INDICE DEI CONTENUTI
- 1 Avvocato Cataldo Calabretta, partendo dal titolo del suo nuovo libro, scritto insieme a Vittoriana Abate, perché continuiamo ancora oggi a chiamare amore qualcosa che in realtà è controllo, possesso e violenza?
- 2 Nel vostro libro raccontate donne uccise da uomini che spesso erano considerati “normali”, “bravi ragazzi”, “persone insospettabili”. È proprio questa normalità apparente il volto più pericoloso della violenza?
- 3 Dietro molti femminicidi c’è una frase ricorrente: “Non accettava di perderla”. Quanto è radicata nella nostra cultura l’idea che una donna possa essere considerata una proprietà?
- 4 Rita Levi Montalcini definiva le donne “la colonna vertebrale della società”. Perché ancora oggi tante donne devono combattere per difendere il diritto più elementare: essere libere?
- 5 Lei scrive che il femminicidio non è quasi mai un fulmine a ciel sereno. Allora perché continuiamo a raccontare questi omicidi come improvvise esplosioni di follia? A chi serve questa narrazione?
- 6 Avvocato Cataldo Calabretta, il femminicidio è un’emergenza criminale o prima ancora un’emergenza culturale?
- 7 Dal Codice Rosso al nuovo reato autonomo di femminicidio: il Parlamento ha dato un segnale forte. Abbiamo strumenti più severi, ma continuiamo a leggere storie di donne uccise dopo aver chiesto aiuto. Dove fallisce ancora il sistema?
- 8 Qual è l’errore più grande che, come società, continuiamo a commettere davanti alla violenza contro le donne?
- 9 Una denuncia non dovrebbe essere mai un atto burocratico, ma un grido d’allarme. Perché talvolta questo grido non viene ascoltato con la necessaria urgenza? Minaccia, stalking, violenza possono essere considerati davvero “episodi isolati”?
- 10 Nel vostro libro ci sono nomi diventati simbolo: Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano, Elisa Claps, Chiara Poggi. Come si raccontano queste donne senza trasformarle soltanto in vittime?
- 11 Il crime in televisione ha conquistato milioni di spettatori. Raccontare i grandi casi di cronaca nera può aiutare a comprendere la violenza oppure rischia di trasformare il dolore delle vittime in intrattenimento e spettacolarizzazione del dolore?
- 12 Avvocato Cataldo Calabretta, se potesse rivolgere una frase a una donna che oggi vive una relazione fatta di paura e controllo, cosa le direbbe?
“Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” (Graus Edizioni) è il nuovo libro firmato dall’avvocato Cataldo Calabretta e dalla giornalista Vittoriana Abate. Un saggio che affronta il drammatico fenomeno del femminicidio attraverso una prospettiva multidisciplinare. Tutti i dettagli nell’intervista all’esperto di comunicazione giudiziaria.
CIRÒ MARINA (CROTONE) – Raccontare i grandi casi giudiziari significa muoversi su un terreno estremamente delicato e complesso, dove il confine tra diritto di cronaca e spettacolarizzazione è sottile. La cronaca giudiziaria non può ridursi alla ricerca del clamore: deve essere un esercizio di responsabilità fondato su rigore, competenza ed equilibrio, capace di interpretare gli eventi senza cedere all’emotività, cogliere la complessità dei fenomeni, tutelare i diritti delle persone coinvolte e distinguere la verità processuale dalla percezione alimentata dal dibattito pubblico. È su questo crinale, dove diritto, informazione e coscienza civile si confrontano ogni giorno, che da anni si muove Cataldo Calabretta, avvocato, professore universitario di Diritto dell’Informazione, giornalista e tra i più autorevoli esperti italiani di diritto della cronaca e comunicazione giudiziaria. Volto noto della Rai nell’analisi dei più importanti casi di cronaca nera, Calabretta, originario di Cirò Marina, ha costruito un profilo professionale che coniuga ricerca accademica, attività forense e divulgazione.
