Dario Brunori e la copertina del suo disco

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ROMA – «Tra le premesse che mi sono dato prima di scrivere questo nuovo album, c’era che avrei vestito le nuove canzoni in modo adatto ai contesti in cui sarei andato ad eseguirle, optando per una forma canzone che prediligesse la cantabilità, il ritmo, gli arrangiamenti sostenuti e ricchi di vitalità (nei limiti della vitalità massima che può esprimere un calabrese ozioso come me, ovviamente). Canzoni corali. Pop».

Ed ecco che “Cip!”, il nuovo album di Brunori Sas, che esce oggi, è stato pensato anche come l’album che lo accompagnerà nel suo primo tour nei palazzetti, il cui debutto è fissato a Jesolo per il 3 marzo prossimo. Il tour toccherà Torino il 7 e ancora il Forum di Assago il 13 marzo. Proseguirà poi sui palchi di Bologna, Firenze, Ancona, Roma, Napoli, Bari e Reggio Calabria.

“Cip!” è un disco che presta «particolare attenzione al canto, al suono della voce, al come più che al cosa. Mi ero anche ripromesso che non avrei parlato in modo diretto di stretta attualità o di argomenti sociali, se non collocando le vicende umane all’interno di un contesto più ampio, quasi a volerne ridimensionare l’importanza rispetto all’insieme in cui sono calate. Volevo riconsiderare, in una sorta di “Gestalt calabra”, il rapporto fra ciò che ho sempre considerato centrale (la vita degli uomini) e ciò che ho da sempre considerato periferico (l’universo che ci ospita)».

A chi, in conferenza stampa, chiede all’artista se tra pettirossi e sardine possa esserci un dialogo, Brunori risponde: «A Cosenza ho partecipato al primo meeting delle sardine, è chiaro che è una cosa che mi interessa. Ma più che per l’aspetto politico mi interessa perché recupera una certa poetica e visione della vita. Abbiamo un ritorno a un certo tipo di passione, in particolare tra i giovani. Mi riservo però di vedere come evolverà, sono in osservazione».

In molti speravano di vederlo sul palco dell’Ariston, e Brunori non nega di aver ricevuto la «chiamata». «Sì, è vero. E’ arrivata, ma in gara proprio non mi ci vedo. Evidentemente non l’avverto come esigenza. E immagino che abbia a che fare con il mio carattere e con l’imperativo che mi sono dato: cantare in una condizione emotiva e non competitiva. L’anno scorso sono andato, ma come ospite, e questo mia ha fatto sentire più a mio agio».

Il disco è stato prodotto dallo stesso Dario Brunori con Taketo Gohara e registrato tra la Calabria e la Milano. La copertina, scelta dallo stesso Brunori, è realizzata da uno degli artisti italiani che ama di più, Robert Figlia. Non il solito bel ritratto ma il dipinto di un pettirosso: «Un uccelletto realistico, quasi da vecchia enciclopedia, privo di connotazioni sentimentali stucchevoli, intimamente combattivo e fiero. Una creatura semplice che ama intonare i suoi canti solitari sulla neve, rendendo forse un po’ meno gelidi questi nostri lunghi inverni», spiega Brunori. L’obiettivo era lasciare uno spazio immaginifico, dove ogni ascoltatore potesse sviluppare la sua idea di “cip”, dandogli la sua personale connotazione, che Dario ha identificato con la parte di sé ‘”fanciulla”. «Ho scritto queste canzoni per il mio “fanciullino”. Forse, oso dirmi, per i figli che non ho. Qualcosa che mi desse un respiro dal mondo adulto, dalle sue complicazioni, i suoi nervosismi, le sue ansie, le sue preoccupazioni, spesso e volentieri inutili», sottolinea.

Il disco racconta del «nostro essere a tempo determinato, della morte come spavento ma anche come consolazione e addirittura come stimolo alla vitalità». E con la serena constatazione che «il mondo girerà anche senza di noi e che alla fine va bene», traducendo cosi musicalmente argomenti sensibili con ”accettazione” e non con l’amarezza di un tempo.

