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REGGIO CALABRIA – Le ipotesi di accusa formulate dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria sono di peculato, falso e truffa. Il senatore Giovanni Bilardi è uno dei tredici indagati nell’ambito dell’inchiesta “Rimborsopoli” che chiama in causa le spese folli nel Consiglio regionale della Calabria. Tra gli indagati figurano i nomi dei capigruppo in Consiglio regionale, tra i quali lo stesso Bilardi, per il quale il Movimento 5 Stelle ha evidenziato l’incongruenza della sua nomina in Commissione parlamentare antimafia.

Tutti già sentiti dai magistrati. Agazio Loiero è stato l’ultimo di quelli chiamati dalla Procura di Reggio Calabria, a rispondere nell’ambito dell’inchiesta “Rimborsopoli”. Tredici in tutto i politici sfilati con i loro legali davanti al Procuratore aggiunto Ottavio Sferlazza e al pm Matteo Centini. Da questo momento in poi, magistrati e investigatori, inizieranno a lavorare sui riscontri a quanto affermato dalle persone ascoltate. 

Come detto, gli indagati in questo momento sono 13. Sette di centrodestra e sei di centrosinistra. Tutti chiamati a rispondere sui conti sospetti dei gruppi consiliari di Palazzo Campanella e dai rimborsi elargiti dai gruppi. I magistrati in questa prima fase hanno sentito Emilio De Masi (Idv), Sandro Principe (Partito Democratico), Vincenzo Antonio Ciconte (ex capogruppo Autonomia e Diritti), Agazio Loiero (ex Governatore della Calabria, ma attualmente capogruppo di Autonomia e Diritti), Giuseppe Bova (ex presidente del Consiglio Regionale), Nino De Gaetano (Partito Democratico, ma indagato per il periodo in cui era nei ranghi di Rifondazione Comunista) Giulio Serra (Insieme per la Calabria), Giampaolo Chiappetta (Pdl). E ancora: Luigi Fedele (in passato capogruppo del Pdl), Alfonso Dattolo (Udc), Pino Gentile (Pdl, già Forza Italia) e il sottosegretario Alberto Sarra (in passato capogruppo di Alleanza Nazionale). 
Tra gli indagati, appunto, anche un parlamentare della Repubblica, il neosenatore Giovanni Bilardi (fino a pochi mesi fa capogruppo della Lista Scopelliti Presidente). Indagati tutti formalmente per gli stessi reati, ma era chiaro fin dall’inizio che alcune posizioni fossero diverse da altre. In alcuni casi si parla, anche dopo gli interrogatori, di posizioni “difficili da giustificare”. In altri gli inquirenti non fanno mistero del fatto che si sia trattato di un atto dovuto. Insomma, sarebbe sbagliato fare di tutta l’erba un fascio.
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