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L'arena di Verona

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Il clan Arena di Isola Capo Rizzuto estende la sua influenza ben oltre i confini della Calabria, anche fino all’Arena di Verona

ISOLA CAPO RIZZUTO (CROTONE) – I tentacoli della cosca Arena di Isola Capo Rizzuto si erano allungati sull’Arena di Verona. Ciò grazie a un meccanismo di false fatturazioni e sovrafatturazioni ruotante attorno alla Eurocompany Group srl. Una società ritenuta contigua al clan e appaltatrice di servizi per ponteggi ed altri lavori svolti per l’ente pubblico deputato alla gestione del noto anfiteatro, la Fondazione Arena. E fatturando importi maggiorati l’impresa vicina alla ‘ndrangheta lucrava con i fondi neri.

C’è anche questo nelle carte dell’inchiesta condotta dalla Dia e dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Verona. Gli inquirenti, al termine di complesse indagini coordinate dal procuratore distrettuale di Venezia, Giovanni Zorzi, hanno eseguito, nelle province di Verona, Mantova e Trento, quattro misure cautelari personali e il sequestro di beni per un valore di oltre nove milioni di euro.

LE MISURE CAUTELARI APPLICATE

La misura in carcere è stata applicata ai fratelli Pasquale e Francesco Riillo, rispettivamente di 56 e 51 anni, di Isola Capo Rizzuto. Sono stati ritenuti promotori e organizzatori di un’associazione a delinquere volta all’emissione di fatture per operazioni inesistenti con l’aggravante mafiosa perché finalizzata ad agevolare le cosche Arena e Nicoscia di Isola e Grande Aracri di Cutro. Misura in carcere anche per Giorgio Chiavegato, veronese di 64 anni, amministratore della Eurocompany. All’obbligo di dimora nella sua Rovereto è stato sottoposto il 70enne Alberto Sighele, amministratore di fatto di imprese cartiere intestate a terzi prestanome e funzionali al presunto giro di irregolarità fiscali. Soltanto i flussi finanziari transitati da Eurocompany a Riillo srl erano per quasi 5 milioni.

Il provvedimento è stato disposto dal gip distrettuale di Venezia Alberto Scaramuzza. Gli indagati nei cui confronti la Dda aveva chiesto misure erano 20, e tra loro dipendenti della Fondazione Arena con funzioni amministrative e contabili. I Riillo erano già detenuti per altro. Ai destinatari di misure cautelari sono contestati reati tributari, con particolare riferimento all’emissione e utilizzo di false fatturazioni, riciclaggio e autoriciclaggio, aggravati dall’aver commesso tali reati con metodo mafioso e per agevolare l’attività della ‘ndrangheta.

L’EUROCOMPANY E LE ALTRE SOCIETÀ

La Eurocompany, gestita dai tre arrestati, sarebbe stata strumentalmente utilizzata per l’emissione di fatture per operazioni inesistenti. Di queste operazioni erano beneficiarie altre imprese riconducibili a esponenti della criminalità organizzata di matrice calabrese attive tra Veneto ed Emilia Romagna. Ma le indagini avrebbero documentato anche l’esistenza di altre società ritenute vicine alla ‘ndrangheta, interessate alla realizzazione di lavori, anche in appalti pubblici, nel settore edilizio.

Le successive verifiche svolte, avvalorate dalle dichiarazioni rese da Giuseppe Giglio, collaboratore di giustizia arrestato nell’ambito dell’operazione Aemilia della Dda di Bologna, già imprenditore di riferimento della cosca Grande Aracri, hanno consentito l’apertura di un nuovo procedimento penale e l’esecuzione di complessi accertamenti bancari nei confronti di società esecutrici di lavori pubblici.

GLI INTERESSI DEL CLAN ARENA SULL’ARENA DI VERONA

Ma si sono aggiunte le rivelazioni di un nuovo pentito, Domenico Mercurio, “fatturista” della cosca Arena. Le indagini, svolte in sinergia con la Guardia di Finanzia del Comando provinciale di Verona, avrebbero quindi fatto luce sui tentativi di infiltrazione nel settore dell’edilizia in Veneto da parte dei clan isolitani Arena e Nicoscia. Disamine contabili, controlli incrociati, riscontri degli obblighi previdenziali, interpolazione con le evidenze antiriciclaggio e mappature delle cointeressenze societarie, insieme alle verifiche fiscali, avrebbero permesso di appurare elementi di contiguità con la ‘ndrangheta in alcune imprese e la fittizietà di rapporti per la realizzazione di opere o la prestazione di servizi. I flussi finanziari erano poi diretti in favore di imprese con sede in Calabria, riconducibili agli ambienti della criminalità organizzata del Crotonese.

Il meccanismo delle false fatturazioni avrebbe consentito di lucrare il 35% circa dell’imposta IVA maggiorata di una commissione di ricarico per il servizio reso pari a circa il 13%. Il guadagno così ottenuto, appunto del 35% del capitale inizialmente investito, veniva corrisposto direttamente al gruppo e suddiviso in due parti uguali pari al 17,5% a o ai Riillo. La parte che veniva attribuita a Mercurio sarebbe stata destinata per circa il 10% per remunerare l’acquisto di nuovo denaro contante da parte dei diretti fornitori, il denaro residuo sarebbe stato il compenso per lo stesso Mercurio. Una parte del compenso dei fratelli Riillo, circa il 3 %, andava alle famiglie di ‘ndrangheta Grande Aracri, Arena e Nicoscia. Così l’Arena di Verona diventava strumento di finanziamento dei clan.

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