L'intervento del procuratore Guido al convegno sul processo Aemilia
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Dieci anni dopo il processo Aemilia magistrati a confronto, il procuratore Guido fa appello al fronte comune contro la ‘ndrangheta in Emilia
CUTRO – «Oggi ricordare Aemilia non significa solo celebrare un grande successo dello Stato. Significa anche ricordare il rischio che corre questa terra. E richiamare tutti, dalla politica all’imprenditoria ai semplici cittadini, a fare fronte comune». Lo ha detto il procuratore di Bologna, Paolo Guido, intervenendo a un atteso convegno tenutosi a Reggio Emilia, presso il Centro internazionale “Malaguzzi”. “Dieci anni dal processo Aemilia”, il tema del confronto tra magistrati e rappresentanti delle istituzioni che aveva la finalità di fare il punto su cosa è cambiato dopo la storica maxi operazione contro la filiale al Nord della super associazione mafiosa con casa madre a Cutro. Un’inchiesta dalla quale è scaturito il più grande processo contro le mafie mai celebrato in Nord Italia.
L’EVOLUZIONE
Il magistrato, che ha legato il suo nome allo storico arresto di Matteo Messina Denaro dopo 30 anni di latitanza, ha insistito molto anche sull’evoluzione del metodo mafioso. In quel suo invito a fare fronte comune, c’è la consapevolezza dell’attualità dell’influenza criminale della cosca capeggiata dal boss ergastolano Nicolino Grande Aracri. La consapevolezza che sarebbe un grave errore ritenere il processo Aemilia un punto di arrivo. «Undici anni e tre mesi fa – ha esordito Guido – questa terra si sveglia e scopre di avere la mafia in casa. Non ha scoperto una infiltrazione, un’intrusione di un gruppo mafioso. Questa terra scopre che al suo interno è nata, si è sviluppata, è cresciuta e si è definitivamente consolidata una struttura criminale di stampo mafioso. Quella che poi la Cassazione definirà come “sodalizio ’ndranghetistico emiliano”».
‘NDRANGHETA AUTONOMA
Aemilia è stata una madre che ha generato altri processi. Guido ha ricordato le inchieste Aemilia Bis, Aemilia Omicidi, Grimilde, Perseverance, per arrivare all’operazione denominata Ten perché scattata esattamente dieci anni dopo. Ma, soprattutto, Aemilia «ha insegnato nel modo più brutale che anche una terra operosa, ricca, portatrice di valori nobili, di impegno civile, può coltivare i germi di una delle più feroci e pericolose associazioni criminali nel mondo». Il procuratore di Bologna ha poi illustrato la natura “autonoma” della ‘ndrangheta calabro-emiliana, con casa madre Cutro ma in grado di reclutare affiliati nati in altri luoghi della Calabria e in altre regioni, anche del Nord.
PATTO SCELLERATO
L’incontro è stato moderato dal giornalista Luca Ponzi della Tgr Rai Emilia-Romagna, che ha ricordato il radicamento della criminalità cutrese a Reggio Emilia, antecedente all’operazione Aemilia, prima di dare il via alla girandola di interventi. «Troppi professionisti e imprese hanno accettato un patto scellerato con la criminalità… per evadere le tasse e accrescere i profitti a scapito dello Stato», ha detto il sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari. Il presidente della Provincia di Reggio Emilia, Giorgio Zanni, ha ricordato lo «sforzo economico e organizzativo» perché il processo si tenesse in questa terra.
PRIMA E DOPO AEMILIA
«C’è un prima e un dopo Aemilia», ha detto il presidente della Regione Emilia Romagna, Michele De Pascale. Prima, il dibattito era tra «negazionisti» e tra chi percepiva il fenomeno mafioso come «minaccia esterna». Aemilia, invece, «ha letto una presenza della mafia saldamente radicata nel territorio e parte della comunità». Il prefetto Salvatore Angieri ha ricordato i «numeri record» delle interdittive antimafia emesse nell’ambito della strategia di prevenzione dell’ufficio territoriale di governo.
