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classe dirigente regionale o nazionale non servono più a nulla, sono ormai svuotate di ogni significato dall’inconcludenza populistica di chi continua a scagliarle. 
L’idea di Matteo Cosenza di finire il vecchio e iniziare il nuovo anno con una iniziativa che tuteli uno dei simboli più importanti, Sibari, della collettività calabrese mi sembra, invece, straordinariamente felice: proviamo a fare qualcosa noi calabresi, cerchiamo di dimostrare che siamo in grado di farcela anche da soli, che siamo in grado di ribaltare tutti i luoghi comuni stratificatisi come una maledizione su questa terra e sui suoi abitanti ritenuti incapaci di ideare il proprio futuro, incapaci di avviare un qualsivoglia sviluppo della propria regione, incapaci di promuovere il riscatto della propria terra. 
Quasi un anno fa è bastato che piovesse un po’ che la Calabria, in particolare la Sibaritide, si sfasciasse e che il Crati straripasse sommergendo uno dei più importanti patrimoni di questa nostra sciagurata regione e dell’intera umanità, il sito pluristratificato di Sibari, Thuri e Copia. A partire dagli anni ’60, insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo, avevamo restituito alla visione di tutti quelle rovine di monumenti e di abitazioni che furono inghiottite, fin quasi alla metà del XX secolo, dalla natura calabrese che, con i suoi impetuosi sconquassi, aveva sottratto le antiche grandezze dell’uomo rendendole indisponibili per molti secoli. Grandezze e bellezze che sono, di nuovo, sotto terra, sotto il fango alluvionale che si è già solidificato, di nuovo indisponibili, di nuovo sottratte alla vista e alla coscienza dei viventi. In un anno non è stato fatto quasi nulla che mettesse al riparo da altre calamità idrogeologiche quel sito e poco – a causa della mancanza di fondi promessi, ma non disponibili – per ripulire a fondo le strutture antiche e lo scavo archeologico. Questo è intollerabile, soprattutto perché siamo solo all’inizio dell’inverno, cosa accadrà quando inizierà a piovere con maggiore intensità e insistenza? 
Bisogna che si comprenda che la salvezza di Sibari riguarda quella di ogni singolo calabrese, tocca l’anima profonda di ognuno perché essa è parte di noi stessi al pari delle chiese, delle montagne, delle coste, dei palazzi, dei paesi, dei paesaggi che abbiamo creato e modificato e con i quali abbiamo convissuto, generazione dopo generazione, per millenni. Bisogna che si capisca che la tutela di Sibari è un’occasione simbolica irripetibile per impedire che – con la scomparsa delle città antiche e dell’antico paesaggio della Calabria – venga definitivamente scardinato un fondamentale nesso psicologico di identità, d’appartenenza. In un’epoca nella quale i valori estetici tendono a essere antifunzionali e antieconomici, perché d’ostacolo all’efficienza e alla misurabilità economica, è necessario rivendicare il valore della bellezza come risorsa sociale che può, non deve, diventare anche risorsa economica sotto forma di turismo. Le nostre città, i nostri paesi, i nostri luoghi con il loro specifico senso sono stati costruiti nel corso dei secoli addomesticando la natura, cercando di rendere meno ardua la fatica degli uomini e costruendo, quasi sempre, edifici e infrastrutture armonicamente incastonati nel paesaggio circostante. Le città e i paesaggi potevano e dovevano essere, per i nostri ascendenti, anche esteticamente godibili, belli e attraenti perché il riconoscimento e la costruzione della bellezza rappresentano, per gli individui sociali, la comprensione profonda della varietà e dell’interdipendenza di ciò che ci circonda: affetti, legami parentali, case, strade, chiese e paesaggi. L’incapacità di distinguere, e di produrre, la bellezza è una condizione patologica della psiche, quella individuale e quella collettiva. I calabresi, classi dirigenti e “società civile”, hanno prodotto, producono e vivono nella bruttezza da qualche decennio, non ci fanno più caso, continuano a erigere imponenti e orrendi condomini, a cementificare ogni collina, ogni litorale, ogni vallecola, anche la più riposta, come testimonia Gian Antonio Stella nell’ultimo articolo sul Corsera dedicato proprio a Sibari. È indispensabile che si cambi registro e il sol fatto che una collettività, come auspichiamo, si produca nello sforzo di salvaguardare uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo, una delle radici della civiltà occidentale, sarebbe, al contrario, la dimostrazione di una volontà straordinariamente democratica, provvista di antica e consapevole bellezza.
È proprio salvaguardando i nostri paesaggi storici e naturali, è proprio custodendo il nostro patrimonio culturale che si formano “i cittadini” e si crea l’indispensabile senso di appartenenza a un consesso civile. A partire da questa occasione si potrebbe costruire, finalmente in maniera autopropulsiva, una collettività, una società civile regionale per la quale la “redditività” del patrimonio culturale non risieda nella sua commercializzazione, e neanche tanto nel turismo che esso potrebbe produrre, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione e di cittadinanza che caratterizza la composizione del nostro Paese e delle cento piccole patrie italiane. 
L’iniziativa che questo giornale, ancora una volta, meritoriamente intraprende, non contrasta con il dettato dell’articolo 9 della Costituzione che assegna allo Stato la tutela del patrimonio storico e naturale della Patria, ma è volta a spingere i calabresi a dar vita alla Rinascita di una coscienza e di una società, davvero, civile in Calabria.

