X
<
>

Share
5 minuti per la lettura

Il Garante regionale dei diritti delle persone detenute, Luca Muglia, si dice “preoccupato” per i casi di Marjan Jamali e Meysoon Majidi.


«LA vicenda delle giovani donne iraniane detenute, accusate di essere scafiste nell’ambito di due differenti procedimenti penali, preoccupa ed interroga non poco». Ad affermarlo è il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Luca Muglia. Ha preso in carico i casi di Marjan Jamali e Meysoon Majidi, in carcere da mesi, con l’accusa di essere due “scafiste”, in due differenti sbarchi di migranti sulle coste calabresi. Muglia vuole approfondire la posizione e le condizioni delle due giovani donne straniere in carcere. Le loro storie personali e le modalità che hanno determinato l’applicazione della misura cautelare dietro le sbarre, continuano a destare molto clamore.

Muglia ha incontrato più volte Maysoon Majidi, detenuta dallo scorso mese di gennaio nella Casa circondariale di Castrovillari, unitamente al Garante della Provincia di Cosenza Francesco Cosentini. Ha riscontrato un progressivo calo di peso della giovane, fortemente provata dalla detenzione e dal timore che non emerga in tempi rapidi l’estraneità alle accuse che le vengono mosse.

Quanto a Marjam Jamali, dalla fine di ottobre nel carcere di Reggio Calabria, le sue condizioni sono state attenzionate dal Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà, Felice Maurizio D’Ettore. La separazione dal figlio di 8 anni, affidato temporaneamente ad una famiglia afghana nel centro di accoglienza di Camini, avrebbe generato atti di autolesionismo ed eventi critici.

Alcuni chiarimenti sulle condizioni delle due donne sono già stati richiesti dal Garante nazionale agli istituti penitenziari di Reggio Calabria e Castrovillari. «Pur confidando nella magistratura, che farà certamente piena luce sulle questioni in corso di accertamento – scrive in una nota il Garante Muglia -, non ci si può astenere dal segnalare illogicità ed anomalie. In entrambi i casi, infatti, si tratta di donne con storie particolari alle spalle».

Marjan Jamali, la 29enne iraniana arrestata appena arrivata al Porto delle Grazie di Roccella Jonica, era fuggita da un marito violento e dal regime degli Ayatollah in cerca di una nuova vita per lei e per il figlio di otto anni. L’accusa è quella di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. I suoi accusatori, iracheni, sono quelli che sul veliero hanno tentato di violentarla.
Solo un ragazzo la difende, Amir Babai, iraniano come Jamali. Quella resistenza la pagheranno cara. Il più violento dei quattro minaccia la giovane donna e il suo connazionale che l’ha difesa dal tentativo di violenza: «Ve la faccio pagare». La giovane donna è indicata come la “capitana” e l’altro come secondo scafista, entrambi arrestati dopo gli interrogatori sulla banchina del porto calabrese. Loro in carcere e i loro accusatori irreperibili. La donna si difende, ma l’interprete nominato non capisce e non parla la lingua farsi. La giovane donna viene divisa dal figlioletto.

Passano alcune settimane e non sa che fine abbia fatto Faraz. Tenta il suicidio. Viene trasferita nell’ex manicomio criminale siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto. I vari tribunali respingono le varie richieste di arresti domiciliari per la donna, puntualmente presentate dal suo difensore, l’avvocato Giancarlo Liberati, per consentirle di ricongiungersi al figlio. In attesa della decisione della Cassazione, ora lo stesso legale ha presentato appello al tribunale del Riesame avverso il rigetto dell’istanza di sostituzione della misura cautelare personale nei confronti della donna.

Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha risposto ad una interrogazione del deputato Marco Grimaldi di Avs, esalta «l’assoluta linearità dell’operato dell’autorità giudiziaria, mossasi in piena osservanza della normativa vigente». Risposta che il parlamentare  ha voluto riprendere nell’Aula di Montecitorio: «La risposta del Ministro Nordio sul caso di Marjan Jamali è stata autoassolutoria e piena di inesattezze. Ciò che è più grave e inconfutabile – ha dichiarato il deputato Grimaldi – è che a Marjan hanno negato l’interrogatorio previsto nei termini di legge. Siamo di fronte a una violazione non solo del codice di procedura penale, ma del diritto alla difesa».

Lo stesso parlamentare ha chiesto al ministro Nordio una informativa urgente anche sul caso dell’altra giovane straniera in carcere, Meysoon Majidi, dopo una denuncia per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina da parte di due uomini poi fuggiti. «Anche a lei interrogatorio non concesso. Anche per lei si è disposta la misura cautelare di massimo rigore, quella del carcere» – ha aggiunto lo stesso parlamentare. Maysoon è una regista e attrice curda iraniana di 27 anni. È arrivata al porto di Crotone l’ultimo giorno del 2023. Ora è in carcere a Castrovillari perché ritenuta la “seconda capitana” di quello sbarco. Nel suo paese ha combattuto contro il regime islamista. Accusata da due persone, forse i veri scafisti, che poi si sono resi uccelli di bosco.

L’avvocato Giancarlo Liberati li ha rintracciati in Germania, a Berlino. Si sono resi disponibili ad essere esaminati in videoconferenza ed il Gip ha incaricato la Pg di convocarli chiedendo assistenza all’autorità giudiziaria tedesca. I due dicono di non avere mai accusato la donna. Maysoon Majidi sta soffrendo molto la sua condizione dietro le sbarre. In questi mesi di detenzione ha perso più di tredici chili.

Contro quello che sta subendo è intervenuta anche Hana Human Rights Organization, un’organizzazione indipendente che promuove i diritti umani nel Kurdistan iraniano, della quale faceva parte la giovane regista e attrice. Chiede alla magistratura italiana, in quanto organismo nazionale per i diritti umani, di tenere conto del passato, della vita politica e delle attività in materia di diritti umani di Maysoon Majidi e di tenere conto del fatto che i trafficanti non pagano soldi. Chiede inoltre a tutte le organizzazioni italiane ed europee per i diritti umani e alla comunità internazionale di «sostenere un’attivista per i diritti umani che è stato vittima dell’ingiusto sistema giudiziario e del governo della Repubblica Islamica, nel frattempo la magistratura italiana è responsabile del futuro di Maysoon Majidi».

Il 10 maggio ci sarà finalmente un incidente probatorio e per l’occasione davanti al tribunale molte associazioni e movimenti umanitari si stanno organizzando per un sit-in di solidarietà nei confronti della 27enne iraniana detenuta. Che vale anche per Marjan Jamali, che a circa 200 chilometri più a sud sta vivendo la stessa condizione. Scafiste immaginarie. Due storie diverse, accomunate da un tragico destino. «Non si può correre il rischio che si scambino le vittime per carnefici» – è l’ammonimento conclusivo del Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Luca Muglia.

Share

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

Share
Share
EDICOLA DIGITALE