Nel disco, Brunori ha dato vita a undici nuove canzoni ricche di sentimento: «Canzoni d’amore dunque, nelle sue diverse declinazioni, da quello di coppia, a quello familiare, sino all’amore ideale, forse utopistico, indubbiamente figlio di un cristianesimo bambino alla Marcellino pane e vino, che per quanto possa averne preso le distanze, ha formato la mia visione del mondo. Quelle di buona volontà, di tenerezza ma anche di difficoltà, di pazienza, di denti stretti per tenere in piedi le cose. Della fatica, in fin dei conti di essere buoni, senza sentirsi al contempo coglioni».

Dopo il successo di “Al di là dell’amore”, canto etico e poetico che ha anticipato questo nuovo progetto, conquistando le prime posizioni dei brani più suonati dalle radio, il secondo singolo estratto da ”Cip!” è stato prima di Natale “Per due che come noi”, (GUARDA IL VIDEO) “la ballad perfetta”, definita subito un instant classic da pubblico e critica, che lo ha accolto con immediato e unanime consenso.

La chiave d’accesso alle emozioni contenute nell’album è l’inconfondibile narrazione lucida velata di ironia presente nel primo brano, “Il mondo si divide”, con cui Brunori racconta il naturale sentirsi divisi tra istinto e morale, senza mai trovare una netta linea di confine. Con una potenza disarmante, da pugni chiusi e lacrime agli occhi, “Capita così” ci mette invece davanti ai bilanci, quelli dei risultati raggiunti e quelli per cui ci sente minuscoli: gli anni che passano e l’imprevedibilità della vita, l’attimo che inganna, i cambiamenti e il crederci, nonostante tutto. Un grido di sfogo e di gioia in una cavalcata ritmica ed emozionale. “Mio fratello Alessandro”, dal mood beatlesiano, apre una tenera e umana riflessione sulla proprietà transitiva del prendersi cura gli uni degli altri. Si apre invece con un riff corale “Anche senza di noi”, forse il brano più spirituale di tutto l’album, che si interroga sul senso profondo del nostro passaggio, della traccia che saremo capaci di lasciare, di quello che succederà e verrà riscritto nel prossimo futuro da chi arriverà dopo di noi. Una chitarra acustica dai toni folk, tra la west coast e il Beck più intimista, accompagna Dario Brunori in una semplice e distesa ballad nel suo stile ormai peculiare fatto di sentimento lieve e dolce ironia: “La canzone che hai scritto tu”. “Bello appare il mondo” è poi un minuzioso invito ad accogliere la bellezza del mondo intorno facendo spazio ai sentimenti più puri, spesso appannaggio dell’età fanciullesca. L’ottava traccia, “Benedetto sei tu”, è una speranzosa preghiera laica sulla ricerca della consapevolezza del nostro saper essere umani nel mondo di oggi. Un viaggio dai suoni esotici tra i Vampire Weekend e Sufjan Stevens è lo scatto di “Fuori dal mondo”, un vero e proprio inno dei sognatori. Achille, un bambino che non diventerà mai uomo, è il protagonista di “Quelli che arriveranno”, il brano struggente che chiude l’album.

«In questo album – assicura Brunori – ho cercato di scrivere in modo più poetico e meno prosaico, prediligendo argomenti di ordine etico e filosofico. Si tratta di territori ambigui e spinosi, ne sono cosciente, in cui è facile cadere nel pedante, nel moralismo spiccio o peggio nella banalità. Per questo motivo ho cercato di non lanciarmi in voli inadatti alla mia apertura alare, troppo complessi, intellettuali o semplicemente, per la mia indole, noiosi. Per questo li ho affrontati, al limite, solo col guizzo del poeta, non di certo con la preparazione e la cura dell’accademico, dello studioso o dell’erudito. Un pò new age da autogrill, ne convengo, ma sono andato dritto comunque, con una rustichella in mano», conclude ridendo.

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