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La Corte di Cassazione

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CROTONE – Diventano definitivi due ergastoli e due condanne a 16 anni di reclusione per quattro calabresi accusati del brutale omicidio di Sesto Grilli, l’anziano imbavagliato, legato e assassinato la notte del 17 marzo 2019 a San Lorenzo in Campo (Pesaro Urbino) e che probabilmente prestava soldi con interessi usurari.

La Core di Cassazione ha respinto i ricorsi difensivi facendo così passare in giudicato la decisione presa nel luglio 2021 dalla Corte d’Assise d’appello di Ancona che a sua volta confermava la sentenza di primo grado emessa della Corte d’Assise di Pesaro. L’ergastolo è stato inflitto a Nino De Luca, 31enne di Melissa, e a Dante Lanza, 37enne di Cetraro; 16 anni ciascuno sono stati comminati, per concorso anomalo nell’omicidio, a Franco De Luca, 43enne di Melissa (è il fratellastro di Nino) e a Massimiliano Caiazza, 29enne di Cetraro.

«L’ho impacchettato tutto… è stato lì buono buono», è l’intercettazione chiave, attribuita a Nino De Luca, ritenuto il regista della missione di morte. Fu questa frase shock a dare la svolta alle indagini dei carabinieri della Compagnia di Fano, insieme all’esame del Dna che inchiodò due degli imputati per la corrispondenza dei campioni biologici sul nastro adesivo telato con cui fu legata la vittima.

A tradire i quattro anche l’esame del traffico dei ponti ripetitori telefonici e la visione di ore di filmati delle telecamere di sorveglianza, poste su strade e autostrade lungo il percorso fatto la notte del delitto a bordo di un’auto Citroen “C3” dagli imputati. Così i carabinieri chiusero il cerchio intorno ai quattro sospettati, a conclusione di continui pedinamenti ed escamotage grazie ai quali acquisirono di nascosto i loro campioni biologici, a partire dai quali la Sezione biologica del Ris di Roma isolò i profili genetici per il confronto con i reperti. Gli autori dell’omicidio avrebbero lasciato l’abitazione, dove Grilli morì per asfissia alle 4,24, dopo aver rubato la cornetta del telefono fisso cordless in cui erano memorizzate le ultime utenze, nel tentativo, secondo l’accusa, di ostacolare gli accertamenti delle forze dell’ordine.

Grilli, come rilevato dal medico legale che eseguì l’autopsia, fu raggiunto, inizialmente, sul divano del soggiorno, come confermerebbero gli schizzi di sangue sulle pareti e su un quadro. Fu colpito con ogni probabilità allo zigomo sinistro. A partire dalla violenza e dal disordine tra i mobili, gli inquirenti ipotizzarono il movente della rapina, considerata anche la capacità economica di Grilli, che in passato, nel 2017, aveva denunciato un furto di 40mila euro anche se, secondo alcune testimonianze, pare che il denaro sottrattogli fosse molto di più.

L’organizzazione del piano da parte dei quattro scaturiva, secondo la ricostruzione degli inquirenti, dai rapporti di conoscenza tra Grilli e la famiglia De Luca. In particolare, la vittima conosceva anche il padre dei due ragazzi, Giuseppe. Fu in base alla testimonianza di un carabiniere (che in passato aveva ricevuto un prestito di soli 1000 euro dalla vittima che, con sorpresa del militare, chiese 100 euro di interessi al momento della restituzione) che le indagini imboccarono la pista melissese. Pare, infatti, che tra il 2011 e il 2012 Giuseppe De Luca avesse evidenziato il carattere ostico di Grilli che lo “stressava” chiedendogli quasi quotidianamente la restituzione di somme di denaro.

Significativa, sempre secondo gli inquirenti, la cessazione dei contatti telefonici tra gli imputati subito dopo il delitto. Ma anche l’improvvisa vendita del telefono cellulare da parte di Nino De Luca, peraltro costoso e funzionante. Ma ci sarebbe stato anche un maldestro tentativo di acquisire informazioni sul carabiniere, la cui testimonianza si rivelò decisiva, il quale aveva instaurato un rapporto di amicizia con Grilli.

Gli imputati erano difesi dagli avvocati Giovanni Mauro, Tiziano Saporito, Giuseppe Bruno e Francesco Loiacono. Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, gli imputati, a parte Franco De Luca che ha sempre sostenuto di non essere presente sulla scena del crimine, hanno reso dichiarazioni accusatorie nei confronti dei coimputati e ciò ha complicato il compito dei difensori che si sono dovuti districare tra elementi contraddittori forniti dai propri assistiti.

Nino De Luca aveva peraltro reso dichiarazioni accusatorie nei confronti del fratello. I legali di Franco De luca, gli avvocati Mauro e Saporito, in particolare, avevano fondato la loro strategia difensiva sulla tesi del trasferimento indiretto del Dna rinvenuto sulla scena del crimine avvalorata, a loro avviso, da una testimonianza che fornirebbe un alibi evidentemente non ritenuto attendibile dai giudici.

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