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Una riflessione di Katia Oliva, Presidente dell’Associazione “Fatto in Calabria”, su come aiutare i pazienti oncologici senza che ci sia però una discriminazione
Da poche ore è stata annunciata l’introduzione di un contributo economico regionale destinato a sostenere un gruppo ristretto di donne sottoposte a chemioterapia. Secondo le informazioni rese pubbliche, la misura sarebbe rivolta a circa 250 beneficiarie. L’iniziativa nasce con l’intento di offrire un supporto concreto a chi affronta un percorso oncologico difficile, spesso accompagnato da costi aggiuntivi e da profonde ricadute sulla vita familiare e lavorativa. Tuttavia, per valutarne l’efficacia e la giustizia è indispensabile partire da una domanda semplice: quante sono le donne che stanno realmente affrontando una chemioterapia?
A oggi non esistono dati pubblici esaustivi che quantifichino con precisione quante siano le pazienti femminili attualmente in trattamento.
Tuttavia, sulla base delle stime epidemiologiche disponibili, la Calabria conta oggi decine di migliaia di persone che vivono una condizione oncologica attiva. Le stime più prudenziali indicano che tra 28.000 e 35.000 cittadini calabresi potrebbero essere in trattamento chemioterapico. È ragionevole ritenere che una parte significativa di questi pazienti sia rappresentata da donne. A causa della forte mobilità sanitaria, inoltre, molte pazienti calabresi seguono i cicli terapeutici fuori regione, e anche queste donne sostengono costi, disagi e difficoltà che non possono essere ignorati.
Alla luce di questi numeri, appare evidente che un sostegno destinato a sole 250 donne copre una parte minima del bisogno reale. Non si tratta di mettere in discussione la buona intenzione alla base del provvedimento. Né di attribuire responsabilità personali. Ma di evidenziare una criticità strutturale: quando un aiuto economico nasce come misura di equità sociale, esso dovrebbe essere pensato per tutte le persone che rientrano nelle condizioni indicate, e non solo per una piccola quota.
Il rischio, infatti, è quello di generare una distinzione involontaria fra pazienti “incluse” e pazienti “escluse”. Non sulla base del loro bisogno, ma della disponibilità limitata prevista dal provvedimento. Questo meccanismo, anche quando nasce da un intento positivo, può produrre un sentimento di disparità in chi rimane fuori, soprattutto in un ambito delicato come quello oncologico, dove le difficoltà personali, economiche e psicologiche dovrebbero essere considerate con la massima attenzione.
È importante ricordare che nessuna malattia fa selezione, e che chi affronta una chemioterapia lo fa sempre in condizioni di fragilità e di necessità oggettiva. Per questo la logica degli interventi pubblici dovrebbe puntare alla massima inclusività possibile, alla trasparenza dei criteri e alla chiarezza delle motivazioni. Una misura più ampia, o comunque calibrata su dati aggiornati e completi, garantirebbe maggiore equità e eviterebbe il rischio di creare differenze percepite come ingiuste.
Questa riflessione non riguarda soltanto la Calabria. È un tema che riguarda tutte le regioni italiane: quando si parla di tutele legate alla salute, la programmazione deve essere guidata da criteri chiari, da dati epidemiologici attendibili e da un principio fondamentale di uguaglianza. Le politiche di supporto ai pazienti oncologici devono essere progettate per evitare discriminazioni, anche involontarie, e garantire che ogni persona abbia accesso alle stesse opportunità di sostegno.
Aiutare è un dovere. Farlo in modo equo è una responsabilità ancora più grande. Le donne calabresi e le loro famiglie meritano un sistema che riconosca pienamente il loro percorso. Senza distinzioni e senza limiti che non siano giustificati da valutazioni trasparenti e documentate.
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