Con la giornalista Rai Vittoriana Abate ha firmato “Non chiamatelo amore. Quei bravi ragazzi che uccidono” (Graus Edizioni), un saggio che affronta il drammatico fenomeno del femminicidio attraverso una prospettiva multidisciplinare. Un’opera che non si limita alla cronaca dei delitti, ma indaga le radici profonde della violenza di genere, interrogando il linguaggio, i modelli sociali e i meccanismi che spesso precedono la tragedia. La postfazione del volume è stata curata dall’avvocato Claudia Eccher, componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura. Il volume è stato recentemente presentato al Senato della Repubblica nell’ambito di un convegno promosso dalla senatrice Tilde Minasi. Abbiamo intervistato Cataldo Calabretta per approfondire il rapporto tra cronaca e giustizia e per riflettere su prevenzione, cultura e strumenti concreti per contrastare un fenomeno che continua a rappresentare una delle emergenze più drammatiche della società contemporanea.
Avvocato Cataldo Calabretta, partendo dal titolo del suo nuovo libro, scritto insieme a Vittoriana Abate, perché continuiamo ancora oggi a chiamare amore qualcosa che in realtà è controllo, possesso e violenza?
«Perché il linguaggio non è mai neutrale. Le parole costruiscono il modo in cui interpretiamo la realtà. Parlare di “delitto passionale”, di “troppo amore” o di “raptus” significa, spesso inconsapevolmente, attenuare la responsabilità dell’autore e deformare la natura del fenomeno. L’amore non uccide, non controlla, non umilia e non limita la libertà dell’altro. Quando una relazione è fondata sul possesso, sulla sopraffazione e sull’annullamento della volontà della donna, non siamo più nel campo dei sentimenti, ma in quello della violenza. Il titolo del libro nasce proprio dalla volontà di cambiare questa narrazione».

Nel vostro libro raccontate donne uccise da uomini che spesso erano considerati “normali”, “bravi ragazzi”, “persone insospettabili”. È proprio questa normalità apparente il volto più pericoloso della violenza?
«Sì, perché il mito del “bravo ragazzo” rischia di diventare un alibi culturale. Dopo ogni femminicidio sentiamo ripetere le stesse frasi: “Era educato”, “salutava tutti”, “nessuno se lo sarebbe aspettato”. In realtà, quasi mai il delitto arriva senza segnali. Prima ci sono il controllo, la gelosia patologica, la manipolazione, l’isolamento della vittima, la violenza psicologica. Il femminicidio è molto spesso l’ultimo atto di una storia iniziata molto tempo prima».
Dietro molti femminicidi c’è una frase ricorrente: “Non accettava di perderla”. Quanto è radicata nella nostra cultura l’idea che una donna possa essere considerata una proprietà?
«Purtroppo, più di quanto siamo disposti ad ammettere. Il problema non è il rifiuto, che fa parte della vita di ogni persona. Il problema nasce quando qualcuno ritiene di avere un diritto sull’altro. È una cultura del possesso incompatibile con la nostra Costituzione, che riconosce la libertà e la dignità di ogni individuo. Una relazione affettiva non attribuisce alcun diritto di proprietà. Quando questo principio viene meno, il rischio della violenza aumenta in maniera esponenziale».
Rita Levi Montalcini definiva le donne “la colonna vertebrale della società”. Perché ancora oggi tante donne devono combattere per difendere il diritto più elementare: essere libere?
«Perché i cambiamenti normativi sono stati più rapidi dei cambiamenti culturali. Il nostro ordinamento ha compiuto passi importanti, ma esistono ancora stereotipi e modelli relazionali che attribuiscono alla donna un ruolo subordinato. La libertà femminile continua ad essere percepita, in alcuni contesti, come una minaccia. È questa mentalità che dobbiamo sconfiggere».
Lei scrive che il femminicidio non è quasi mai un fulmine a ciel sereno. Allora perché continuiamo a raccontare questi omicidi come improvvise esplosioni di follia? A chi serve questa narrazione?
