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A Verona la ‘ndrangheta non è un’ombra: la Cassazione conferma la cellula Arena-Nicoscia, di Isola Capo Rizzuto, con infiltrazioni e condanne definitive


ISOLA CAPO RIZZUTO – Il “locale” di ‘ndrangheta di Verona c’era. C’è il sigillo della Corte di Cassazione anche nel troncone processuale svoltosi col rito ordinario dopo l’inchiesta che nel giugno 2020 portò all’operazione Isola scaligera, con cui la Dda di Venezia ritiene di aver reciso i tentacoli della cosca Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, che aveva costituito una sua cellula in Veneto.  Diventano definitive le condanne per Francesco Vallone a 13 anni di carcere e Antonio Lo Prete a 1 anno e 8 mesi. Dovrà celebrarsi un processo d’appello bis per Antonio Giardino, vertice del clan, condannato in Appello a 29 anni e 4 mesi, e Michele Pugliese, già condannato a 17 anni, in seguito all’esclusione dell’aggravante mafiosa in relazione a un episodio di estorsione. Ma passa in giudicato la parte della sentenza che li condanna entrambi per associazione mafiosa. Gli imputati erano difesi dagli avvocati Luca Cianferoni, Anna Maria Rago, Tiziano Saporito e Giovanni Vecchio. L’esistenza dell’articolazione veneta dei clan isolitani era stata riconosciuta anche nel filone del rito abbreviato.

‘NDRANGHETA DELOCALIZZATA

In particolare, i supremi giudici osservano che è infondata la tesi difensiva dell’insussistenza dell’associazione mafiosa. «La natura mafiosa – è detto nella sentenza – è quella propria del nucleo centrale della associazione operante nelle aree di origine e il gruppo “delocalizzato” è, semplicemente, parte di esso». «Non vi è dubbio – afferma ancora la Corte – che esistesse l’associazione Arena-Nicoscia e che abbia concretamente operato nel territorio veronese tramite gli imputati. Non è dubbio, cioè, che gli imputati, appartenenti a tale associazione di tipo mafioso abbiano agito, in collegamento con la casa madre, a Verona. E che qui abbiano costituito un gruppo, guidato da Antonio Giardino».

INFILTRAZIONI AL COMUNE

Di rilievo il ruolo del vibonese Francesco Vallone, indicato dagli inquirenti come l’organizzatore dell’infiltrazione mafiosa nell’azienda municipalizzata del Comune di Verona, Amia. In qualità di titolare del centro studi “Enrico Fermi” consentì al clan di far conseguire titoli di studio a numerosi sodali. «Del tutto infondata», dice la Cassazione, è la prospettazione difensiva secondo cui le dazioni di denaro al presidente di Amia Andrea Miglioranzi (che ha definito la sua posizione col rito abbreviato), sarebbero state regalie, essendo stata raggiunta la «piena prova del patto corruttivo». La Corte di appello di Verona, sempre secondo la Cassazione, ha valutato in maniera «non manifestamente illogica» le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Nicola Toffanin.

PROGETTO AMPIO

Il pentito veneto ha affermato che l’affare rientrava in un «più ampio progetto coinvolgente l’intera associazione, con il fine della progressiva infiltrazione nel tessuto economico». Tant’è che era «costantemente» tenuto informato Michele Pugliese, esponente di spicco del clan isolitano, che «ha dato il suo placet». Pugliese svolgeva un ruolo da «supervisore» nella vicenda delle infiltrazioni della municipalizzata del Comune di Verona. Inoltre, metteva anche «a disposizione» il clan per le azioni violente da commettere in territorio scaligero. Quello che fa la ‘ndrangheta delocalizzata. Autonoma, sì, ma in collegamento con la casa madre.

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