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Il presidente onorario Eugenio Guarascio e la sorella Ortenzia

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Famiglia Guarascio e istituzioni: si cerca di capire a chi conviene tergiversare; intanto sulle sorti del Cosenza Calcio c’è ancora silenzio


COSENZA – Fatta eccezione per la tifoseria in genere, anche quella non organizzata, c’è una cosa che è prevalsa negli ultimi anni in relazione alle vicende del Cosenza Calcio: il silenzio. Anzi, due cose: il silenzio e l’indifferenza. Nell’edizione di ieri abbiamo sottolineato come la famiglia Guarascio, con sprezzo totale nei confronti della città che l’ha accolta, non parla, non sa, non dice. Le comunicazioni rese negli anni da parte della società sono state sempre improntate all’autocelebrazione. E in effetti tante cose fatte apparire come meriti erano solo casualità, e l’organizzazione ostentata in varie occasioni era solo uno spot pubblicitario di quelli che vengono ideati per attirare clienti, salvo poi scoprire che il prodotto non era conforme a quello pubblicizzato.

Basti pensare ai proclami fatti nell’ultimo anno relativamente al settore giovanile, e basti pensare a come si svolgeva invece la realtà dei fatti, per avere un po’ contezza di ciò che si sta sottolineando. Una mistificazione continua di tutto, un continuo prendersi meriti che appartengono ad altri, un continuo scaricare le responsabilità per non far perdere valore ad un brand che in realtà fatica a sopravvivere, ma che si cerca forzatamente di portare alle stelle.

Si è sottolineato dei silenzi dei proprietari del Cosenza Calcio che, lo ricordiamo, almeno al momento fa ancora parte di una holding (la 4EL Group), di cui sono titolari il presidente onorario Eugenio Guarascio, la sorella Ortenzia e il figlio Alessio. Ci domandiamo ancora: ma gli ultimi due chi sono? Hanno capito cosa sta succedendo intorno al Cosenza Calcio? Hanno capito ciò che sta accadendo in questo momento e ciò che invece è accaduto nell’ultimo anno e mezzo o comunque negli ultimi anni? Sanno come è stata amministrata la società del Cosenza Calcio, la loro società, negli anni scorsi e nell’ultimo anno e mezzo? Conoscono i rapporti intessuti con tecnici, calciatori, dipendenti, fornitori, procuratori e sponsor? Conoscono i rapporti con la città e la tifoseria?

Dovrebbero saperlo, dovrebbero conoscere tutto, visto che il Cosenza Calcio fa parte di una holding, nella quale tutto deve funzionare. Oppure non importa se il Cosenza Calcio funzioni bene? Sanno, la dottoressa Ortenzia e il dottore Alessio, che il Cosenza Calcio è un patrimonio immateriale (la questione che si tratti di una proprietà privata regge fino a un certo punto se il fenomeno ha anche ricadute sociali), che riguarda migliaia di tifosi e che questi tifosi stanno soffrendo? Oppure pensano che la sofferenza di questa gente sia immotivata o trascurabile?
Difficile sperare di avere risposte a queste domande. Difficile che ai colori rossoblù sia davvero sensibile una famiglia che ha mostrato indifferenza in alcuni suoi componenti, mentre altri li hanno considerati come un hobby, un giocattolo, un trastullo. Nell’ultimo anno e mezzo in maniera particolare.

E’ bene ricordare infatti, che proprio nell’ultimo anno e mezzo, il Cosenza Calcio ha perso il 99% delle professionalità che, seppure a fatica, era riuscito a costruire nel corso del tempo. Tutto dilapidato, tutto buttato a mare in maniera dispotica e in nome di non si sa che cosa. Ed è bene ricordare che, nonostante ci si riempia spesso la bocca di vanità varie, e nonostante si neghi che esista un problema sociale, secondo gli addetti ai lavori (quelli VERI) che orbitano nel mondo del calcio, la credibilità della società del Cosenza Calcio è ai minimi termini, con tanti che evitano accuratamente questa piazza perché non c’è serenità, non c’è lungimiranza, non c’è rispetto, non c’è un progetto, non si comunica, non si capisce chi fa cosa, e via discorrendo… La famiglia Guarascio tutta le sa tutte queste cose? Qualcuno spieghi…

In questo calderone non bisogna poi dimenticare l’altra faccia della medaglia. I silenzi e l’indifferenza della politica. E qui dobbiamo andare anche a ritroso nel tempo, non solo riferirci agli ultimi anni. Quando i tifosi, la gente comune, la città, hanno chiesto conto a Palazzo dei Bruzi, o in altri eventuali palazzi chiamati a decidere qualcosa, di situazioni legato alla gestione del Cosenza Calcio, ha prevalso un atteggiamento, anzi due: fare spallucce e prendere tempo. Con una totale incapacità di immedesimarsi nella mente e nel cuore di chi considera il Cosenza come un patrimonio. Nessun segnale è mai arrivato in maniera davvero convincente circa la possibilità di considerare questo patrimonio come un fenomeno di importanza sociale come i tanti altri che esistono.

Mani legate? E da cosa? Dalla proprietà privata? Abbiamo detto che il calcio è un fenomeno sociale non solo privato… Perché non c’è lungimiranza, perché non c’è alcun interventismo, ma solo ed esclusivamente annunci che poi vengono sistematicamente capovolti e traditi? Non è così? Bene, e allora perché l’impressione che se ne ha all’esterno porta a queste considerazioni? E ancora: a livello regionale, tanto per citare la carica più alta e cioè a Roberto Occhiuto, presidente della Regione, c’è contezza di ciò che riguarda le vicende del Cosenza Calcio? Proprio Occhiuto perché non interviene per tutelare socialmente i cittadini della città in cui è nato? Perché non c’è un controllo sociale su ciò che accade nel calcio cosentino?

Il risultato di tutto questo sono scollamento, divisioni e fazioni contrapposte che proliferano come funghi. Mai un tentativo, invece, di attuare qualcosa che possa far rima con parole come condivisione, unità, identità, senso di appartenenza, tradizione, storia. Nulla di nulla. Tutto è lasciato al caso. Tra chi si fa i calcoli a tavolino affinché le cose vadano così e chi non fa nulla sperando che vadano meglio. E intanto aspettiamo che passino i “5 giorni”, per poi magari aspettare che passi qualche altro termine per sperare che succeda qualcosa, ma l’impressione è che non succederà più nulla.

Lo dice il SILENZIO assordante che è stato fatto cadere sulla città e sulla tifoseria. Evidentemente non meritevoli di altro… Probabilmente è un silenzio d’oro, altrimenti non si spiega. Dal silenzio forse si dovrebbe capire qualcosa, ma sinceramente finora non si è capito nulla. Torna in mente al proposito la canzone degli Aeroplanitaliani di qualche anno fa: «E allora zitti, zitti, che il silenzio è d’oro. E anche quando siamo tanti, stiamo zitti in coro»…
Adesso manca solo qualcuno che venga a dirci: “Ancora appriassu aru Cusenza jati?”.

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