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L'ingresso dell'impresa Clarà a Santa Severina

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SANTA SEVERINA – Cinque, forse sei autocarri, una macchina rifinitrice utilizzata per lavori stradali, impianti industriali dell’impresa edile e di costruzioni stradali di Antonio Clarà sono andati completamente distrutti in seguito a un incendio di presumibile natura dolosa divampato, per cause da accertare, all’interno di un capannone, anch’esso andato completamente distrutto nel rogo, nella frazione Altilia di Santa Severina.

L’inquietante episodio di presumibile matrice intimidatoria si è materializzato l’altra notte. I vigili del fuoco sono stati impegnati fino a ieri mattina nella complessa opera di spegnimento delle fiamme. I danni non sono stati quantificati con esattezza ma appaiono davvero ingenti e, a quanto pare, non erano coperti assicurativamente. Sono in corso accertamenti da parte dei carabinieri della Compagnia di Petilia Policastro.

Gli investigatori non si sbilanciano e attendono la relazione tecnica dei vigili del fuoco; in questa fase, stanno cercando di appurare in quali lavori fosse impegnato il noto imprenditore che, da quanto è stato possibile apprendere, non avrebbe saputo riferire elementi utili alle indagini non rivelando di avere ricevuto pressioni o minacce negli ultimi tempi.

Tra i lavori più recenti che gli sono stati appaltati si possono annoverare comunque interventi sulla viabilità lungo la strada statale 107 e nel territorio comunale di Cotronei. Del caso è stato informato il sostituto procuratore di Crotone Andrea Corvino. È ancora presto per stabilire se il racket abbia alzato il tiro ma il modus operandi sembra quello collaudatissimo della criminalità organizzata.

Clarà è già noto alle forze dell’ordine e con la giustizia ha avuto a che fare. Due anni fa il Tribunale del riesame di Catanzaro, accogliendo l’istanza dell’avvocato Giuseppe Di Renzo, aveva ammesso al controllo giudiziario la sua impresa, già destinataria di un’interdittiva antimafia emessa dalla Prefettura di Crotone.

Uno strumento che ha consentito la prosecuzione dell’impresa sotto la vigilanza di un commissario giudiziario col compito di monitorare anche il corretto andamento della gestione societaria al fine di scongiurare la perdita del patrimonio aziendale e salvaguardare i livelli occupazionali. Rinviato a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa – accusa per la quale era stato anche arrestato – nell’ambito dell’inchiesta che nel 2012 portò all’operazione della Dda di Reggio Calabria “Bellu lavuru”, aveva ottenuto lo strumento rientrando il suo caso, secondo i giudici, in quella «posizione di terzietà rispetto alla consorteria mafiosa della quale si è paventato il pericolo di infiltrazione». Ciò per l’«occasionalità dei contatti tra l’imprenditore e la mafia».

Per gli inquirenti della Dda reggina non era concepibile che il geometra Clarà da Santa Severina potesse gestire autonomamente un affare da sette milioni di euro nel Reggino, territorio infestato dalle cosche più potenti della ‘ndrangheta. Si sarebbe, infatti, aggiudicato la variante alla strada statale 106 all’interno dell’abitato di Palizzi, e in particolare i lavori di movimento terra relativi alla detta opera, secondo le tipiche logiche delle consorterie ‘ndranghetistiche. Il ruolo di Clarà, da quanto emergeva in quell’inchiesta, sarebbe stato quello di subappaltare il subappalto soltanto formalmente assegnato.

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