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Il pm Romano ha pronunciato la requisitoria nel processo per l'omicidio Mingrone

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La requisitoria del pm Romano della Dda di Catanzaro nel processo per l’omicidio Mingrone, compiuto a Cirò Marina 23 anni fa


CIRÒ MARINA – Il pm Antimafia Elio Romano ha chiesto 3 condanne, a 30 anni di reclusione ciascuno, per un omicidio dal movente passionale, compiuto 23 anni fa. Imputati tre pezzi grossi del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò come Giuseppe Spagnolo, Martino Cariati e Franco Cosentino. Vittima l’imprenditore edile Francesco Mingrone, assassinato il 9 aprile 2003 in pieno centro, a Cirò Marina, mentre si trovava seduto nella cabina di guida del suo furgone.

LE ACCUSE

A sparare sarebbe stato Giuseppe Spagnolo, detto “Peppe ‘u banditu”, uno degli esponenti di vertice della cosca. La vittima era “incolpata” di aver importunato una sorella del killer. Questi avrebbe aperto la portiera e avrebbe sparato un colpo di pistola alla tempia sinistra alla vittima, a bruciapelo. Ad avvisare Spagnolo del momento propizio per l’esecuzione sarebbe stato Franco Cosentino, un dipendente del figlio della vittima, Nicodemo Mingrone. Cosentino, sorvegliato speciale e pertanto privo di patente di guida, si era fatto accompagnare sul posto di lavoro proprio dal suo datore, ovviamente ignaro di tutto. Si trovava al lato del passeggero quando, secondo il pm, avvertì i sicari. Spagnolo sarebbe giunto a bordo di uno scooter accompagnato da Martino Cariati, altro esponente di spicco del clan. Entrambi avevano il volto coperto.

OPERAZIONE SAULO

Lo scenario di morte fu messo a nudo dai carabinieri del Comando provinciale di Crotone e dalla Dda di Catanzaro con l’operazione Saulo, condotta nei mesi scorsi. Sul fatto di sangue ha raccontato molte cose il pentito Gaetano Aloe. Le dichiarazioni del figlio del boss ucciso nel 1987, peraltro cognato di Spagnolo e Cariati, si incrociano con quelle più datate di un altro collaboratore di giustizia, Nicola Acri.

LE RIVELAZIONI

Anche Aloe aveva lavorato alle dipendenze della ditta Mingrone. E ricordava che l’omicidio fu compiuto tre giorni prima del matrimonio della sorella di Spagnolo, anche perché rientrava dall’Umbria apposta per fare da testimone di nozze. Lo aveva scelto Spagnolo come testimone, non potendo egli presenziare all’evento nuziale essendo allora latitante. Rientrato a casa, andò a far visita al latitante nel suo covo e lo trovò in compagnia di Cariati. Quest’ultimo veniva rimproverato da Spagnolo perché appariva pensieroso. Spagnolo, ha raccontato agli inquirenti Aloe, diceva a Cariati di cambiare atteggiamento «perché in quel modo stava facendo capire a tutti che aveva fatto chissà cosa». «Da lì ho subito capito che erano stati gli autori dell’omicidio di Ciccio Mingrone».

LO “SPECCHIETTO”

Inoltre, Cosentino ad Aloe avrebbe rivelato di aver svolto funzioni di “specchietto”, inviando il segnale ai killer che si presentarono sul posto aprendo il fuoco contro l’obiettivo predestinato. Il pentito ricorda anche che l’uomo incaricato di far sparire lo scooter si vantava del compito impartitogli. La parola ai difensori, gli avvocati Gianni Russano e Gregorio Viscomi, andrà alla prossima udienza.

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