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CUTRO (CROTONE) – E’ tutto al vaglio. Bisogna capire a chi fosse destinato quel Rolex “Daytona” di cui si parla nelle intercettazioni. Un Rolex raro, fuori produzione, che il pentito Dante Mannolo avrebbe tentato di ordinare in una gioielleria di Padova, come egli stesso ammette in una delle “cantate” versate dalla Dda di Catanzaro agli atti dell’inchiesta che ha portato all’operazione Malapianta, condotta dalla Guardia di finanza di Crotone contro il clan stanziato nella frazione San Leonardo di Cutro e capeggiato da suo paodre Alfonso.

E ieri in aula, deponendo, in collegamento tramite videoconferenza da un sito riservato, dinanzi al Tribunale penale di Crotone, mentre assistevano suo padre – collegato dal carcere di Rovigo, e rimasto impassibile come una sfinge – e suo fratello Remo – collegato, invece, dal carcere di Caltanisetta – il colaboratore di giustizia, incalzato dal pm Antimafia Pasquale Mandolfino e dal difensore, l’avvocato Paolo Carnuccio, ha sciorinato tutta una serie di particolari, per certi versi inediti, su «30 anni» di dinamiche criminali. Compreso il tentativo di «fermare un’indagine». Almeno questo è quello che il pentito avrebbe chiesto a un avvocato  dal quale aveva saputo dell’esistenza di un procedimento penale contro la sua famiglia. Chissà se è il Rolex di cui parla nelle intercettazioni Alfonso Mannolo con i figli.

Il clan, insomma, aveva saputo di un’indagine in corso. E Dante Mannolo avrebbe promesso al legale che se quel tentativo di «fermare le indagini» fosse «andato bene» gli avrebbe «regalato» il Rolex. Ma non è soltanto questo il particolare inedito svelato dal pentito, che ieri ha raccontato che «un avvocato di Crotone – ha detto – ci promise 20mila euro in cambio di appoggio alle elezioni provinciali ma noi poi dirottammo i voti su un altro avvocato che venne eletto». La politica era una delle passioni del clan e «i ragazzi che si candidavano come consiglieri comunali o ufficiali di governo se appoggiati da noi venivamo eletti», ha raccontato il pentito che sostiene che il clan disponeva di un pacchetto di «circa 500 voti».

Il romanzo criminale è iniziato con la narrazione del rituale di affiliazione, avvenuto nel 2009 a casa di una sua zia, al quale parteciparono una trentina di persone: lui e suo fratello Remo vennero battezzati ma soprattuto si registrò la riforma delle famiglie Mannolo, Trapasso, Zoffreo e Falcone. «Baciammo sulla guancia i responsabili delle quattro famiglie (Alfonso Mannolo, Giovanni Trapasso, Carmine Falcone e Leonardo Zoffreo), brindammo a champagne e poi uscimmo a uno a uno per evitare di essere notati». «A capo c’era mio padre, sin da quando esisteva il “locale”, dai primi anni Settanta», racconta ancora il pentito. Le specialità del clan erano «la droga, le estorsioni ai villaggi turistici, l’usura». Mannolo si è soffermato sulracket ai villaggi Serenè e Porto Kaleo, raccontando che insieme al boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, descritto come l’esponente di maggiore rilievo della ‘ndrangheta crotonese, suo padre decise di imporre tangenti dal 3% al 5% sui lavori di costruzione. «Prima li faceva la ditta D’Alessandro di Crotone ma fu minacciata da Grande Aracri e furono chiamate imprese di Cutro e San Leonardo: Curcio, De Luca, Rotondo». Altro “patto” quello con gli imprenditori Maresca di Pescara che, pur riluttanti, dovettero sottostare al pizzo annuale di 90 milioni di lire poi tramutato in 50mila euro. Se qualcuno non pagava, come per un periodo pare facesse Giovanni Notarianni, titolare di Porto Kaleo, la risposta erano i danneggiamenti. «Gliene abbiamo fatti quattro o cinque per farlo ragionare».

Mannolo ha svelato anche il retroscena dell’acquisto all’asta di un terreno, seguita in tutto il suo iter dall’avvocato Domenico Grande Aracri, fratello del boss e la cui moglie era peraltro amministratrice del condominio di Porto Kaleo. «Non è che l’avvocato era là perché più bello ma perché era stato imposto dal fratello e da mio padre». E «se qualcuno interessato all’asta voleva partecipare veniva avvicinato ed escluso, il terreno doveva andare a noi, punto». Duecentomila euro ciascuna misero le due famiglie mafiose col fine di realizzare 130 appartamenti e lucrare. Tutta l’economia dei villaggi era decisa dal clan. «Una marea di persone ci hanno lavorato, dipendenti, manutentori, fornitori». Della fornitura di caffè, per esempio, si occupava lui che però dice di non sapere se quando fece l’offerta a Notarianni «accettò per paura o meno». Il pentito ha stimato in «due milioni» il patrimonio in contanti del padre, in parte custodito in «case nascoste». Trecentocinquantamila euro furono ritrovati nei mesi scorsi e il pentito ha anche svelato a chi corrispondono i nomignoli affibbiati ai guardiani del tesoretto, “Thor”, lo “Svizzero” e “Gigi D’Alessio”. Aveva tanti soldi, il presunto boss Mannolo, tanto che li investì in una ditta di poste private perché aveva l’esigenza di cambiare una caterva di banconote da 500mila euro. «Io sapevo tutto perché mio padre ce ne parlava e poi io partecipavo».

Il pentito ha anche raccontato di un incontro tra suo padre e il boss di Papanice Mico Megna, «amici di vecchia data, entrambi capi del loro “locale” sin da quando esistevano», per discutere degli «assetti del circondario»; incontro che avvenne a suo dire nella sede di un’assicurazione. Suo padre era presente anche quando Antonio Foschini gli chiese, dopo le «riverenze del caso», se l’emissario dei Mannolo poteva evitare di passare nei bar di Crotone e Cosenza controllati da altre famiglie per chiedere forniture. Un fiume in piena, il rampollo del clan che ha deciso di saltare il fosso. E tanti nomi, date, cifre. Anche quando ha raccontato che lui e sua madre andavano a Natale e Pasqua a casa dei familiari dei detenuti Trapasso con buste di soldi o come è stata risolta la bega per una partita di cocaina rubata.

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