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Rende, The Cream of Clapton infiamma il Peperoncino Jazz Festival. Sul palco del Teatro Auditorium Unical brillavano: Nathan East al basso, Steve Ferrone alla batteria, Will Johns (cantante e chitarrista) e Noah East, tastierista e figlio d’arte. Tutti i dettagli nell’intervista alla band.


RENDE (COSENZA) – Ci sono concerti che si ascoltano. E poi ci sono concerti che attraversano il corpo, scorrono sotto pelle, esplodono nello stomaco e restano incisi nella memoria come una scarica elettrica. Il 27 marzo, al Teatro Auditorium Unical di Rende, “The Cream of Clapton” non è stato uno spettacolo: è stato un evento quasi tellurico. Un viaggio epico nell’anima del rock. Sul palco, una formazione che somiglia più a una dinastia musicale che a una band.

Will Johns, cantante e chitarrista, nipote di Eric Clapton, ha guidato il live con una presenza magnetica e una chitarra capace di graffiare e accarezzare al tempo stesso. Accanto a lui, Noah East alle tastiere — figlio d’arte e raffinato tessitore di atmosfere sonore — ha costruito trame eleganti e avvolgenti, contribuendo a dare profondità e respiro all’intero impianto musicale della serata. Con loro, due colonne portanti della musica mondiale: Nathan East al basso e Steve Ferrone alla batteria – musicisti che hanno scritto pagine indelebili non solo con Clapton, ma anche con Phil Collins e Tom Petty- hanno costruito una macchina ritmica inarrestabile, trasformando ogni brano in un apice di energia e precisione. Il pubblico non poteva che restare rapito.

“The Cream of Clapton” in concerto al Teatro Auditorium Unical

Fin dalle prime note, l’atmosfera si è caricata di elettricità. Un dialogo continuo, serrato, quasi viscerale tra palco e platea: ogni assolo accolto come una scarica, ogni riff restituito con applausi, cori, battiti sincronizzati. Un invito a lasciarsi travolgere da un’onda emotiva senza tregua. Non spettatori, ma parte integrante dello spettacolo. L’eredità di Eric Clapton aleggiava potente, ma mai come un’ombra: era presenza viva, pulsante, incarnata in ogni nota. Il pubblico è stato catturato da una scaletta che è un manifesto della carriera di “Slowhand”: “Pretending”, “Badge”, “Sunshine of yourlove”, “Old love”, “Layla”, “Cocaine”, “Crossroads”, “Running on faith”. Il palco ha preso fuoco. Non una fiamma metaforica, ma una combustione reale fatta di groove e vibrazioni che ha trasformato la sala in un crocevia infernale di blues e rock. E poi il tempo si è fermato: “Tears in Heaven” ha sospeso ogni respiro, mentre “Wonderful Tonight” ha avvolto il Tau in una carezza luminosa, quasi irreale.

Durante il concerto Steve Ferrone ha raccontato il suo legame con la Calabria: «Ho abitato in Italia da giovane. Avevo 17 anni, circa 20 anni fa (ironizza, ndr). Mi piace molto questa Regione. Ogni estate vado a Vibo Marina. La gente è molto simpatica, come voi»

Peperoncino Jazz Festival

L’evento, prodotto da D’Alessandro & Galli , si inserisce tra gli appuntamenti di punta del Calabria Jazz Meeting, in sinergia con la XXV edizione del Peperoncino Jazz Festival diretto da Sergio Gimigliano, con il patrocinio dell’Area Socialità dell’Università della Calabria e il supporto del Best Western Premier Villa Fabiano Palace Hotel. Lo spettacolo ha preso vita nel TAU grazie alla collaborazione con Dedo Eventi e il Rende Teatro Festival diretto da Alfredo De Luca.

Una serata che ha dimostrato come la musica di Clapton non appartenga solo al passato, ma continui a vivere, evolversi e, soprattutto, accendere il presente. Quando le luci si sono spente, nessuno era pronto a tornare alla realtà. Perché per una notte, a Rende, il rock non è stato solo musica: è stato fuoco, carne, spirito. È stato eterno.

