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Matteo Salvini

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CUTRO (CROTONE) – Aveva chiesto di fare un selfie con Matteo Salvini che, dopo aver visitato alcuni centri del Reggiano, e in particolare Brescello, Gualtieri e Guastalla, aveva appena fatto dichiarazioni contro la mafia – “la ‘ndrangheta fa schifo”. E per questo Salvatore Procopio, che sarebbe un esponente di spicco alla ‘ndrangheta calabro-emiliana, rideva di gusto insieme alla moglie. Rideva, forse, perché, come racconta il pentito Giuseppe Giglio, ex bancomat delle cosche in Emilia, Procopio era “un affiliato, mica un associato”, in quanto lo aveva “battezzato” niente di meno che Nicolino Grande Aracri, ovvero il vertice indiscusso della super cosca al centro del più grande processo mai celebrato contro le mafie al Nord, quello denominato Aemilia.

C’è anche questo nella seconda tranche dell’operazione “Perseverance”, una sorta di Aemilia bis nell’ambito della quale ora è finito in carcere il 47enne cutrese con l’accusa di far parte della consorteria ‘ndranghetistica operante in Emilia e di detenzione illegale di armi da sparo. E’ l’operazione, coordinata dal procuratore della Dda di Bologna, Giuseppe Amato e dal pm Antimafia Beatrice Ronchi e condotta dalla polizia di Stato, che già aveva portato all’emisione di un’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Alberto Ziroldi, nel marzo scorso, per i reati di associazione mafiosa e tentata estorsione aggravata dal metodo e dall’agevolazione mafiosi, a carico di diversi presunti esponenti del sodalizio di ‘ndrangheta con testa a Cutro, quali Giuseppe Grande Sarcone, Salvatore Muto e Antonio Muto, già condannati anche in appello nel maxi processo Aemilia, Domenico Cordua, Giuseppe Frijio ed altri.

Tra gli episodi riportati nel provvedimento a carico di Procopio, a dimostrazione della sua «sfrontatezza», viene ripercorsa la missione emiliana di Salvini che nel gennaio 2020 prese nettamente le distanze dal fenomeno ‘ndrangheta citando appunto la sentenza Aemilia. Come sua consuetudine, il leader leghista si rese disponibile, a margine dell’iniziativa politica, a scattare selfie con militanti e simpatizzanti.

Procopio fu uno di quelli che chiese di fare la foto, durante l’incontro di Gualtieri, con Salvini che, è il caso di sottolinearlo, era del tutto inconsapevole di chi fosse l’indagato il quale, sarcasticamente, a un certo punto dice alla moglie, nel corso di una conversazione intercettata, che i carabinieri l’avranno notato. «Distruggere la ‘ndrangheta… è l’unico che può fare qualcosa… Che c…. fa la foto con Salvini quello… se mi hanno visto i carabinieri».  Procopio, ironia della sorte, farebbe parte delle nuove leve della super cosca cutrese della quale sarebbe stata documentata un’articolata attività estorsiva per una somma di denaro, quantificata, stando ai dialoghi captati nel corso delle indagini, in oltre due milioni di euro. In questo contesto era stata sequestrata un’arma comune da sparo con matricola abrasa illegalmente detenuta e portata, in concorso, da Friyio e Cordua. Dagli approfondimenti investigativi è emerso che l’arma era stata ceduta a Cordua, qualche giorno prima, da Procopio, affinché la detenesse per conto della consorteria.

Procopio è considerato dagli indagati, che nel corso delle intercettazioni ne esaltavano la caratura criminale, e, unanimemente, dai collaboratori di giustizia, un “azionista” e cioè un esponente della consorteria ‘ndranghetistica in grado di compiere azioni criminali, anche violente. Non a caso l’uomo sarebbe intervenuto in più occasioni con autorevolezza di ‘ndranghetista per dirimere controversie tra i sodali o per risolvere conflitti nonché per favorire la famiglia Muto di Gualteri (già colpita dalle operazioni Aemilia e Grimilde) e lo stesso Friyio. L’indagine che ha portato all’operazione “Perseverance” avrebbe rivelato i nuovi assetti dell’organizzazione criminale che si sarebbe riorganizzata anche con l’inserimento di Procopio, che il pentito Giglio, in particolare, indica tra i “riservati” della cosca, ovvero coloro che «non si conoscono» ma «vengono mandati in giro per essere occhi e orecchie di Grande Aracri».

E chissà se il compito di Procopio a Gualtieri era proprio quello di riferire cosa dicesse Salvini della ‘ndrangheta. Procopio, infatti, si sentiva talmente organico alla cosca cutrese che si «lamentava», dice sempre il pentito, di essere stato arrestato nell’operazione Pandora con l’accusa di essere affiliato al clan Arena di Isola Capo Rizzuto. Dall’accusa di associazione mafiosa fu poi assolto ma – vuoi mettere Isola con Cutro? – ci teneva a far sapere, sempre secondo Giglio, di essere «esclusivamente del clan Grande Aracri».

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