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Gino Castaldo

Tempo di lettura 5 Minuti

“AVEVA dita troppo corte per suonare il piano, non conosceva abbastanza la musica per comporre, aveva un fisico lontano da ogni canone, aveva collezionato insuccessi discografici, non aveva una cultura da intellettuale. Eppure è diventato uno dei più grandi cantautori della storia della musica italiana”.

Ernesto Assante e Gino Castaldo, due nomi blasonati del giornalismo musicale, hanno recuperato tutte le tracce e le note di Lucio Dalla per ricostruire “il ritratto che non c’era” dell’artista nato il 4 marzo del 1943, come recita il titolo di una sua celebre canzone.

La copertina del libro

Una biografia umana piena di musica, e una biografia musicale piena di vita, edita da Mondadori intitolata – neanche a dirlo – semplicemente “Lucio Dalla”. I riflettori sull’universo creativo di Dalla (su questo libro e non solo) saranno al centro di un omaggio al grande bolognese previsto sabato 4 settembre a Castrovillari.

Il tributo è nato nell’ambito del JOY Festival in collaborazione con il Peperoncino jazz festival e vedrà la presenza di Castaldo che tra l’altro il giorno seguente – domenica 5 – terrà anche una lezione rock dedicata ai leggendari Pink Floyd.

Ma veniamo a sabato. Nel pomeriggio Castaldo intervisterà Dario Brunori nell’ambito del laboratorio di Scrittura della canzone d’autore diretto da Sasà Calabrese; in serata prevista la presentazione del libro di Castaldo e Assante accompagnata da proiezione di video inediti e dal racconto di aneddoti sull’arte e la vita del cantautore; infine, il concerto “Omaggio a Lucio Dalla” di e con Sasà Calabrese, Daniele Moraca e Dario De Luca. Ospite speciale Dario Brunori.

Castaldo, chi è per te Lucio Dalla, e quanto ha pesato il carico emozionale nella scrittura di queste pagine?

«Intanto, questo libro è stata un’eccezione, ho già scritto diversi libri ma mai una monografia. Non mi piaceva l’idea. Ho fatto un’eccezione perché la storia di Lucio è unica come storia anche rispetto ad altre. La sua vita è stata un romanzo e l’intreccio tra biografia, canzoni e storia del nostro Paese è stato abbastanza unico. È vero, c’era anche un carico emozionale molto forte durante la scrittura: a differenza di altre storie di musica belle e importante che ho raccontato, qui c’era una conoscenza personale. C’era l’aver vissuto da vicino questa vita, l’averla conosciuta e quindi c’era anche un senso di responsabilità ancora più forte. Quando la racconto mi capita di avere difficoltà, mi viene un groppo alla gola, specialmente con certe canzoni come “Cara”. Va anche detto che ho cercato di attenuare il carico emotivo nella scrittura per renderla “distaccata” quel tanto che era necessario per raccontarla e dare importanza a questa storia. Diciamo che ho “approfittato” di questa conoscenza per fare un racconto più approfondito e accurato. La commozione però a volte resta, specialmente quando si raccontano i suoi capolavori. Sono le sue canzoni a fare questo effetto. La musica è soprattutto un fatto emozionale».

Quale lato che non conoscevi di Lucio è venuto fuori durante la stesura del libro con Assante?

«Questa è una domanda interessante: effettivamente credevo di sapere abbastanza, in realtà ho scoperto tante cose che non sapevo. Soprattutto mi ha colpito l’intensità della sua vita, la quantità di cose fatte da Lucio è sbalorditiva, impressionante. Non stava mai fermo. Nella stesura abbiamo tolto tante pagine rispetto alla bozza per cercare di non perdere l’aspetto avvincente narrativo».

Una sorta di bulimia della vita?

«Assolutamente. Esattamente così. Negli ultimi venti anni in modo particolare Dalla ha fatto innumerevoli cose, una ricerca costante di cose da fare: mostre, convegni… oltre, naturalmente all’attività musicale».

Un canzoniere da cui è davvero difficilissimo pescare quello di Dalla, ma quali sono secondo te i tre pezzi simbolo di Lucio?

«Devo essere sincero, in genere non rispondo mai a questo tipo di domanda. Nel caso di Dalla poi è proprio impossibile dato il livello altissimo delle sue canzoni, anche questo abbastanza raro. Provo a sceglierne tre, diverse per genere: “Cara” canzone d’amore insuperabile, la più bella mai scritta. Quindi “Come è profondo il mare” perché è un esempio della ricchezza di quel che può esserci dentro una canzone e poi “Disperato erotico stop” per la follia, l’ironia e la stravaganza».

Quale la sua eredità artistica, se c’è?

«L’eredità c’è ma non è individuabile in un artista. Nella musica oggi c’è una trasformazione in atto, il mondo a cui appartiene Lucio è finito. È tutto diverso ma la sua eredità è enorme: la trovi dove non si direbbe e dove non la vedi direttamente; la trovi nella ricchezza e nella disinvoltura che la musica popolare ha acquistato oggi in Italia e quindi quelli che la fanno lo devono anche a lui, anche se non lo sanno».

Cambiamo argomento, il concerto, i concerti oltre a essere lo spazio delle emozioni sono per antonomasia lo spazio fisico dell’incontro tra pubblico e artista: il coronavirus ha di fatto rotto l’incanto e l’abbraccio, non la voglia di tornare a quel rito festante e collettivo… Cosa ti è mancato di più nei mesi della chiusura da questo punto di vista?

«A me personalmente, non tanto i concerti, ne ho visti talmente tanti! Un po’ di pausa ci poteva stare ma mi è mancata la cosa che lega la musica ai concerti cioè la condivisione. Ecco questa cosa mi è mancata».

Raccontare e scrivere di musica è una scelta per certi versi coraggiosa e per altri una sorta di privilegio: per farlo ci vuole più studio, passione o fortuna (penso agli incontri memorabili che nella vita di un critico musicale possono accadere)?

«Diciamo un buon mix di tutte le cose che hai detto», ride divertito.

Tornando a Lucio, perché venire a Castrovillari e partecipare a questi incontri dove la narrazione incontra la musica?

«Perché la narrazione di musica è una delle cose più belle che possiamo fare. Quindi venite a sentire questi racconti e vi prometto che non ve ne pentirete: non per me, ma per la forza delle storie».

Hai usato due verbi: sentire e vedere. La musica si può vedere?

«Bisogna vederla. È un luogo comune quella secondo cui l’immagine rovina la musica, una sonora fesseria: per anni e anni la musica la sentivi e la vedevi. È scontato che sia soprattutto suono ma va anche vista».

Del resto, per esempio l’opera lirica risponde proprio a questo: vedere e sentire. È un po’ come avvicinarsi all’opera d’arte totale di cui parlava Wagner?

«Esatto prima che si inventassero i dischi la musica si vedeva. Si ascolta e si guarda, poi ci possono essere brutte immagini ma vedere è parte integrante della musica».

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