Il generale Vincenzo Molinese, comandante dei carabinieri del Ros
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Il generale del Ros Molinese in Commissione Antimafia spiega la piovra globale della ‘ndrangheta e il ruolo della Calabria nel narcotraffico
CATANZARO – Per comprendere come un’organizzazione criminale arcaica sia riuscita a imporre la propria egemonia sulle direttrici del narcotraffico mondiale, occorre tornare alla sua radice storica. La ’ndrangheta ha compiuto il suo salto di qualità decisivo trasformando i proventi dei sequestri di persona degli anni Settanta e Ottanta nel capitale d’avvio per il grande commercio della cocaina. Come emerso dal resoconto del comandante del Ros dell’Arma dei carabinieri, generale Vincenzo Molinese, dinanzi alla Commissione Antimafia, la Calabria non è più soltanto la terra d’origine delle cosche. La Calabria è la centrale strategica e finanziaria di una rete transnazionale capace di dialogare da pari a pari con i cartelli colombiani, la criminalità organizzata brasiliana e i gruppi emergenti del Nord Europa.
Il punto di svolta
Il punto di svolta per tracciare la dimensione attuale della mafia calabrese è rappresentato dalla maxi-operazione “Eureka”, scattata nel maggio 2023 sotto la regia della Dda di Reggio Calabria e della Procura nazionale Antimafia, con l’esecuzione di oltre cento misure cautelari e il sequestro di beni per 25 milioni di euro. L’operazione ha scoperchiato un network che coinvolge storiche famiglie mafiose. Cartelli criminali come «i Nirta “Versi”, Strangio “Janchi”, Giampaolo “Russello”, Giampaolo “Nardo”, Giorgi “Suppera”, Mammoliti “Fischiante”, Pelle “Gambazza”, nonché i cosiddetti “Tranca”», definiti da Molinese «il gotha della ‘ndrangheta d’area».
La forza delle cosche risiede nella loro proiezione estera, con famiglie radicate da decenni in Belgio e Germania e ramificazioni operative estese fino in Australia, Brasile, Portogallo e Spagna.
La filiera del riciclaggio
Nelle parole del Comandante del Ros, l’inchiesta che ha portato all’operazione “Eureka” rappresenta «un modello virtuoso di indagine. Perché non si è limitata ai sequestri di stupefacenti, ma è stata sviluppata nell’ottica della piena comprensione del monitoraggio delle dinamiche associative transnazionali e parallelamente sulle modalità di riciclaggio dei narco-proventi». Un’inchiesta, insomma, che risale all’«intera filiera» del narcotraffico. L’indagine ha dimostrato come la ‘ndrangheta abbia importato cocaina «grazie anche ai rapporti intessuti con il Clan del Golfo sia dalla Colombia, ma anche via Ecuador, Brasile e Panama per alimentare il mercato europeo, italiano, tedesco e belga in particolare».
Il ruolo del porto di Gioia Tauro
Nel cuore di questa struttura logistica, il territorio calabrese continua a ricoprire un ruolo decisivo attraverso lo scalo marittimo di Gioia Tauro. Per muovere centinaia di chili di cocaina alla volta, la ’ndrangheta predilige il metodo del rip-off, dove la droga è stivata in container commerciali legali. Per garantire il recupero sicuro della merce, le cosche mantengono la «costante disponibilità di esfiltratori operanti nei porti di Gioia Tauro contigui alle cosche della Piana di Gioia Tauro».
Nuove frontiere: cocaina liquida
Accanto ai canali tradizionali, il Ros ha segnalato la crescita di «una nuova frontiera che si sta riscontrando in questa fase storica». Ossia «quella della cocaina liquida impregnata in merce legale attraverso la miscelazione con materiali di supporto naturali (alimenti, bevande, polpa di frutta, eccetera) e non naturali (carbone, materiali porosi, tessuti, legno o cartone) oggetto di spedizione». Si tratta di «un metodo estremamente sicuro perché elude i controlli scanner, ma che necessita della collaborazione di chimici che sono le stesse organizzazioni fornitrici a mettere a disposizione, nonché di laboratori deputati all’estrazione».
Le indagini hanno permesso di smantellare diverse raffinerie clandestine sul territorio nazionale, tra cui quella individuata il 14 febbraio 2026 a Sant’Agata del Bianco, in provincia di Reggio Calabria. Qui è stato rinvenuto un laboratorio «ove all’interno era presente acido borico e materiale per il confezionamento in panetti della cocaina» con il contestuale arresto di due domenicani.
La logistica dei traffici
Il vero elemento di forza della mafia calabrese non risiede tuttavia nella sola capacità logistica di importare lo stupefacente, ma nell’efficienza con cui riesce a far rientrare i capitali liquidi in Sudamerica per saldare i fornitori. Nell’ambito della sola operazione “Eureka” è stato ricostruito il movimento di «circa 22 milioni 300 mila euro dalla Calabria al Belgio e ai Paesi Bassi da lì a Panama, Colombia, Brasile ed Ecuador».
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Questo flusso finanziario è stato gestito sia «attraverso spalloni con autoveicoli dotati di doppi fondi per la tratta Calabria-Belgio», sia «mediante l’ingaggio ad hoc di autonomi circuiti criminali cinesi attivi in Italia (Roma, Milano e Napoli) e in Olanda, con basi anche a Dubai, specializzati nell’esecuzione di operazioni di pick up money a livello globale».
Le alleanze in Sudamerica
La leadership calabrese si riflette anche nella capacità di garantire una latitanza strategica ai propri vertici all’estero. L’emblema di questa proiezione globale è la vicenda di Rocco Morabito e Vincenzo Pasquino, rintracciati e arrestati a João Pessoa, in Brasile, nel maggio 2021. Gli sviluppi investigativi hanno dimostrato che i due latitanti, da anni in Brasile, «avevano intessuto rapporti strutturali, per conto delle più importanti cosche della ‘ndrangheta, con il PCC e con altri sodalizi operanti nella Tripla Frontera». Ciò «allo scopo di garantire all’organizzazione calabrese costanti approvvigionamenti sulle rotte che generavano dai porti brasiliani».
Criticità e sfide investigative
Di fronte a un fenomeno criminale privo di confini, la risposta istituzionale deve fare i conti con precise criticità operative. Il generale Molinese ha richiamato l’attenzione sulla «mancanza del regolamento esecutivo previsto nella legge 146 del 2006 in merito al rilascio dei documenti di copertura per gli agenti undercover». E ha evidenziato come «non avere una norma che consenta direttamente di poter avere i documenti di copertura è un limite per uno strumento investigativo che nel nostro Paese è molto importante».
Doppio canale finanziario
Sul fronte dell’aggressione ai patrimoni, il Ros ha affiancato alle metodologie tradizionali le indagini economico-finanziarie, istituendo un reparto dedicato per contrastare i narco-pagamenti «che sempre più spesso avvengono tramite circuiti basati sulla compensazione, sul modello hawala».
La Calabria criminale si conferma così bivalente. Radicata nella salvaguardia del controllo territoriale d’origine ma estremamente flessibile nel cogliere le opportunità del mercato globale. Da qui la necessità di uno sforzo investigativo che, come ha sottolineato il generale nella sua audizione, punti sempre a «disarticolare l’organizzazione criminale che origina il traffico» per garantire «la cura dell’effetto e non della causa».
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