3 minuti per la lettura
Il film che ingloba lo spettatore nello stato mentale dei personaggi, in cui si gioca una partita tra giustizia e grazia; uscito nel 2025 e diretto da Paolo Sorrentino.
ROMA, Palazzo del Quirinale, Mariano De Santis guida l’Italia da Presidente della Repubblica. Dopo sei crisi di governo giunge all’ultimo semestre, quello bianco. Ha affrontato la morte della moglie. Mariano è un giurista, un uomo di diritto, come lui stesso si definisce, tanto da essere conosciuto come cemento armato, sebbene ne sia allo scuro. Nulla lo smuove. I suoi tempi di riflessione lo contraddistinguono, un vero democristiano, nessuna scelta polarizzante. Gioca solo di rimessa, un gestore più che un innovatore. Vive con la figlia, giurista anche lei.
Gli affida due tra i compiti più difficili del suo intero mandato da Presidente della Repubblica: concedere o meno la grazia a due assassini. Entrambi i casi giudiziari portano con se forti dilemmi morali ed etici, come se già non fosse estremamente difficile decidere rispetto alla libertà di due essere umani. Mariano deve decidere se firmare o no il disegno di legge per l’eutanasia. Deve giocare a fare Dio, proprio lui, grande uomo di chiesa che, però, ultimamente mentre prega si assopisce. Da qui, il film si regge sulle due colonne più forti, probabilmente, di tutto il cinema italiano: Tony Servillo la prima, in stato di grazia, con una performance che meriterebbe un nuovo aggettivo coniato ad hoc, e la seconda Paolo Sorrentino, un regista che decide di mostrare i silenzi di un uomo di cemento, e lo fa con scelte precise.
Sorrentino immerge lo spettatore nella psiche di Mariano
Vuole far entrare lo spettatore nello stato mentale di un uomo che sta per tornare alla propria vita, ma che prima deve affrontare dilemmi, forse, più grandi persino della carica che ricopre. Mariano riempie i suoi silenzi pensando alla moglie, tra riflessioni e quel tarlo del tradimento che lo logora da dentro da oltre 40 anni. Se non c’è un pensiero rivolto alla moglie c’è la musica, elettronica il più delle volte, niente di nuovo per il cinema sorrentiniano.
O ancora, se a riempire i silenzi non c’è musica elettronica e nemmeno il pensiero della moglie, c’è il rap, genere musicale distante anni luce dalla figura istituzionale di Mariano. Proprio da questo contrasto, emerge chiara come il sole, la volontà di Sorrentino di rendere il Presidente una figura profondamente umana, assumendosi anche il rischio di ridicolizzarla.Il film gioca con lo spettatore, gli impone una domanda dal nulla, senza nessun preavviso, arriva dritto in faccia come un diretto sul ring.
Il gioco tra la Giustizia e la Grazia
Di chi sono i nostri giorni? Mariano vuole capirlo, lo fa tornando a vivere. Lo fa provando a capire perché un uomo uccide sua moglie, lui che ha ingoiato per tutta la vita l’amaro boccone del tradimento. Prova a capirlo confessandosi con il Papa, il quale ha una visione delle cose distante dalla realtà che Mariano vive. Ci riprova parlando con il nocchiere di fiducia ma, persino lui, non rivela alcun trucco a Mariano, ci riprova quindi guardandosi dentro ma è ancora annebbiato, ha forti sospetti sul suo migliore amico, ripensa al tradimento della moglie morta. La risposta, non può che essere diversa per ognuno di noi ma, grazie a questa ricerca, il regista premio Nobel ci mostra anche i dubbi che possono ballare nella testa di un Presidente della Repubblica, rendendolo visceralmente umano.
Non sta a me rivelare se alla fine Mariano, detto cemento armato, concederà o meno la grazia ma una cosa è sicura: la grazia è entrata nella vita di Mariano. E, se è vero che i film non finiscono mai, e che le storie continuano anche quando il cinema chiude, allora l’Italia si lascia alle spalle un Presidente in grado di stare al passo con i tempi. In grado di guardarsi dentro, per migliorare ciò che si trova intorno a lui.
Leggi altri articoli su Unical Voice
Seguici anche su Instagram
COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA