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Valerio Aprea sul palco, torna a leggere i testi di Mattia Torre, lo sceneggiatore di Boris

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VALERIO Aprea legge Mattia Torre. È un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati di cinema, tv e teatro quello programmato per questa sera a Roseto Capo Spulico e inserito nella rassegna degli eventi estivi Roseto Éstart. Il Parco Qualità della vita ospiterà alle 22 uno spettacolo, a ingresso libero previa prenotazione, che avrà come protagonista Valerio Aprea, interprete tra i più amati della serie tv Boris e del cinema italiano. Con l’accompagnamento delle musiche di Giuliano Taviani e Carmelo Travia, l’attore romano leggerà i testi di Mattia Torre, scomparso nel 2019, sceneggiatore e autore con Luca Vendruscolo e Giacomo Ciarrapico di Boris, serie tv che presto tornerà con una nuova stagione. Abbiamo intervistato Valerio Aprea per avere qualche anticipazione.

Come nasce questo spettacolo?

«Nasce tanto tempo fa. È composto da una serie di monologhi scritti da Mattia Torre. Il primo di questi è In Mezzo al mare, che è del 2003. Lui me l’affidò. Nel 2005 scrisse Gola, un monologo sul cibo, sull’Italia quale paese dove si pensa solo a mangiare. A seguire realizzò altri pezzi, più o meno brevi, tutti raccolti poi in un libro, edito da Mondadori, dal titolo In Mezzo al mare, dal primo dei monologhi. Nella pubblicazione ci sono anche altri pezzi, non presenti nel mio spettacolo, come quello che Geppi Cucciari porta in tournée. Da tempo propongo la lettura di questi pezzi nei miei spettacoli. La novità è l’abbinamento con le musiche della colonna sonora del film Figli, opera di Giuliano Taviani e Carmelo Travia. È stato un esperimento che ho proposto qualche mese fa e mi sono reso conto che funzionava. Sembrano musiche scritte appositamente, ed invece non lo sono. Questa è la genesi dello spettacolo».

Mattia Torre, creativo geniale scomparso nel 2019 e autore dei testi che leggerà, ha cambiato la sua vita?

«È colui che, più di tutte le persone che conosco, ha cambiato la mia vita. La sua scrittura fin dal 2003 è stata qualcosa di folgorante, di incredibilmente accordato alla mia parola, alla mia lingua, al mio linguaggio, alla mia espressività, al mio modo di esporre. Anche contenutisticamente. Scoprire nel 2003 cosa scriveva è stato un’epifania. Poi la professione si è mischiata con la vita perché siamo diventati amici fraterni. È una persona che ha cambiato la mia vita in maniera molto significativa».

Mattia Torre aveva la capacità di scrivere testi perfetti cuciti su misura per alcuni attori. Questa capacità si è sposata con la sua versatilità?

«Io sono tutt’altro che versatile. Sono conscio di essere piuttosto delineato. Nello stile, nella vocalità, nelle intonazioni. Insomma, le mie modalità espressive mi connotano in maniera molto riconoscibile e delimitata. Questo fa di me un “non versatile” come attore. Cerco infatti di limitare le mie adesioni a progetti e a lavori specifici perché so di avere determinate frecce al mio arco che non sono infinite. Anzi, sono molto connotate come Valerio Aprea. Dal vivo, la scrittura di Mattia si sposa perfettamente al Valerio Aprea che è in me. Quindi è perfetta per questa mia maschera. Altro è essere versatile davanti alla macchina da presa per interpretare ruoli diversi tra di loro. Io ce la metto tutta, nel senso che cerco di accettare solo quando il più possibile quel determinato ruolo mi permette di fare un Valerio Aprea diverso dal Valerio Aprea che ho fatto nel ruolo precedente. Ma siccome sono molto Valerio Aprea… esattamente come è per il 90% degli attori nel mondo. Siamo molto noi stessi quando andiamo a interpretare un personaggio. Coloro che si allontano fortemente da sé stessi si contano sulle punte delle dita. Tutti gli altri portiamo noi stessi e poi imponiamo noi stessi ai personaggi. Io per cercare di non imporre Valerio Aprea ai personaggi cerco di centellinare il mio impiego. Sui testi di Mattia invece possono permettermi di essere il Valerio Aprea di cui il pubblico apprezza il sound, quel Valerio Aprea che nei testi di Torre ha trovato il proprio non plus ultra espressivo».

Ci racconta come è nata la famosa scena della “Locura”, ormai diventato un momento cult della serie TV Boris?

«Venni chiamato da Mattia e mi propose di fare questo monologo. Io ebbi da ridire perché ero preoccupato per la mia carriera. Dissi: “Io manco ho iniziato e già mi fate chiudere la carriera così”. Inizialmente il monologo era anche più feroce. Poi ne venne corretto il timbro. Era molto più esplicito. Parlai con gli autori e la loro conclusione fu “Non rompere e fallo”. Ammetto che allora non avrei mai detto che avrebbe avuto questa risonanza. Mi piacque molto, ma non immaginavo…».

Le manca Boris?

«Sì, mi manca. Ma visto che stiamo per rifarlo, mi manca meno, certo. Lo farei tutta la vita».

Concorda che ha cambiato la storia della televisione?

«Sì, concordo. Ma quando dietro la scrittura c’è una forma di intelligenza superiore come quelle degli autori di Boris, questo fa la differenza. Quello che fa la differenza è il livello di contenuto e la forma di intelligenza artistica e creativa, che arriva. Il loro modo di pensare è un modo di pensare che non c’è altrove. Questo il pubblico lo percepisce».

Cosa manca al cinema e al teatro italiano?

«I contenuti. Semplicemente forme e contenuto dei testi. La scrittura. La scrittura determina tutto. Attrici e attori bravi ce ne sono una quantità infinita. Il problema di questo mondo non sono certo gli attori e le attrici. I problemi sono gli autori. Sono loro che fanno la differenza, quando la fanno, nel bene e nel male. Servono autori e autrici che dicano ciò che ancora non è stato detto. O che dicano qualcosa già detto in un modo che non sia già stato fatto. È l’intelligenza che deve essere fatta circolare. Un attore o un’attrice può recitare con intelligenza. E già ciò è molto buono. Ma l’intelligenza decorata dalle battute che quell’attore, quell’attrice dicono… quella cambia la società, può incidere nel reale. È politica, già dalla scrittura. E non intendo dire fare testi impegnati. No, no, no. Boris è politica nel senso di polis, di fare azione per la propria società perché Boris ha diffuso neuroni, forme di intelligenza cerebrale che hanno arricchito chi l’ha visto. Chi l’ha visto è un po’ cresciuto dentro».

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