«Serve a rassicurare la coscienza collettiva. Se pensiamo che tutto sia stato causato da un raptus imprevedibile, evitiamo di interrogarci sulle responsabilità della società, sulle omissioni e sui segnali ignorati. Ma il femminicidio è quasi sempre il punto di arrivo di una progressiva escalation di violenza».
Avvocato Cataldo Calabretta, il femminicidio è un’emergenza criminale o prima ancora un’emergenza culturale?
«Entrambe le cose, ma la radice è culturale. Il diritto interviene quando la violenza si è già manifestata. La prevenzione, invece, si costruisce nelle famiglie, nelle scuole, nei media e nella formazione. Se vogliamo ridurre davvero il numero delle vittime dobbiamo lavorare soprattutto sul cambiamento culturale».
Dal Codice Rosso al nuovo reato autonomo di femminicidio: il Parlamento ha dato un segnale forte. Abbiamo strumenti più severi, ma continuiamo a leggere storie di donne uccise dopo aver chiesto aiuto. Dove fallisce ancora il sistema?
«Il Parlamento ha svolto un lavoro importante. Il Codice Rosso ha rafforzato la tutela delle vittime e la legge che ha introdotto il reato autonomo di femminicidio rappresenta un ulteriore passo avanti. Oggi il problema non riguarda tanto la mancanza di norme quanto la capacità di applicarle tempestivamente. Una denuncia deve attivare immediatamente una rete di protezione efficace».
Qual è l’errore più grande che, come società, continuiamo a commettere davanti alla violenza contro le donne?
«Pensare che riguardi sempre gli altri. Ogni femminicidio ci riguarda perché nasce dentro una cultura che dobbiamo cambiare tutti. Non possiamo limitarci all’indignazione quando arriva la tragedia».
Una denuncia non dovrebbe essere mai un atto burocratico, ma un grido d’allarme. Perché talvolta questo grido non viene ascoltato con la necessaria urgenza? Minaccia, stalking, violenza possono essere considerati davvero “episodi isolati”?
«Assolutamente no. Minacce, stalking e maltrattamenti costituiscono spesso gli indicatori più importanti del rischio di escalation. Una denuncia non deve riempire solo un fascicolo: è la richiesta di protezione di una persona che teme per la propria vita. Il sistema deve essere in grado di leggere questi segnali con tempestività».
Nel vostro libro ci sono nomi diventati simbolo: Giulia Cecchettin, Giulia Tramontano, Elisa Claps, Chiara Poggi. Come si raccontano queste donne senza trasformarle soltanto in vittime?
«Restituendo loro identità. Erano figlie, studentesse, professioniste, donne con sogni e progetti. Il rischio è che vengano ricordate soltanto per il modo in cui sono morte. Noi abbiamo cercato di raccontare innanzitutto la loro vita e il significato che le loro storie assumono per la società».
Il crime in televisione ha conquistato milioni di spettatori. Raccontare i grandi casi di cronaca nera può aiutare a comprendere la violenza oppure rischia di trasformare il dolore delle vittime in intrattenimento e spettacolarizzazione del dolore?
«Dipende da come viene fatto. Il crime può avere una funzione sociale straordinaria se approfondisce, informa e aiuta a comprendere. Diventa invece inaccettabile quando rincorre il sensazionalismo o spettacolarizza il dolore. Il rispetto delle vittime deve essere sempre il criterio guida. Serve competenza».
Avvocato Cataldo Calabretta, se potesse rivolgere una frase a una donna che oggi vive una relazione fatta di paura e controllo, cosa le direbbe?
«Le direi una cosa molto semplice: quello che stai vivendo non è amore e non sei sola. Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, ma il primo atto di libertà. Nessuno ha il diritto di controllare la tua vita, decidere per te o farti vivere nella paura. La libertà e la dignità non sono privilegi: sono diritti fondamentali che devono essere difesi, sempre».
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