LA vita di una collettività si nutre di momenti e di fatti simbolici. Ci sono momenti nella vita di una collettività nei quali bisogna scegliere, nei quali bisogna schierarsi da una parte. Se esiste una società civile in Calabria bisogna che questa volta si faccia sentire, bisogna che, finalmente, batta un colpo per segnalare, per certificare la sua esistenza in vita. Le generiche, e ormai solo declamatorie, invettive contro la ’ndrangheta, contro la corruzione e l’inettitudine della classe dirigente regionale o nazionale non servono più a nulla, sono ormai svuotate di ogni significato dall’inconcludenza populistica di chi continua a scagliarle. 

L’idea di Matteo Cosenza di finire il vecchio e iniziare il nuovo anno con una iniziativa che tuteli uno dei simboli più importanti, Sibari, della collettività calabrese mi sembra, invece, straordinariamente felice: proviamo a fare qualcosa noi calabresi, cerchiamo di dimostrare che siamo in grado di farcela anche da soli, che siamo in grado di ribaltare tutti i luoghi comuni stratificatisi come una maledizione su questa terra e sui suoi abitanti ritenuti incapaci di ideare il proprio futuro, incapaci di avviare un qualsivoglia sviluppo della propria regione, incapaci di promuovere il riscatto della propria terra. Quasi un anno fa è bastato che piovesse un po’ che la Calabria, in particolare la Sibaritide, si sfasciasse e che il Crati straripasse sommergendo uno dei più importanti patrimoni di questa nostra sciagurata regione e dell’intera umanità, il sito pluristratificato di Sibari, Thuri e Copia. 

A partire dagli anni ’60, insieme a studiosi provenienti da tutto il mondo, avevamo restituito alla visione di tutti quelle rovine di monumenti e di abitazioni che furono inghiottite, fin quasi alla metà del XX secolo, dalla natura calabrese che, con i suoi impetuosi sconquassi, aveva sottratto le antiche grandezze dell’uomo rendendole indisponibili per molti secoli. Grandezze e bellezze che sono, di nuovo, sotto terra, sotto il fango alluvionale che si è già solidificato, di nuovo indisponibili, di nuovo sottratte alla vista e alla coscienza dei viventi. In un anno non è stato fatto quasi nulla che mettesse al riparo da altre calamità idrogeologiche quel sito e poco – a causa della mancanza di fondi promessi, ma non disponibili – per ripulire a fondo le strutture antiche e lo scavo archeologico. Questo è intollerabile, soprattutto perché siamo solo all’inizio dell’inverno, cosa accadrà quando inizierà a piovere con maggiore intensità e insistenza? Bisogna che si comprenda che la salvezza di Sibari riguarda quella di ogni singolo calabrese, tocca l’anima profonda di ognuno perché essa è parte di noi stessi al pari delle chiese, delle montagne, delle coste, dei palazzi, dei paesi, dei paesaggi che abbiamo creato e modificato e con i quali abbiamo convissuto, generazione dopo generazione, per millenni. Bisogna che si capisca che la tutela di Sibari è un’occasione simbolica irripetibile per impedire che – con la scomparsa delle città antiche e dell’antico paesaggio della Calabria – venga definitivamente scardinato un fondamentale nesso psicologico di identità, d’appartenenza. In un’epoca nella quale i valori estetici tendono a essere antifunzionali e antieconomici, perché d’ostacolo all’efficienza e alla misurabilità economica, è necessario rivendicare il valore della bellezza come risorsa sociale che può, non deve, diventare anche risorsa economica sotto forma di turismo. 

Le nostre città, i nostri paesi, i nostri luoghi con il loro specifico senso sono stati costruiti nel corso dei secoli addomesticando la natura, cercando di rendere meno ardua la fatica degli uomini e costruendo, quasi sempre, edifici e infrastrutture armonicamente incastonati nel paesaggio circostante. Le città e i paesaggi potevano e dovevano essere, per i nostri ascendenti, anche esteticamente godibili, belli e attraenti perché il riconoscimento e la costruzione della bellezza rappresentano, per gli individui sociali, la comprensione profonda della varietà e dell’interdipendenza di ciò che ci circonda: affetti, legami parentali, case, strade, chiese e paesaggi. L’incapacità di distinguere, e di produrre, la bellezza è una condizione patologica della psiche, quella individuale e quella collettiva. I calabresi, classi dirigenti e “società civile”, hanno prodotto, producono e vivono nella bruttezza da qualche decennio, non ci fanno più caso, continuano a erigere imponenti e orrendi condomini, a cementificare ogni collina, ogni litorale, ogni vallecola, anche la più riposta, come testimonia Gian Antonio Stella nell’ultimo articolo sul Corsera dedicato proprio a Sibari. È indispensabile che si cambi registro e il sol fatto che una collettività, come auspichiamo, si produca nello sforzo di salvaguardare uno dei siti archeologici più importanti del Mediterraneo, una delle radici della civiltà occidentale, sarebbe, al contrario, la dimostrazione di una volontà straordinariamente democratica, provvista di antica e consapevole bellezza.È proprio salvaguardando i nostri paesaggi storici e naturali, è proprio custodendo il nostro patrimonio culturale che si formano “i cittadini” e si crea l’indispensabile senso di appartenenza a un consesso civile. 

A partire da questa occasione si potrebbe costruire, finalmente in maniera autopropulsiva, una collettività, una società civile regionale per la quale la “redditività” del patrimonio culturale non risieda nella sua commercializzazione, e neanche tanto nel turismo che esso potrebbe produrre, ma in quel profondo senso di appartenenza, di identificazione e di cittadinanza che caratterizza la composizione del nostro Paese e delle cento piccole patrie italiane. L’iniziativa che questo giornale, ancora una volta, meritoriamente intraprende, non contrasta con il dettato dell’articolo 9 della Costituzione che assegna allo Stato la tutela del patrimonio storico e naturale della Patria, ma è volta a spingere i calabresi a dar vita alla Rinascita di una coscienza e di una società, davvero, civile in Calabria.

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