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Marco Leonardi

Tempo di lettura 5 Minuti

PER Sguardi Meridiani questa settimana, il nostro cine-occhio ci racconta un attore di origine calabrese, Marco Leonardi. Fisicità mediterranea, molti anni di vera gavetta alle spalle ed una carriera che lo ha portato ad attraversare con successo le ultime stagioni del cinema italiano oltre che a conquistare un difficile pubblico anche fuori dall’Italia. Cimentandosi, infatti, nei generi più diversi, Leonardi è riuscito ad affermarsi nelle grandi produzioni cinematografiche internazionali. Premiato nel 2018 dalla Cineteca della Calabria con il Premio Mario Gallo, lo abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare di Cinema, Calabria, radici.

Come è cominciata la sua carriera cinematografica?

«I primi passi li ho mossi all’età di quattro o cinque anni con gli spot pubblicitari. Io la gavetta l’ho fatta tutta. Almeno per i primi dieci anni ho fatto parti piccole, per esempio nel film Atsalut pader con Gianni Cavina nel 1979. Avrò avuto otto anni. Ero divertito. L’impatto è stato subito piacevole. Un bambino se lo metti nel mondo del cinema, in mezzo agli adulti, o rimane o scappa. Io sono rimasto. Quando andavamo ai provini ero molto silenzioso ma mi sceglievano sempre. Mi ricordo un film, King David con Richard Gere. Ci saranno state trecento persone di cui trenta bambini, io ero uno di loro. Serviva questo ragazzino che posava le palme a terra e il King David ci camminava sopra. Il regista mi scelse regalandomi un primo piano. Questi sono i ricordi da bambino fino a quando non è arrivato il primo film da protagonista La sposa era bellissima del regista ungherese Pàl Gabor con Angela Molina, la Sandrelli, Massimo Ghini, Simona Cavallari. È questo il debutto da protagonista, poi cosa è successo non lo so, hanno continuato a chiamarmi e quindi oggi posso dire che sono quasi settanta i film che ho fatto».

Com’è il suo rapporto con la Calabria?

«Quando ne parlo io dico “la mia amata Calabria”. I miei genitori sono tutti e due di Locri quindi la mia appartenenza alla Calabria è forte. Sono molto attaccato alle origini. I ricordi sono tanti perché quando ero piccolo non solo scendevo per l’estate, da giugno a settembre, ma venivamo persino a Natale; a volte anche a Pasqua. Sono cresciuto in Calabria con questo nostro modo di fare, di saper stare, di saper comunicare con le altre persone. Per lavoro ho viaggiato in tutto il mondo: sono stato otto anni a Los Angeles, in Messico, un anno e mezzo a Portorico eppure non c’è posto al mondo come la Calabria. Quando vengo lì non so cosa succede, non riesco a spiegarlo, è casa mia, mi riconosco immediatamente con i calabresi, con il nostro modo di essere. Quindi il rapporto è bellissimo. Quando posso parlo in dialetto anche con i miei figli. Mi piace che quanto meno lo possano capire. Torniamo spesso in Calabria. La nostra terra è bella, la amo, mi sento parte integrante. Mi sento orgoglioso delle mie origini».

Lei che ha recitato in tanti film, si è fatto conoscere in tutto il mondo per il Salvatore adolescente di Nuovo Cinema Paradiso. Quanto è stato importante per la sua carriera aver recitato in un film che ha vinto l’Oscar?

«Intanto per un attore fare un film che vince il Premio Oscar è qualcosa di meraviglioso a livello personale e anche per la propria carriera. Ma Cinema Paradiso non ha confronto con gli altri film che hanno vinto l’ambita statuetta; è come se avesse qualcosa in più, è come se ne avesse vinti due di Oscar. Ancora oggi continua ad essere uno dei film più visti. E allora certo che è stato importante. Il film ha fatto il giro del mondo e, di conseguenza, il mio viso. Ed è proprio grazie al film di Tornatore che due anni dopo sono stato scelto da Alfonso Arau per il film messicano Come l’acqua per il cioccolato. Il regista mi disse che quando vide Cinema Paradiso decise che sarei stato Pedro nel suo film. Immagina che dopo l’esperienza con Tornatore vai in Messico – avevo diciannove anni – fai il protagonista di questo film che viene comprato da Miramax, che è stato tra i film che più ha incassato nella storia del cinema. Ti ritrovi a quell’età con due bombe di questo genere e capisci che ti hanno aperto la strada. Cinema Paradiso è un film che ricordo sempre con molto piacere. Ci sono persone che continuano a scrivermi. Sai quanti anni sono passati? 32!!!!! C’è gente che lo ha visto dieci volte e mi dice che ogni volta piange. È il film per eccellenza. Un film così rimane per sempre. Mi sento molto fortunato per quello che è successo nella mia carriera».

Anime nere è un film che ha spaccato in due l’opinione pubblica calabrese: c’è chi lo ha apprezzato artisticamente e chi, invece, continua a criticarlo perché comunica un’immagine troppo amara della nostra terra. Lei cosa pensa del racconto di Francesco Munzi?

«A qualcuno è piaciuto, a qualcun altro no. L’importante è che di un film se ne parli. Ho letto molte interviste a Nicola Gratteri e lui dice di non essere molto favorevole a film come Gomorra, Narcos, etc. Sostiene che certe serie televisive, certi film è meglio non farli per evitare che i giovani vengano affascinati da questo mondo. In realtà, ha ragione. Qualche anno fa, in seguito ad una retata in una piazza di spaccio qui a Roma vennero fuori delle intercettazioni di giovani che usavano lo stesso linguaggio, frasi intere prese pari pari da una fiction di successo sulla Banda della Magliana. La stessa cosa è successa con la fiction Il capo dei capi. Lo so per certo perché in quella fiction recitavo io stesso; avevo il ruolo di Calogero Bagarella, il cognato di Totò Riina. Quindi, effettivamente, il rischio c’è. Io, comunque, sono soddisfatto di aver fatto Anime nere ed anche Tutti i soldi del mondo di Ridley Scott sul rapimento di Paul Getty III. Il film di Munzi è un’altra cosa rispetto a Gomorra o a Narcos. È un grande film, è una tragedia greca con un finale diverso da tutti gli altri. Quando il film uscì in America, la stampa ne fu entusiasta. Pensa che l’autorevole critico Stephen Holden del New York Times scrisse “….Questo non è intrattenimento, è la vita e la morte…”. Sull’onda di quel successo americano Ridley Scott vide il film di Munzi, gli piacque moltissimo e mi scelse per il ruolo di Saro Mammoliti, il mafioso della Piana che decide di far tagliare l’orecchio al giovane Getty perché la famiglia non vuole pagare il riscatto».

È stato visto sul set di Gabriele Muccino. Cosa manca alle location calabresi per attrarre le grandi produzioni internazionali?

«No, non ho mai lavorato con Muccino. L’ultimo mio film che riguarda la Calabria è Aspromonte – la terra degli ultimi di Mimmo Calopresti, tratto dal libro di Pietro Criaco. Attualmente, invece, devo terminare in India un film per la regia di Gautam Ghose. Ritornando alla domanda, se le grandi produzioni internazionali non sono attratte dalla Calabria, forse è una questione di casualità perché come territorio la nostra regione offre tantissimo. Ci sono tante storie in Calabria. Magari la Film Commission potrebbe invogliare più produzioni, come succede in Trentino, in Puglia, dove le Film Comission vanno per la maggiore».

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