L’intervista ai musicisti al termine del concerto

Tra emozione, adrenalina e consapevolezza di aver vissuto un evento speciale, subito dopo il concerto abbiamo intervistato nel backstage Will Johns, Nathan East e Noah East. I musicisti si sono raccontati senza filtri, restituendo il senso più profondo di uno spettacolo che ha unito generazioni, storie e linguaggi diversi sotto un’unica, potente energia: quella del rock.

Will Johns riflette sul significato profondo di interpretare il repertorio legato a Eric Clapton

Nella nostra intervista, il cantante e chitarrista Will Johns riflette sul significato profondo di interpretare il repertorio legato a Eric Clapton, figura centrale della sua storia artistica e familiare, sottolineando il delicato equilibrio tra ispirazione creativa e responsabilità interpretativa. Sul palco, spiega, non si tratta soltanto di eseguire brani entrati nella storia del blues e del rock, ma di restituirne l’essenza con rispetto, integrità e una forte componente emotiva, elementi indispensabili per mantenere viva la loro autenticità.

L’artista evidenzia come la sua connessione con questi brani nasca da un lungo percorso di ascolto e familiarità, che li ha resi parte integrante del suo linguaggio musicale. A questo si aggiunge una dimensione personale e affettiva: molte delle canzoni sono legate alle persone e alle storie che le hanno ispirate, un aspetto che, secondo Johns, trasforma radicalmente il modo in cui vengono interpretate. In questo contesto, brani iconici come Old Love e Tears in Heaven assumono un significato particolare, pur variando la loro centralità a seconda del momento e dell’energia di ogni singola esibizione. Ogni concerto diventa così un’esperienza irripetibile, in cui l’artista cerca ogni volta un punto di connessione autentico con la musica e con il pubblico, rendendo ogni interpretazione diversa dalla precedente.

Will Johns racconta l’accoglienza ricevuta in Calabria

Parlando dell’accoglienza ricevuta in Calabria, Johns descrive un pubblico inizialmente riservato ma attento, capace di lasciarsi progressivamente coinvolgere fino a trasformare la seconda parte dello spettacolo in un momento di partecipazione piena e calorosa. Un’evoluzione che, sottolinea, è spesso tipica dei concerti dal vivo e che contribuisce a creare una dinamica emotiva condivisa tra palco e platea:« Alla fine li abbiamo conquistati. Sono stati molto gentili e rispettosi, come spesso accade. Poi, nella seconda parte dello show, si sono sciolti e hanno iniziato davvero a divertirsi».

Sul fronte dei progetti futuri, il musicista annuncia un periodo di intensa attività creativa. È in preparazione un nuovo libro, intitolato Blues Daddy, che riprende il titolo del suo album blues più noto, e parallelamente sta lavorando a un nuovo disco realizzato con la collaborazione di musicisti di grande esperienza come Steve Ferrone alla batteria e Noah East all’organo. Il progetto, composto da dieci brani tra classici del blues reinterpretati e composizioni originali, includerà anche un duetto con Tomiko Dixon, nipote di Willie Dixon, segnando un ulteriore passo nel suo percorso artistico tra tradizione e innovazione.

Nathan East ripercorre alcuni dei momenti più significativi della sua lunga carriera al fianco di Slowhand

Nel corso della nostra intervista, Nathan East — storico collaboratore di Eric Clapton e tra i bassisti più influenti della scena internazionale — ha ripercorso alcuni dei momenti più significativi della sua lunga carriera al fianco del chitarrista britannico, soffermandosi sull’eredità artistica che continua a segnare generazioni di musicisti e ascoltatori.

Tra i ricordi più vividi, East ha indicato senza esitazione la registrazione di Unplugged come un punto di svolta. Un progetto nato quasi come una sperimentazione e diventato, invece, un fenomeno globale: un album acustico capace di ridefinire il rapporto tra pubblico e performance live. L’artista ha sottolineato come, all’epoca, la risposta internazionale abbia colto tutti di sorpresa, trasformando un’idea essenziale e intima in uno dei successi più iconici della musica contemporanea.

