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Sono 620 docenti che inviano lettera a Meloni e Cipess per fermarne l’approvazione del Ponte Sullo Stretto; Parlano di “inganno militare”, una “bugia strumentale”: “«Non esistono dossier Nato che includano il Ponte».


SONO 620 i docenti, ricercatori e ricercatrici, provenienti da università italiane ed estere, che hanno scelto di opporsi attivamente alla realizzazione del Ponte sullo Stretto inviando, alla presidente del consiglio Giorgia Meloni e ai componenti Cipess, una lettera in cui chiedono che non si proceda all’approvazione del progetto.

Dopo l’Accordo di programma, siglato tra ministeri delle Infrastrutture ed Economia, Regioni Calabria e Sicilia, Anas, Rfi e Stretto di Messina Spa, rimangono pochi passaggi per la partenza dei cantieri, tra questi, quello determinante, sarà l’ok del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, chiamato, per l’appunto, ad approvare il piano economico e finanziario dell’opera.

Ai membri del Cipess, il Movimento “Universitari No Ponte” ha sottoposto, in particolare, la questione della qualificazione dell’opera come infrastruttura (anche) militare che reputano «una forzatura priva di basi». Nelle scorse settimane, sul Ponte si sono via via ricevuti più segnali sulla sua classificazione strategica come dual-use, sia civile che militare, ma già nel report Iropi, con il quale l’Italia comunicava all’Ue i motivi imperativi di rilevante interesse pubblico dell’infrastruttura, si riconosceva al Ponte un ruolo nei processi di safety e security e una potenziale utilità per le forze militari Nato.

I DOCENTI: LA FUNZIONE MILITARE DEL PONTE SULLO STRETTO E’ “UNA BUGIA STRUMENTALE”

Secondo i docenti, la funzione militare è «una bugia strumentale, fondata su documenti irreperibili e non verificabili e che, peraltro, rende inapprovabile dal Cipess il progetto».
Indipendentemente da altre ragioni di incompletezza e di contrasto con normative comunitarie individuate da esperti e parti civili (Direttiva “Habitat” e Direttiva “Appalti”), «la presunta valenza militare dell’opera renderebbe necessario un adeguato e approfondito parere preventivo da parte delle strutture tecniche e gestionali dell’Esercito, e che, soprattutto, revisionino il progetto secondo le esigenze tecniche della mobilità militare».

Il movimento dei professori, ha stilato un elenco di punti che impedirebbero al Cipess di approvare un’opera che sarebbe priva di legittimità tecnica, ambientale, militare e istituzionale.
Innanzitutto, il Ponte come opera strategica militare sarebbe «un inganno» perché «non nasce e non è mai stato pensato come un oggetto militare o dual-use (civile/militare). Prove ne sono:

1) è commissionato a un’azienda privata;
2) che nella relazione del progettista non compare mai nessun riferimento all’utilizzo militare dell’infrastruttura;
3) il progetto è sviluppato senza alcun coinvolgimento dell’Esercito, a cui non è mai chiesto parere tecnico». «La caratterizzazione militare dell’opera è stata evidenziata solo di recente e sembra strumentalmente indirizzata a eludere o scavalcare del tutto la valutazione di incidenza ambientale», aggiungono.

UNA SCELTA INFONDATA

Ma c’è di più, con la riclassificazione militare, infatti, il Ponte rientrerà nelle spese Nato per la parte dedicata alla sicurezza (l’1,5%) e contribuirà a raggiungere il target del 5% del Pil, obiettivo per il quale l’Italia si è impegnata con gli alleati.
Definirlo come opera di interesse militare, per i no ponte, è «pericoloso», poiché, come già sollevato anche dalla minoranza parlamentare, «lo renderebbe automaticamente obiettivo legittimo in caso sciagurato di una guerra. Un suo attacco (o del cantiere in fase di realizzazione) non sarebbe più inquadrabile come una violazione del diritto internazionale e, in particolare, delle Convenzioni di Ginevra».

Si tratterebbe anche di una scelta «infondata», in quanto le reti ferroviare italiane «non sono idonee al trasporto di mezzi blindati pesanti», inoltre, «Il collegamento stradale e ferroviario fra le basi Nato (navali e aeree) di Sigonella e Napoli è lungo oltre 600 km; dovessimo considerare militarmente strategico questo collegamento sarebbe insensato “militarizzare” un segmento di appena 3,6 km».

E ancora, si legge nel documento, «è dissennato» il disinvestimento nei mezzi di attraversamento su nave, poiché «ridurrebbe la resilienza del sistema di trasporto, creando potenziali problemi, anche gravi, nel caso di temporanea inagibilità del ponte o del sistema ferroviario».
Concludono i docenti precisando che si tratta di «un falso». La strategicità del Ponte – infatti – è invocata dal nostro governo, ma mai confermata dagli organismi di difesa Ue o Nato. Non esistono (o non sono pubblici) dossier Nato che includano il Ponte tra le opere comprese nelle Main Supply Routes (MSRs) né è incluso nell’Action Plan for Military Mobility
dell’Ue».

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