trascorsi 39 anni dall’assassinio di Aldo Moro. E la storia del presidente della Democrazia Cristiana, dice Mario Caligiuri, «è ancora tutta da scrivere sul piano culturale e storico». Nella settimana in cui ricorre l’anniversario della morte dello statista Dc, l’Unical lo ha ricordato nel corso di una giornata di studi, promossa dallo stesso Caligiuri, sui rapporti tra Moro e l’intelligence. Storia da scrivere sì, tranne per il finale, avrà modo poi di chiarire Ciriaco De Mita, tra i relatori del convegno.

«Rifiuto con sdegno l’idea che ancora si cerchi un colpevole, mentre chi ha rapito e ucciso Moro ha già confessato – dice l’ex segretario nazionale della Dc e già presidente del Consiglio – La tragica morte di Moro ha fatto sì che in tutti questi anni anziché celebrare il più grande statista italiano, si sia preferito andare alla ricerca dei responsabili. La stupidità di questa vicenda emerge anche nella costituzione dell’ultima commissione d’inchiesta».

MORO E L’INTELLIGENCE – Un nesso non casuale, secondo Mario Caligiuri, docente di Pedagogia della comunicazione, che da almeno quindici anni sta dedicando all’intelligence la sua attività scientifica. Una collana di saggi, un master, un Centro studi di documentazione scientifica, un sito. «L’obiettivo è fare dell’intelligence una materia di studio nei nostri atenei. L’intelligence è un metodo per trattare le informazioni e interpretare la realtà», spiega Caligiuri, direttore scientifico del master in Intelligence. Che Moro abbia avuto rapporti con l’intelligence, per Caligiuri, è conclamato. Il presidente della Dc nel corso della sua attività politica ha rivestito incarichi – è stato presidente del Consiglio e ministro degli Esteri – che implicavano contatti con i servizi negli anni della guerra e della strategia della tensione. «Tutti sanno dell’interesse di Francesco Cossiga verso questo settore fondamentale dello Stato. E il maestro di Cossiga nell’intelligence è stato proprio Aldo Moro», dice Caligiuri.

Due gli esempi citati durante la prima parte della giornata: la caduta del governo Tambroni (nel memoriale Moro si parla di intercettazioni fornite da De Lorenzo) e il cosiddetto Lodo Moro, il patto segreto che durante gli anni ‘70 sarebbe stato stipulato tra i servizi italiani e l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Del caso Tambroni parla Vera Capperucci, docente della Luiss, che si sofferma soprattutto sugli aspetti politici e storiografici. «Moro concepisce la strategia dell’attenzione e il percorso verso il compromesso storico per consolidare la democrazia e combattere gli estremismi, soprattutto di destra» spiega.

In collegamento via Skype Giacomo Pacini dell’Istituto Storico Grossetano della Resistenza e dell’Età Contemporanea passa in rassegna documenti inediti ed editi, ma poco noti, sul Lodo Moro. Documenti che fanno riferimento a Stefano Giovannone, capocentro del Sid (Servizio Informazioni Difesa) a Beirut e uomo di fiducia di Moro nei suoi anni agli Esteri, e che ricostruirebbero la trattativa tra i servizi italiani e la «variegata galassia palestinese». L’Olp avrebbe chiesto la liberazione di alcuni militanti arrestati in Italia: in cambio avrebbe fermato gli attentati nel nostro Paese. «Sta di fatto – conclude Pacini – che dopo la strage di Fiumicino del 1973 in Italia non si verificheranno altri attentati riconducibili al fronte palestinese».

I RICORDI DI DE MITA E ZANDA – Seduto in prima fila, Ciriaco De Mita ascolta le relazioni con attenzione. Quando prende la parola, però, invoca cautela sul tema e chiede anche un’inversione di tendenza. «I servizi sono attendibili nella loro poca chiarezza, altrimenti non sarebbero servizi», commenta. «È necessaria invece una lettura della storia della democrazia italiana perché ricordare un protagonista come Moro – dice – può aiutarci a correggere lo sbandamento del Paese».

Anche il capogruppo del Pd al Senato, Luigi Zanda, non si addentra sul terreno dei servizi. «Ho collaborato con Cossiga e non ho mai saputo nulla di Gladio. Quando uscì sui giornali, chiesi a lui. Mi rispose che non era necessario che io sapessi. Ma è giusto parlare del rapporto tra Moro e Cossiga. Due personalità notevoli, in un tempo in cui l’Italia era densa di grandi personalità – dice Zanda – Mi chiedo come sia possibile che a quel periodo sia seguita oggi una generazione modesta e incolore. Comportamenti alla Grillo, alla Di Pietro, alla Salvini, in quella stagione, fatta da veri leader, non sarebbero stati mai tollerati».

In apertura di convegno, sono intervenuti per i saluti il rettore Gino Crisci, il delegato all’Internazionalizzazione Alberto Ventura, il direttore del Dipartimento di Scienze dell’educazione, Roberto Guarasci.

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