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Il Foro Italico diventa teatro di un’epica contemporanea in cui il tennis non è solo sport, ma rito e spettacolo. Tra il Pietrangeli e il Campo Centrale, Roma trasforma gli Internazionali in una mitologia moderna, culminata nell’incoronazione di Jannik Sinner come nuovo imperatore azzurro sotto il cielo della Capitale.
Il Foro Italico non è solo un torneo di tennis, non offre un palcoscenico. È un’arena di marmo e terra rossa che respira passione, dove il pubblico non si limita a guardare, ma spinge, soffre e trascina. L’estetica del torneo romano è un’esperienza sensoriale unica al mondo, un cortocircuito temporale dove la modernità del tennis d’élite si fonde con la solennità della mitologia.
Il cuore pulsante di questa estetica è, senza dubbio, lo Stadio Pietrangeli. Se il Campo Centrale rappresenta la modernità, il Pietrangeli è pura epica classica. Scavato nel terreno, circondato dalle maestose statue di marmo di Carrara che raffigurano gli atleti dell’antichità, questo campo sembra un anfiteatro romano strappato al passato.
I tennisti che scendono quei gradini per entrare in campo non sembrano atleti contemporanei, ma eroi mitologici pronti a compiere la propria impresa sotto lo sguardo severo di dèi di pietra. Quando il pubblico romano si accalca sui gradoni di marmo, sospeso sopra i giocatori, l’atmosfera si surriscalda: i cori non sono semplici incitamenti, diventano boati da arena. È il Colosseo della racchetta.
IL TENNIS COME MITO CONTEMPORANEO
L’edizione degli Internazionali BNL d’Italia rimarrà scolpita nella pietra e nella memoria degli appassionati come il torneo perfetto, quello in cui la storia ha smesso di essere un ricordo in bianco e nero ed è tornata a tingersi d’azzurro.
Cinquant’anni dopo l’epopea di Adriano Panatta nel 1976, il re di Roma è finalmente un italiano: Jannik Sinner. In questa cornice mitologica, il trionfo di Jannik ha assunto i contorni di una profezia compiuta. Con la sua chioma rossa e la sua algida compostezza, Sinner ha affrontato la pressione della folla romana con la grazia distaccata di un giovane Apollo.
Il cammino del numero 1 del mondo è stato un crescendo monumentale, culminato in una finale dominata contro il norvegese Casper Ruud con un doppio 6-4. Mentre intorno a lui il Foro Italico bruciava di passione e i cori si alzavano monumentali dalle tribune, lui rispondeva con la precisione di un arciere divino, scagliando dardi accarezzati dalle linee. Vederlo sollevare la coppa davanti al presidente della Repubblica, circondato dai pini marittimi e dai marmi imperiali, è stato l’atto finale di un rituale: il Nord e il Sud, il ghiaccio e il fuoco, la modernità e il mito uniti sotto il cielo di Roma.
Sinner ha giocato un tennis chirurgico, cancellando le geometrie di Ruud e dimostrando una superiorità totale che lo stesso norvegese ha ammesso a fine match: «Quando Jannik gioca così, forse nessuno al mondo può raggiungere il suo livello». Roma, che lo aveva visto perdere in finale l’anno precedente, lo ha adottato definitivamente come suo imperatore.
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