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Max Mazzotta in "Freaks Out"

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QUANDO il Gobbo intona con passione le prime parole di “Bella ciao” il pubblico in sala non può evitare di unirsi al canto dei partigiani di “Freaks out” insieme a Max Mazzotta. L’ultima volta in fiction lo aveva fatto il Professore della Casa di Carta e anche lì partiva l’ovazione collettiva.

Non riesce a tutti: basta questo per capire come l’inconfondibile fisionomia e la verve da caratterista dell’attore cosentino in questa storia arrivino dritto al cuore. Per Mazzotta uno dei personaggi più belli del film e forse della sua carriera cinematografica – insieme al mitico Fiabeschi, fumato studente fuori corso di “Paz” di cui rimane cultissima la scena dell’esame di storia del cinema su Apocalypse Now – spietato hater dei nazifascisti, guerrigliero violento ma dal cuore tenero, il Gobbo di Max è una figura di snodo perché sarà lui a provocare la ribellione della ragazza elettrica Matilde (la meravigliosa Aurora Giovinazzo), che dopo l’incontro con la banda inizierà a cambiare, da adolescente insicura a terribile angelo della vendetta.

La gobba e il moncherino della mano sostituito dall’inequivocabile protesi di un fucile fanno pure di lui un freak, ma la vera diversità dei partigiani è quella di restare folli sognatori e combattere per un mondo libero, di continuare a crederci anche davanti alle punte più alte di odio e orrore dell’umanità.

Mazzotta è a suo agio nella fiaba fantasy di Mainetti e la verace calabresità del Gobbo è da manuale, oltre ad essere cifra stilistica ventennale dell’artista sia al cinema che in teatro e offrire un vivace contrasto con gli altri linguaggi del film (il romanesco ovviamente, ma anche un accenno di partenopeo) e con la durezza del tedesco parlato dai nazisti.

A proposito di dialetti e provenienze geografiche, sebbene la citazione non sia dichiarata, il personaggio si ispira al partigiano Giuseppe Albano, realmente esistito e a causa di una deformità detto il Gobbo del Quarticciolo. Fu un delinquente di origine calabrese (reggino di Gerace, però) che si era poi unito alla Resistenza diventando leggendario per i metodi spicci e le imprese sanguinarie ma soprattutto punto di riferimento per i combattenti arrivati a Roma dal Sud. Al cinema c’è già un precedente illustre, quello del maestro Carlo Lizzani: “Il gobbo”, pellicola del 1960, scritta tra gli altri con Elio Petri, racconta le gesta del partigiano meridionale Alvaro Cosenza, interpretato dal tenebroso Gerard Blain. Film controverso per il crudo realismo delle immagini e i temi trattati di violenza di stupro, mostra un cammeo di Pasolini attore nel ruolo di Leandro Er Monco, un altro eroico freak.

Quella di “Freaks out” è una prova attoriale importante e bella per il cinquantaduenne Max Mazzotta. Non è eccessivo definirlo uno dei più bravi dell’intero cast. Mainetti gli attribuisce una responsabilità narrativa importante, cucendo addosso al Gobbo una metafora di tutta la storia: il coraggio e gli ideali dei partigiani sono i superpoteri di chi lotta contro le ingiustizie e la dittatura senza effetti speciali, ma con il vigore dell’anima. Emarginati e freaks salveranno il mondo e se scappa qualche parolaccia è perché, come insegna il Gobbo, ai mostri di cattiveria non va concessa nessuna lealtà. Contro di loro si deve far fuoco duro, colpendo con tutta la rabbia disponibile.

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