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La macchina di Pellegrino con i colori della “Cosenza Corse”

Tempo di lettura 9 Minuti

“Il mio legame con la Calabria è sempre stato fortissimo. Io corro sempre con la Calabria nel cuore, la Calabria Citeriore, quella con la croce e con i colori della scuderia Cosenza Corse”. Antonino Pellegrino, pilota di Formula 3, nato il 9 luglio del 1985 in Francia, a Montbèliard, la città famosa per la sua squadra di calcio il “Football Club di Sochaux” fortemente voluta nel 1928 da Jean-Pierre Peugeot, erede della famosa casa automobilistica, vive e lavora in Svizzera ma il suo cuore e il suo vulcanico temperamento hanno radici ben radicate nella terra di suo padre Teodoro, nato a Paola da una famiglia originaria di Lago.

Sua madre Natalie, invece, è metà francese e metà bergamasca e in lui l’incontro di tante culture lo ha arricchito e spronato a prendere di ognuna, ciò che gli serviva per costruire il miglior futuro possibile.

“Mio padre Teodoro raggiunse il padre in Svizzera per lavoro – racconta Antonino – e appena arrivato iniziò a dare una mano al genitore che faceva l’imbianchino. Poi – era il 1980 – con suo fratello Giuseppe aprirono un’officina e tre anni dopo, morto mio nonno, papà iniziò a fare delle corse con la “Formula Abarth” e le “Alfa Romeo”.

Allora usava il nome di “Antonino racing” in memoria di suo padre, un uomo che aveva lavorato tanto e che quando emigrò in Svizzera lo fece da solo, lasciando la sua famiglia in Calabria. Ogni mese, però, inviava alla moglie i soldi che le servivano per andare avanti. Poi si ammalò di cancro e morì. Papà amava correre. Lui non era tanto appassionato di macchine come lo era suo fratello, ma gli piaceva la velocità, vivere l’emozione che gli procurava salire su un’auto e lanciarla più che poteva. Era molto bravo e durante una gara a Monza dove c’era in palio una macchina, lui arrivò primo e vinse la “Formula Abarth” con la quale iniziò a partecipare alle gare automobilistiche. Già allora mio padre non fece mai parte di un team, con il fratello Giuseppe si occupavano di preparare la loro macchina”. Nasce così la storia di una passione, quella per l’automobilismo, che da Teodoro sarà poi trasmessa al figlio Antonino.

“Avevo solo tre anni quando papà mi mise per la prima volta su un kart ma all’epoca non mi piacque per niente – spiega –. Invece, mi avvicinai al calcio fino ad entrare nella scuola di formazione del Sochaux. Ho vissuto in Francia fino all’età di quindici anni e poi, quando i miei genitori si sono separati, mi sono trasferito in Svizzera con mio padre”. Antonino risalì su un kart verso i 12 anni, e le cose questa volta andarono diversamente. Seppur ancora piccolo, era comunque più maturo e cominciò a piacergli correre. “Papà smise di gareggiare nel 1997 – continua – faceva il campionato italiano rally e un anno dopo mi comprò un kart con il quale cominciai l’attività agonistica. Da quel momento lui si dedicò completamente a me. Lentamente, facendo esperienza, riuscii ad approdare al professionismo facendo campionati nazionali, francesi, svizzeri e italiani. Arrivai quinto agli europei e vinsi un po’ dappertutto.

Sul podio con il padre Teodoro

«Nel 2004 ebbi la possibilità di girare con una “Formula Renault”, e così cominciai a fare i primi passi con una monoposto. Da quel momento in poi non mi sono più fermato e ho fatto il campionato svizzero e qualche gara all’estero sempre e soltanto assistito da mio padre. Solo noi due. Ciò che ritengo più importante in tutti questi anni di successi, insuccessi, gioie e dolori è unicamente il mio rapporto con papà. Abbiamo vissuto dei momenti di amicizia intensa, di tenerezza, di emozioni così uniche e totalizzanti che ci hanno uniti e resi più forti che mai. Lui mi ha dedicato tutte le sue forze, le sue risorse economiche e le sue attenzioni per farmi diventare più maturo e un uomo maggiormente consapevole. Noi abbiamo fatto tutto insieme, abbiamo dormito uno accanto all’altro nel nostro furgone e non siamo mai stati in un albergo. E sempre lui lo ha attrezzato per poterci anche dormire. Noi abbiamo sempre e solo avuto un camion e un rimorchio. In gara non abbiamo mai neanche avuto il pannello. Papà alza il cappellino per farmi capire quando devo rientrare ai box e per rendermi conto in quale posizione mi trovo, guardo sempre il pannello di chi mi precede. Io e lui, ogni volta, cerchiamo di avere la meglio su team super attrezzati. E posso dire, con grande orgoglio e soddisfazione, che siamo arrivati a raggiungere traguardi quasi impossibili senza l’aiuto di nessuno. Abbiamo all’attivo quaranta podi in gare nazionali e internazionali e questo solo con l’aiuto del Signore, per questo io ho “l’Ave Maria” sulla macchina e so che non può essere soltanto un fattore umano avere il coraggio che ha mio padre se questo non ti viene anche dall’alto».

Antonino Pellegrino non è soltanto un pilota ma è anche insegnante in una scuola superiore svizzera. Dopo essersi laureato in diritto ha conseguito anche due masters. Ora insegna cultura generale e i suoi studenti sono tra i suoi fans più accaniti. “Mi sono sempre impegnato molto nell’automobilismo – continua Antonino – e devo dire che gli organizzatori dei vari campionati italiani, mi hanno sempre dato una mano sia sulle tariffe dell’iscrizione che sulle gomme e la benzina. Non ho mai avuto degli sponsor ma c’è sempre stato qualcuno che ha ammirato la nostra grande passione e ci ha aiutati spontaneamente. Nonostante le difficoltà che non sono mai mancate, non cambierei una sola virgola della mia carriera automobilistica. I team, quelli importanti, mi hanno anche cercato ma bisognava pagare e anche tanto per entrare nel giro dei professionisti. Ormai funziona così. Il resto è una favola. Non ti pagano loro ma paghi tu per poter girare anche se in molti hanno sempre creduto in noi e ci hanno sempre detto “bravi” quando siamo riusciti a battere i professionisti”. Antonino è sposato con Noémie e ha due bambini, un maschio di 5 anni che si chiama Amanzio e una piccola di 4 che si chiama Lelia. Sua moglie non è appassionata di automobilismo ma lo ha sempre sostenuto molto in tutto ciò che ha deciso di fare. Sì, perché Antonino di interessi ne ha tanti e così come fa nell’automobilismo, cerca di dare sempre il meglio di sé in ogni nuova attività artistica che intraprende. Lui ama dipingere, ama la musica, scrive testi di canzoni, ama la letteratura e la filosofia.

Nel 2008 con il marchio Tzo ha iniziato a disegnare anche scarpe e vestiti. Come pilota dopo l’esperienza con i kart ha corso dal 2004 al 2010 con la “Formula Renault”, dal 2011 al 2014 con una “Formula master” con motore Honda 260 cavalli, e poi è approdato in “Formula 3” acquistando l’ex macchina di Max Verstappen. Ora ha una nuova “Formula 3” Toyota e sta lavorando con suo padre Teodoro per fare la finale del campionato italiano a Monza e quello francese a Digione. “Non bisogna essere perfetti per iniziare qualcosa di buono – spiega Antonino – e io ho sempre cercato di approfondire tutti gli aspetti della vita. In fondo le mie passioni coincidono tutte perché hanno alla base sempre la stessa filosofia. Se vedi la mia macchina c’è del nero, del rosa, ci sono i miei disegni ed è ben espressa anche la mia fede. Anche il mio metodo di insegnamento rispecchia la mia ricerca di capacità tecnica che cerco di ottenere in gara e in ogni cosa che faccio. Ho insegnato ai miei ragazzi a leggere la letteratura francese su melodie nuove per far scoprire loro la bellezza della scrittura e delle parole e ho in programma anche una mostra sullo scrittore Louis Ferdinand Céline verso cui nutro un’autentica passione. Ciò che vado cercando non è l’ebbrezza della velocità come faceva mio padre, ma la mia ricerca è tutta protesa verso l’acquisizione della tecnica che non è una precisione accademica, fredda, ma, al contrario, una precisione d’istinto che nasce dalla capacità di dare al proprio corpo e alla propria mente la regolarità nell’esecuzione. Tutto questo porta inevitabilmente alla supremazia dell’uomo su tutto il resto e si oppone al tentativo di robottizazione del mondo, che cerca di annullare il fattore umano. Noi, invece, dobbiamo trovare ogni giorno il coraggio di essere uomini fino in fondo”. La scoperta della fede vissuta con maggiore consapevolezza e indipendenza ha una data precisa, il 2004. Antonino Pellegrino frequentava l’università quando conobbe un sacerdote molto bravo, capace di allargargli la mente e il cuore.

“E poi le origini paolane di mio padre mi hanno anche aiutato molto in questa direzione – spiega –. Io ho girato con San Francesco sulla macchina e anche con la Beata Vergine. Anche sul mio casco c’è un richiamo al Vangelo e capisco che questo può apparire molto strano nel mondo delle gare. Credo che nessuno lo abbia mai fatto. Anche nell’officina del mio papà c’è sempre stata la Beata Vergine quando si solito in questi luoghi trovi le donne nude. Io ho capito durante il mio percorso di fede che spesso la volontà del Signore non è uguale alla nostra e questo mi ha aiutato a vivere le cose negative in un altro modo perché avevo compreso che a tutto ciò che mi accadeva c’era una spiegazione nonostante non riuscissi a comprenderla. Ora c’è stato un problema sulla mia macchina e forse se non fosse venuto fuori avrei potuto farmi male in gara. Durante un incidente – io ne ho fatti tre in tutto, due a Monza e uno a Imola – ho veramente sentito su di me la salvezza di un angelo. La mia macchina stava andando a sbattere ad alta velocità contro un muretto. C’è stata come una mano che l’ha improvvisamente fermata a un metro dal muro. Quando vado in gara, durante il giro di riscaldamento, faccio sempre una preghiera e così mi accompagna la speranza che andrà tutto bene. E se vinco è ancora meglio, come al campionato italiano con la “Formula Renault”, tutto è accaduto nell’ultimo giro e ho veramente ringraziato il cielo, il cielo e mio padre perché lui ha fatto dei sacrifici enormi per darmi una macchina e dico tutto questo con grande orgoglio”. Il legame di Antonino con la terra dei padri è molto forte e vissuto con grande intensità. La sua terra d’origine l’ha cantata anche nelle sue canzoni e quando ritorna a Lago sente di appartenere a quel luogo, tutto gli è familiare, e rivendica questa appartenenza con grande orgoglio.

“Il sentimento che nutro verso la mia terra mi crea molti problemi in Svizzera – conclude Antonino – perché le persone non lo accettano, vorrebbero che mi sentissi più legato al luogo dove vivo. Io, invece, puntualizzo sempre di essere un uomo del sud e questo legame ho voluto ben evidenziarlo anche sulla mia macchina da corsa. Il rapporto con la scuderia “Cosenza corse” nasce anche dalla passione di mio padre, è stato lui, infatti, a spronarmi a mettermi in contatto con i dirigenti per avere un adesivo da mettere sulla nostra macchina. E così ho preso contatti con Gaetano Tropea, una persona fantastica, che è stato ben felice di accogliermi nella scuderia e da quel momento io porto sempre i colori della “Calabria corse” sia nel cuore che nei circuiti dove vado a correre. E anche quando gioco a calcio indosso sempre la maglia del “Cosenza calcio”, perché mi sento profondamente figlio di questa terra e voglio che tutti lo sappiano”.

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