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COSENZA – Acrobati è l’ultimo disco di Daniele Silvestri, cantautore romano che non ha bisogno di presentazioni, visti i successi e i premi che ha raccolto nella sua carriera, iniziando dalla Targa Tenco nel 1994 per il suo primo disco, che porta come titolo il suo nome. Stupisce a Sanremo con una canzone come L’uomo col megafono, che lo porta alla ribalta, esibendosi con dei cartelli come fece Bob Dylan nella celebre Subterranean Homesick Blues.

L’ultimo disco è Acrobati, un titolo emblematico, che Silvestri usa per invitare l’ascoltatore a guardare le cose dall’alto usando una prospettiva diversa.

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Di questo ultimo lavoro colpisce la musica. Daniele è un uomo che ha usato tanti stili diversi, aperto alle collaborazioni, non dimentichiamo quella con i due amici e colleghi Niccolò Fabi e Max Gazzè che diede vita ad uno dei migliori dischi di musica italiana degli ultimi dieci anni, un super trio protagonista di un progetto d’aiuto alle popolazioni della Sierra Leone realizzato con Emergency di Gino Strada. Però Daniele Silvestri non è solo questo, è uno sperimentatore, uno che sa raccontare storie con le parole e la musica. Una delle critiche più dure che gli sono state rivolte è proprio questa mancanza di unitarietà nella sua musica.

Anche Acrobati è un disco variegato, eppure ad un ascolto attento si scopre una omogeneità nello stile, anche con le tante collaborazioni

«Ti ringrazio perché questo è uno dei più bei complimenti che mi hanno fatto in carriera. A volte sono stato criticato, mi dicevamo che non avevo una musica unitaria, che usavo troppi generi».

A me sembra un’obiezione ingenerosa nei confronti del tuo lavoro, soprattutto perché l’ultimo disco mi sembra musicalmente importante. Come è nato Acrobati?

«Sono contento tu l’abbia notato, in realtà con Acrobati ho fatto qualcosa che prima non avevo mai fatto, ho scritto le canzoni dopo, anche se avevo un’enorme quantità di appunti, pensieri, sequenze musicali già in testa e già sul telefono. Prima però ho scelto le persone, ho chiesto ad amici, musicisti, persone che stimavo, anche con cui già avevo lavorato, se volevano collaborare con me per questo disco. Fa tutto parte di un grande flusso creativo, iniziato dalla fine del lavoro con Max e Niccolò (cfr.Il Padrone della Festa, con Gazzè e Fabi)».

Ci sono dei nomi molto interessanti, da Caparezza a Diodato, da Roberto Dell’Era (Afterhours) ai napoletani Funky Pushertz. Tante influenze e tante belle canzoni. Com’è stato realizzare questo disco?

«Bello anche perché le differenze ci arricchiscono sempre. La guerra del sale con Caparezza è stata un’esplosione, gli ho fatto sentire la base e una sorta di canovaccio della canzone, poi lui ha fatto un freestyle straordinario, ci abbiamo lavorato e credo sia venuto un gran pezzo. Coi Funky Pushhertz mi sono divertito moltissimo, sono bravi, professionali, ma conservano leggerezza e alla fine ci siamo divertiti parecchio. È stato intenso lavorare con tutti, anche con Diodato, che è con me in alcune date del tour e soprattutto con Roberto Dell’Era e con gli altri membri degli Afterhours, che stimo molto. Sicuramente anche nel nuovo disco ci saranno nuove collaborazioni».

Quindi confermi che c’è un nuovo disco in arrivo?

«Si, ci sto lavorando anche durante questo tour estivo, come ti dicevo fa tutto parte di un flusso, ci sono dentro e non mi fermo mai, non voglio e non riesco».

C’è già un titolo oppure è top secret?

«Niente top secret è che io i processi li chiudo alla fine, dopo che ho il lavoro è come voglio io. Ad un certo punto avevo pensato di chiamarlo AcroBeat, come un seguito di questo, sempre il discorso del flusso e perché ci sarà ancora più forte l’uso dell’elettronica».

Facciamo un passo indietro e torniamo al momento de Il padrone della festa, il disco fatto con Fabi e Gazzè. Cosa ti è rimasta di quell’esperienza?

«Noi siamo amici e siamo in contatto. Di quell’esperienza, soprattutto per il progetto, non solo musicale, che c’era è rimasto tantissimo. Musicalmente ci siamo confrontati, ognuno ha preso e dato qualcosa dall’altro, ma io mi sento cresciuto come uomo, nel confronto con loro e con tutta l’esperienza. Un progetto che mi ha dato tanto».

Adesso questo tour arriva al Sud. In Calabria farai un concerto a Diamante, al Teatro dei Ruderi di Cirella il 19 agosto, e poi andrai in Puglia. Sei uno che praticamente non si ferma mai. Come vedi la musica italiana in questo momento?

«Non è una domanda facile. Io non la vedo così male come dicono alcuni, anzi ascolto degli artisti interessanti, alcuni che hanno le mie stesse basi e influenze, altri invece portano novità anche nelle influenze che hanno. C’è più contaminazione e questa cosa è importante per ogni musicista».

Un’altra cosa che hanno detto di questo disco è che non sei più un musicista impegnato nei tuoi dischi. Che ne pensi?

«Vedi io ho quasi cinquant’anni e le cose cambiano. Ho voglia di raccontare altre storie, non sento più l’urgenza di parlare del quotidiano, ci sono altri, soprattutto più giovani, che lo stanno facendo. Voglio vedere le cose da un’altra prospettiva, dall’alto, voglio andare avanti per questa strada ora».

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