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Antonella De Fina, laureatasi in criminologia grazie a una borsa di studio

Tempo di lettura 4 Minuti

Ha riscosso tanto interesse, qualche giorno fa, la storia pubblicata dal Quotidiano di una giovane vibonese, Antonella, che è passata dal lavoro precario in una pizzeria (per qualche decina di euro a settimana) ad una carriera brillante dopo la laurea in criminologia grazie a una borsa di studio.

Una di quelli che ce l’hanno fatta, anche da qui, dalla Calabria. Anno 2021. È una bella storia, quella di Antonella, e ce ne sono tante. Ti aiutano a capire, offrono un conforto, trasformano in nomi, cognomi e storie di vita vere concetti che spesso si sentono pronunciare (capitale umano, necessità di non costringere più le menti eccelse ad andare lontano da qui per affermarsi…).

In questa fase storica particolare che il Paese sta attraversando, la Calabria non può più permettersi di restare indietro. Magari bastasse proclamarsi paladini della legalità per governare bene una Regione (quella è una pre-condizione che dovrebbe essere scontata, nella normalità).

La politica appare in panne, i partiti sono sfilacciati, si rincorrono zero virgola qua e zero virgola là di consensi con metodi da marketing per il “colpaccio”. Si rimpiangono personalità di spessore che pure questa regione in passato ha espresso.

Servono sostanza, non propaganda, competenza, determinazione, capacità, coraggio (soprattutto per tagliare piedi e testa al mostro incontrollato della burocrazia che tutto frena e spesso fa morire sul nascere).

A giudicare dal contenuto di molte delle dichiarazioni circolate negli ultimi giorni con ammiccamenti e schermaglie nella corsa ad ostacoli verso le candidature ufficiali per il nuovo governatore della Calabria, dopo qualche brivido e non poco imbarazzo, genuino e del tutto apartitico, verrebbe da scoraggiarsi ancor di più. È tempo di serietà.

Agazio Loiero, acuto osservatore prima ancora che ex ministro ed ex governatore calabrese, qualche giorno fa ha scritto sul Quotidiano una dettagliata analisi sulle condizioni della Calabria, una regione che versa “in una crisi così grave – anche d’immagine – da apparire senza scampo”, da qualche tempo al centro dell’attenzione di programmi televisivi nazionali di intrattenimento che alimentano una sorta di demonizzazione di massa dei calabresi per via degli stereotipi mai accantonati.

In realtà, l’analisi di Loiero mette a fuoco una carrellata di problemi vecchi e nuovi di questa regione, ai quali si aggiunge il macigno degli stereotipi, dell’immagine che circola a livello nazionale, spesso distorta, quasi sempre opprimente, del calabrese con tutto il corollario di aggettivi di valenza negativa che si può immaginare.

Ma c’è un rischio ancora più grosso. La “demonizzazione” di massa, avverte l’ex ministro, se strumentalizzata dalla classe politica impegnata nella campagna elettorale (se cavalcata negli show della politica delle urla e del nulla, l’aggiunta è nostra) può portare all’insignificanza di questa regione. Agli occhi di Roma, in poche parole, la Calabria potrebbe contare sempre di meno. E Loiero è stato generoso nel concedere il beneficio del condizionale. La Calabria è già insignificante sotto questo aspetto, ha scritto l’altro ieri Emiliano Morrone in queste pagine riprendendo i temi posti da Loiero.

C’è da riflettere. Si spiegherebbe, per esempio, la grave disattenzione e la perdurante inconcludenza di Roma sui problemi del sistema sanitario calabrese (ogni aggiunta sarebbe oltremodo ripetitiva).

Le chiacchiere della politica – in questo caso la realtà annienta ogni riflesso retorico – sono assolutamente incompatibili con una presa di coscienza vera e un impegno di serietà nei confronti di questa terra.

La consapevolezza. È quella dimensione che sta un po’ più in profondità della superficie in cui spesso è comodo galleggiare. Eppure non mancano occasioni per rimanere colpiti, stupiti, per indurci a pensare. È capitato, per esempio, qualche giorno fa leggendo la lettera di un sociologo del Reggino, Francesco Rao, pubblicata nella rubrica tenuta sul Quotidiano da Annarosa Macrì. Rao ha scritto a proposito della condizione giovanile in Calabria e raccontava, tra l’altro, della sua esperienza lavorando in ambito scolastico e del «“nervo scoperto” di un tessuto sociale retto dall’inerzia e non dalla felicità di vivere».

«Ho visto – ha raccontato – studenti ritirarsi dalla scuola perché per i loro genitori era prioritario fare la spesa e non acquistare i libri… Ho trascorso molti giorni a comprendere perché gli studenti pendolari arrivassero in ritardo a scuola in coincidenza delle belle giornate: in caso di pioggia, i pochi euro messi a disposizione dei genitori venivano utilizzati per il biglietto della corriera; quando c’era il bel tempo, si raggiungeva la scuola facendo l’autostop e con quei pochi euro risparmiati si comprava un panino o una ricarica per il telefono, solo per poter alimentare la connessione alla rete internet e non rimanere isolati dal gruppo». Calabria. Terzo millennio.

Attenzione, avere piena consapevolezza non vuol dire che tutto è perduto. Anzi. Solo far finta di niente è il peggior male.

Chi può deve agire, anche se questo non gli regalerà la partecipazione a un talk show. E per il resto passi parola, chi può. Faccia sapere a qualcuno di quei ragazzini che ce la farà. Ce la può fare, come tanti prima e dopo di lui, nonostante qualche sacrificio in più, ed anzi il sacrificio spesso porta sudore profumato. Congratulazioni ad Antonella.

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