CLIMA DI PAURA
Centrale l’intervento di Francesco Maria Caruso, il presidente del Collegio giudicante che ha celebrato 192 udienze del processo, tra «incidenti di percorso e in un clima di paura dei testimoni» fino al «punto di svolta» offerto da tre nuovi pentiti. «Le azioni militari e gli scontri interni convivevano con la strategia di mimetizzazione dell’organizzazione nell’associazionismo civico, strumentalizzato per dissimularne la presenza nella vita pubblica del territorio», ha osservato, analizzando le vicende processuali.
‘NDRANGHETA MULTIFORME
«Le iniziative assunte in nome dell’origine comune meridionale o calabrese delle degli associati fanno da schermo e da scudo all’organizzazione malavitosa che utilizza la compaesanità come un segno di riconoscimento e la comune origine territoriale come componente della forza di intimidazione. Ne segue che il contrasto alla mafia di origine calabrese deve avvenire anche sul piano culturale – sostiene Caruso – deve sapere affrontare la storia e l’antropologia sociale alla base della formazione e dei caratteri dell’organizzazione». Caruso ha descritto «un sistema di criminalità organizzata che ha sviluppato un’attività delittuosa multiforme, in grado di piegare, condizionare e inglobare parte dell’economia, della politica, dell’informazione, componenti delle istituzioni».
RISCHIO RIMOZIONE
Ma oggi si corre il rischio di normalizzazione, se non si raccoglie l’eredità del processo. Prima di Aemilia «si preferiva affrontare con giusta attenzione le mafie altrui, ma non le mafie di casa nostra. “Mafie sotto casa” – ha osservato – non è solo la denominazione di un blog nato nel nostro territorio, ma dovrebbe essere un criterio direttivo comune, perché la rimozione è un rischio costante. Si dà ampio spazio ad esperienze di antimafia ormai iconiche e tradizionali, ma modesto rilievo appunto alle mafie di casa nostra».
MAFIE AL NORD
«Aemilia è un pezzo importante di una catena giurisdizionale lunga», ha sottolineato il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo, elencando tutta una serie di inchieste che hanno fatto luce sulla presenza mafiosa al Nord sin dagli anni Ottanta. Lo spartiacque, secondo Melillo, si ha nel 1983, quando la ‘ndrangheta uccide il procuratore di Torino, Bruno Caccia. Il magistrato ha poi ricordato che la pm della Dda bolognese Beatrice Ronchi è «tuttora impegnata in un’indagine che si chiama Ten, nella quale si registrano esattamente le cose che sono state registrate in Aemilia. Ma sono cambiati gli interlocutori mafiosi perché – ha detto – essendo venuti meno i Grande Aracri, hanno ripreso quota componenti della famiglia Dragone».
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QUESTIONE POLITICA
I tratti distintivi fondamentali delle organizzazioni mafiose sono due, sempre secondo il Pna: «la ricerca del potere e l’accumulazione della ricchezza. Entrambe queste funzioni – ha spiegato – esigono lo sviluppo di un capitale sociale fatto di relazioni col mondo esterno alle organizzazioni». Da qui «la marginalità del dibattito sulle mafie quando si esce fuori dalle celebrazioni delle vittime, dalle questioni su cui l’unanimismo è facile, dalla celebrazione degli eroi o dalla spettacolarizzazione delle vicende. La mafia – ha concluso – è una questione maledettamente politica: ieri come oggi, in Sicilia come al Nord, in Italia come in America Latina».
IL CASO BRESCELLO
L’ex sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi si è soffermato sul Il decreto di scioglimento del Comune di Brescello, «documento fondamentale che pochi hanno analizzato a fondo». Nel decreto di commissariamento, l’atteggiamento dell’amministrazione viene descritto con termini come «acquiescenza e inerzia, accondiscendenza e cointeressenza». Concetti che «pur non avendo necessariamente un rilievo penale, riguardano direttamente la responsabilità della politica».
REAZIONE DEL TERRITORIO
La senatrice Vincenza Rando ha ricordato il valore delle costituzioni di parte civile nel processo, definendo come “memorabile” l’immagine dei sindaci con la fascia tricolore e dei segretari dei sindacati che con la loro presenza in aula dimostravano che «il territorio stava reagendo in modo compatto».
Il tema di fondo emerso dai vari interventi è che non bisogna abbassare la guardia, per la straordinaria capacità di rigenerarsi di un’organizzazione criminale in grado di penetrare una vasta area grigia con il coinvolgimento di pezzi interi della società civile emiliana.
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