L’evoluzione del suono di Eric Clapton

Riflettendo sull’evoluzione del suono di Clapton, East ha descritto la sua musica come qualcosa di profondamente naturale: «La sua musica è qualcosa che sembra quasi inscritto nel sangue, nel DNA. Ha una capacità straordinaria di arrivare ovunque, in ogni parte del mondo. Credo che il motivo sia semplice: nasce sempre dal cuore., quasi inscritto nel DNA artistico del musicista». Una qualità che spiega la capacità delle sue composizioni di attraversare confini culturali e geografici, arrivando con la stessa forza emotiva a pubblici molto diversi tra loro. Una musica che, nella sua essenza, mantiene sempre un’origine chiara: l’autenticità emotiva.

Il dialogo si è poi spostato sull’esperienza in Calabria, dove East ha espresso parole di grande apprezzamento per l’accoglienza ricevuta. Il pubblico — in particolare gli studenti presenti — è stato descritto come caloroso, attento ed entusiasta, capace di creare un clima di partecipazione sincera. Anche la cornice del concerto ha lasciato un’impressione positiva, grazie alla bellezza e all’atmosfera del teatro. L’incontro si è concluso in un clima di grande cordialità, sottolineando ancora una volta il ruolo centrale che il contatto diretto con il pubblico continua ad avere nella carriera dell’artista, e come la passione per la musica resti il vero punto di connessione tra palco e platea.

Con Noah East la tradizione incontra la libertà interpretativa

Quando il talento incontra la tradizione e la passione esplode sul palco, succede qualcosa di unico. Noah East, giovane musicista in ascesa, non solo suona accanto a suo padre e a leggende come Steve Ferrone: fa rivivere la musica, la trasforma e la reinventa. «Da artisti come Eric Clapton e Stevie Wonder, e da un’enorme varietà di generi, ho preso tantissima ispirazione. Mi ha aiutato a far crescere il mio stile come musicista», spiega East, sottolineando come la sua identità artistica sia il risultato di un ascolto profondo e trasversale.

Il tema centrale della sua visione è il delicato equilibrio tra fedeltà alla tradizione e libertà interpretativa. Alla domanda su come porti una sensibilità contemporanea in un repertorio storico, la risposta è immediata e lucida: «È la ricerca incessante di un equilibrio tra rispetto del brano e l’impronta della mia energia». Un approccio che diventa ancora più evidente quando si parla della dimensione live, dove il passato sembra rivivere attraverso nuove mani. Ogni nota diventa allora ponte tra epoche, ogni accordo vibrazione che unisce passato e presente.

Quando le luci del palco si accendono, la magia si fa concreta. «Guardo Will suonare quei brani: non è facile suonare e cantare e, soprattutto, catturare l’essenza di ciò che faceva Eric. Poi guardo mio padre: ride, sorride, si diverte sempre. In quei momenti senti davvero il passaggio tra generazioni». Ogni accordo racconta storie di ieri e di oggi. Dietro le quinte, la musica diventa vita, amicizia, famiglia. «È la parte più divertente. Si parla di musica, si scherza, si crea legame. È il momento in cui diventiamo davvero più vicini, come amici e come famiglia», spiega East.

Il progetto “The Cream of Clapton”

Parlando del progetto “The Cream of Clapton“, Noah East non nasconde l’emozione: «È stato un onore essere chiamato a farne parte. Ancora di più poter suonare musica così importante, con una tale eredità, insieme a musicisti che ammiro da sempre, come Steve Ferrone, e con mio padre. Sono persone che hanno fatto la vera musica. Lo senti nell’anima: è profondamente appagante». Il presente è intenso, ma lo sguardo di East corre avanti: «Il mio sogno è continuare a suonare e far crescere la mia carriera solista. Sto lavorando al mio secondo album proprio adesso. Voglio mantenere questo slancio».

Una traiettoria chiara, costruita sulla passione, sulla disciplina e sul desiderio di lasciare il segno. E non manca il fascino del contesto che lo ospita. Sul pubblico calabrese East sorride: «È meraviglioso. La Calabria è la terra dei peperoncini, giusto? Ma soprattutto è un posto bellissimo: ovunque andiamo scopriamo paesaggi mozzafiato. E mi sento già un po’ a casa». Un tocco di leggerezza che mostra il lato più umano di un artista che sa restare con i piedi per terra, anche tra le stelle.

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