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Il tribunale di Catanzaro

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CATANZARO – Da comandante della Stazione Forestale di Cava di Melis, competente su una vasta area del Parco nazionale della Sila, a consigliere del ministro dell’Ambiente Clini, poi confermato dal ministro Galletti, passando per presunte connivenze con imprenditori boschivi le cui pratiche illegali sarebbero state tollerate o addirittura coperte (come emerso dall’inchiesta “Stige”, secondo quanto già riferito dal Quotidiano), all’accusa di associazione mafiosa per la quale è finito in carcere su richiesta della Dda di Catanzaro.

Ne ha fatta di strada il 52enne viceispettore Carmine Greco da Longobucco, uno che nelle intercettazioni si vantava di essere “amico” del ministro. C’era anche questo nella mega inchiesta della Dda di Catanzaro che ha portato all’operazione con cui è stato disarticolato il “locale” di ‘ndrangheta di Cirò, potente organizzazione criminale i cui tentacoli si allungavano anche sulla Sila. Ma adesso c’è di più.

E dell’altro. Secondo i pm Antimafia Domenico Guarascio e Paolo Sirleo, che hanno coordinato un’indagine del Nucleo operativo ecologico dei carabinieri di Catanzaro, Greco da una parte avrebbe favorito gli imprenditori boschivi Spadafora di San Giovanni in Fiore, titolari della coop Kalasarna e centrali nel filone sul racket sui tagli boschivi nell’inchiesta Stige, e dall’altra avrebbe chiesto loro una mano per preconfezionare prove contro una dirigente di Calabria Verde e un agronomo arrestati nei mesi scorsi dalla Procura di Castrovillari.

Non a caso, forse, il pentito Francesco Oliverio, ex boss di Belvedere Spinello, parlava di mazzette incassate dalle guardie forestali per concedere tagli non autorizzati alle imprese “amiche”. La conferma sarebbe venuta dalle intercettazioni «Vedi che li abbiamo salvati ccu’ li cazzi, che là è tutto rimboschimento». E ancora: «e se arrivano lui se ne va». Ma c’è di più e dell’altro, dicevamo.

«Mi raccomando, lì la devi portare, sennò non fare niente, Antò». Era l’1 ottobre 2017. A fine aprile scattò l’arresto di Antonietta Caruso, la dirigente di Calabria Verde (la società in house della Regione Calabria) finita ai domiciliari insieme all’agronomo Salvatore Procopio. C’è anche un sms inviato alla dirigente – datato 26 ottobre – in cui Antonio Spadafora lamentava che nonostante la dazione di 20mila euro i lotti boschivi non erano stati sbloccati. A tradirsi sarebbe stato lo stesso Spadafora, il giorno dopo. «Quel messaggio ce l’ha mandato proprio l’ispettore Greco».

La Procura di Castrovillari aveva delegato l’indagine a Greco che, nell’ottobre scorso, fermò la donna trovandola in possesso di 20mila euro consegnati dagli Spadafora. Era stato Greco a chiedere alla Procura di Castrovillari l’autorizzazione a intercettare il telefono della dirigente di Calabria Verde. Proprio in quella fase Antonio Spadafora avrebbe inviato l’sms. Eppure il padre e due fratelli del presunto – ora più che mai – imprenditore concusso sono stati arrestati per ‘ndrangheta il 9 gennaio scorso, nell’ambito dell’inchiesta “Stige”.

Farebbero parte di un’associazione mafiosa operante tra il Crotonese e il Cosentino. Il cui capo, stando anche all’ordinanza notificata ieri a Greco, e firmata dal gip Paolo Mariotti, sarebbe il boss di Cutro Nicolino Grande Aracri, ritenuto al vertice di una “provincia” di ‘ndrangheta che estende i suoi tentacoli su mezza Calabria, parte dell’Emilia e della Lombardia. Diversii firmatari dellaconvenzione

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