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Fascicoli in un'aula di tribunale

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CIRO’ MARINA (CROTONE) – «Chi sbaglia paga». Anche se di mezzo ci può andare una bimba. Un’anima innocente. Dopo aver iniziato a vuotare il sacco ai magistrati milanesi sulle infiltrazioni dei Bad Boys (nome in codice per un’operazione anti-‘ndrangheta nel Varesotto di qualche anno fa) a Malpensa, Emanuele De Castro, esponente di vertice del “locale” di Legnano e Lonate Pozzolo – avrebbe scalato la gerarchia criminale fino a conseguire il grado della “santa” – la cellula lombarda della super cosca Farao Marincola di Cirò, ha iniziato a parlare anche dei delitti in Calabria.

La sua prima “cantata” alla Dda di Catanzaro, a un anno dall’operazione Krimisa in cui fu arrestato, è stata prodotta dal pm Domenico Guarascio che l’ha versata agli atti del procedimento per l’omicidio di Vincenzo Pirillo, ex reggente del clan la cui gestione, a quanto pare, scontentava i capi detenuti per la malversazione dei fondi, tant’è che fu assassinato il 5 agosto 2007 mentre cenava con la famiglia nel ristorante l’Ekò a Cirò Marina. Un agguato compiuto con modalità efferate ed eclatanti, in cui rimase ferita una bambina che la vittima predestinata teneva in braccio.

Ieri è iniziata, davanti al gup distrettuale di Catanzaro, l’udienza preliminare (poi rinviata per un difetto di notifica) a Cataldo Marincola, tra i capi storici della cosca, Giuseppe Spagnolo, altro pezzo da novanta del clan, e dei boss ergastolani Giuseppe e Silvio Farao.

Pirillo lo incontrò dopo la sua scarcerazione nel 2006: glielo presentò come “responsabile” della cosca cirotana Enzo Rispoli, il capo della cellula cirotana al Nord, durante un periodo di vacanza a Cirò Marina. Ma di Pirillo ha sentito parlare in Lombardia, a causa delle lamentele, veicolate sempre a Rispoli, da parte del presunto affiliato Luigi Mancuso. A Pirillo si contestavano, oltre a «modi arroganti», anche «il non dar conto delle proprie azioni». «Ha comprato case e sistemato economicamente i parenti e non dà nulla agli altri».

Uno dei più scontenti pare fosse Spagnolo, che diceva di rischiare il carcere trafficando in droga mentre Pirillo si arricchiva gestendo la “bacinella”, ovvero la cassa comune del clan. Mancuso sosteneva che bisognava togliere la gestione della cosca a Pirillo per affidarla a Ciccio Castellano, secondo lo schema avvalorato peraltro dal processo Stige. Sempre durante quell’estate cirotana, De Castro ricorda di aver incontrato Pirillo in un bar e di aver notato che era “turbato” e avrebbe iniziato a guardarsi intorno, come se temesse un agguato. Del resto, che fosse un dead man walking glielo confermò Cataldo Marincola in persona, incontrato nella sua abitazione dove l’accompagnò Rispoli. «Era consapevole dei rischi che correva non avendo sostenuto economicamente i due Farao e lo stesso Marincola». Ma fu a Legnano, nell’abitazione di Mancuso, durante un periodo in cui Marincola e Silvio Farao si erano trasferiti per sfuggire a un blitz, che lo stesso Marincola chiese a De Castro se fosse disponibile a eseguire materialmente l’omicidio.

«Confermai la disponibilità», ha raccontato il pentito. Ma De Castro sa anche di un incontro con Castellano e Pirillo, portati al cospetto di Silvio Farao e Marincola, in un’abitazione al confine con la Francia; incontro finalizzato a formalizzare la cessione del comando appunto a Castellano. Sempre Rispoli partì alla volta di Cirò Marina per consegnare le «formule», cioè i rituali dell’affiliazione, a Pirillo, ma era una «finta» per tranquilizzare Pirillo del quale comunque era stata decisa l’eliminazione. Agli inizi di luglio 2007 il pentito ricevette insistenti telefonate da Rispoli che gli chiedeva di andare con urgenza a Cirò Marina. Lui capì che era arrivato il momento di eseguire l’omicidio ma spiegò che sarebbe potuto arrivare a fine luglio in quanto era impegnato in una clinica di Milano per lavori edili.

Una settimana dopo seppe dalla stampa dell’omicidio. A Rispoli, De Castro chiese chi lo sostituì come «azionista» e la risposta fu che il killer era stato colui che aveva più «malanimo» nei confronti di Pirillo, ovvero Spagnolo. «Chiesi il perché di tanta violenza, di tanti rischi, ero colpito dal fatto che fosse rimasta ferita una bambina nell’agguato… Rispoli mi disse che l’omicidio era stato volutamente compiuto in maniera clamorosa per diretto volere dei fratelli Giuseppe e Silvio Farao e di Cataldo Marincola. Mi soggiungeva che occorreva far capire a tutti che chi sbaglia paga e che erano tornati a comandare Marincola e i Farao».

C’è anche un filo rosso con l’uccisione di Cataldo Aloisio in Lombardia, del quale ai pm lombardi il pentito ha indicato i presunti mandanti, Cataldo Marincola e Silvio Farao, e il possibile movente, che più che nello stroncare il progetto di vendicare Pirillo, suo zio, che la vittima non era considerata «in grado» di realizzare, risiedeva nel fatto che lo stesso Aloisio era un confidente dei carabinieri.

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