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BOLOGNA – Nell’ambito dell’indagine “Aemilia” della Dda di Bologna contro il clan di ‘ndrangheta Grande Aracri scattata lo scorso 28 gennaio gli inquirenti hanno disposto una perquisizione a casa di Vincenzo Iaquinta, ex attaccante della Juventus e della Nazionale azzurra campione del mondo nel 2006. La perquisizione a casa di Giuseppe Iaquinta è stata delegata dalla Dda di Bologna e le due pistole, una calibro 38 e una calibro 7,65, sono state trovate all’interno di una cassaforte, in un sottoscala nel seminterrato. 

L’ex campione del mondo di calcio non è indagato, come inizialmente ricostuito dall’Ansa, ma è stato perquisito su iniziativa di polizia giudiziaria, in questo caso i carabinieri, alla ricerca di possibili prove di reato dopo che in casa del padre, Giuseppe, arrestato nell’operazione Aemilia, erano state trovate due pistole intestate al figlio. In base all’impostazione giuridica scelta per l’atto, Iaquinta dunque non risulta formalmente indagato.

 Il divieto di porto d’armi per il padre del calciatore fu deciso dalla prefettura di Reggio Emilia, dopo la cena del 21 marzo 2012, in un ristorante della città: è la cena alla quale parteciparono oltre al politico Giuseppe Pagliani di Forza Italia (anche lui tra gli arrestati dalla Dda come il padre di Iaquinta) anche altre persone ritenute vicine alla ‘ndrangheta e secondo gli investigatori in quell’occasione fu siglato un patto tra il politico e le cosche.  In seguito al ritrovamento delle pistole, oggi sono scattate ulteriori perquisizioni a casa di Iaquinta e di due fratelli.

La notizia si ricollega al coinvolgimento nell’operazione anti ‘ndrangheta del padre dell’ex calciatore, Giuseppe Iaquinta, che figurava tra gli arrestati del troncone Emiliano dell’indagine sul clan Grande Aracri di Cutro.

Secondo quanto emerso dalle indagini in Emilia Romagna il clan Grande Aracri da Cutro ha instaurato una struttura organizzativa capeggiata, per l’appunto, dai Grande Aracri, attualmente detenuto sotto regime carcerario duro, controllava un’ampia area geografica che si estendeva in Calabria da Cutro fino alla provincia di Catanzaro e aveva stretti collegamenti con gruppi operanti nel resto della provincia di Crotone, in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Le accuse sono di associazione mafiosa, omicidi, armi, estorsione, rapine e altro. Oltre che di infiltrazione nella ricostruzione post terremoto in Emilia.

La struttura organizzativa del clan Grande Aracri ha portato alla nascita di una seconda grande provincia di ‘ndrangheta dopo quella di Reggio con interessi diffusi e la volontà di infiltrarsi anche nella giustizia e nei lavori di ricostruzione del post terremoto in Emilia

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