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Nino Spirlì

Tempo di lettura 4 Minuti

Non chiameremo negri gli africani, non chiameremo froci gli omosessuali, né chiameremo zingari i rom. Queste parole passano sul corpo degli altri, e sono passate su quei corpi discriminazione dopo discriminazione, ferita dopo ferita, pestaggio dopo pestaggio, assassinio dopo assassinio. Non pronunceremo mai la parola negro, non certo perché in dialetto calabrese si dica nivuru, come sogghigna l’assessore Nino Spirlì sventolando il rosario a mo’ di scudo delle sciocchezze e meschinità della sua tesi. Un uomo delle istituzioni, se queste ancora avranno un senso, avrebbe dovuto affermare con forza che la libertà non è ridacchiare ripetendo negro, frocio, ricchione, zingaro, e spiegare – anche perché lo ha vissuto sulla sua pelle, e lo sa bene – che l’ingiustizia dentro a queste parole, dentro anche alla pronuncia, alla postura nel riferirle, è in agguato sempre. Ed è stata una ingiustizia sentire dal vicepresidente di una regione che si porta dietro il marchio di scarto sociale e di apatia politica nei confronti del cancro mafioso, che avrebbe pronunciato negro fino alla morte.

No, non è quella la cultura italiana da difendere. La nostra cultura non è l’offesa, non la bastonatura verbale. Quella a cui fa riferimento Spirlì è esclusivamente legata a quel potere che dell’odio – e l’odio, clamorosamente, unisce, aggrega più dell’amore – ha fatto un’arma, caricata di contenuti addirittura etici, di fede, economici. E grazie a questo da sempre ha scatenato campagne contro l’Avversario Inesistente, soddisfacendo energie represse, tenendole in realtà al cappio, dunque mantenendo il domino, annullando i diritti, umiliando la democrazia.

Lo abbiamo imparato tardi, ma tardi non è, non ancora, se da oggi insegneremo ai nostri bambini che il bene comune e un mondo giusto si costruiscono anche attraverso il linguaggio. Senza un’Etica delle parole e dello sguardo non c’è futuro per le nuove generazioni. Abbiamo un’urgenza, perciò: insegnare a scoprire la bellezza nelle cose che a giudizio del mondo belle non sono.

A guardare più a fondo, a scorgere finalmente ciò che non ci aspettavamo. Nelle rughe dei nostri vecchi, nelle piaghe degli ammalati, tra i bicipiti di braccia che spingono in avanti le ruote di una carrozzella, negli occhi splendidi dei bambini ai quali un cromosoma ha fatto uno scherzo e adesso sbavano sorridendo in una galassia parallela piena di chissà quali meraviglie. Nel naso della modella Armine, che tanto ci ricorda quel poeta suo connazionale, Daniel Varujan, quando va in cerca della scintilla del forno/del cuore dei mulini/dei loro canti infiniti. Nella mano sinistra di Alì, non di quel nero che sgancia il carrello con una graffetta fuori dal supermercato. E in quella destra, dentro alla quale ha conservato anche i tuoi due euro e il pensiero di spedirli in Nigeria.

Impariamo, resistiamo, combattiamo. In “#Odio” (Utet) Federico Faloppa, sociolinguista all’Università di Reading, in Gran Bretagna, spiega come nessuno sia al riparo dall’imbarbarimento, visto che ci appare pericolosamente accettabile ciò che invece dovrebbe indignarci, ferirci. Parole che sembrano normali, ma che non lo sono affatto. E che, anzi, documentano una verità che vorremmo nascondere: siamo razzisti, o potenziali razzisti, e proprio a partire da esse. Razzismo più pericoloso di quello dell’apartheid perché sottile, perché scava come l’acqua, arriva dovunque, permeando le persone e le società. Nessuno si senta offeso, e cominci col cancellare anche i residui inconsci che ha dentro. Anche noi giornalisti, quando ripetiamo di colore. Se muore annegato un europeo non lo definiamo bianco. Non ci sono donne e uomini di colore, ci sono africani, hanno nomi e cognomi.

Ogni parola ha conseguenze (ogni silenzio, anche), scriveva Jean-Paul Sartre. La conseguenza delle parole di Spirlì è stata quella di sentirci più poveri dopo averlo ascoltato, violentati. Mettesse un libro tra le mani. Impari le parole. L’educazione. La imparino quanti sminuiscono il potenziale, deleterio, del suo discorso. Vadano a dirlo ai genitori di Willy Monteiro Duarte, vadano a chiederlo ai ragazzi massacrati a Marsala al grido di nivuri. Impari l’educazione anche la sua presidente Santelli, con quelle “rotture di coglioni” pubbliche. Sappia che chi fa il presidente di una regione non ha il lasciapassare alla volgarità, non ha pieni poteri sul linguaggio. Impari l’educazione il vate di Spirlì, Salvini, che tra maionesi e panini svolazza rosari senza alcun rispetto per chi ha fede autentica.

La imparino i leghisti del Mezzogiorno, ossimori senza memoria. Impari l’educazione l’ex senatrice del Carroccio Angela Maraventano, lei che le parole della “cultura italiana” le usa per elogiare la mafia di una volta.

E Spirlì si dimetta, o se proprio non ce la fa a mollare lo stipendio, almeno chieda scusa. Cerchi di nuovo una scintilla, dimostri che ha un animo poetico d’artista come dicono di lui. Ma soprattutto, si rassegni: non chiameremo negri gli africani, non chiameremo froci gli omosessuali, né pronunceremo la parola zingaro nell’accezione fascista, respingente, odiante. Non passeremo, mai, sul corpo di nessuno.

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