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IL docente universitario è colto e raffinato come prevede il suo ruolo sociale. Non ci vediamo da anni, dopo saluti e convenevoli il discorso scivola sulla politica come ci accadeva attorno ai trent’anni.

Basta formulare la parola per chi voti che il professore si arrabbia con una virulenza che mi sorprende: «A chi mi viene a chiedere il voto lo p. addosso. Non ho acqua a casa da sempre. Non hanno mai fatto nulla e non faranno nulla».

Un caso isolato? Assolutamente no, a guardare una campagna elettorale soporifera in cui i candidati a governatori propongono soluzioni omologate per problemi strutturali.

Gli schieramenti in campo propongono lo schema di una cronaca di una vittoria annunciata per il centrodestra contro una sinistra tripartita che gioca per il secondo posto. A dieci giorni dal voto, salvo sorprese nelle urne, dibattito e contesa appaiono sopiti e rituali, con sussulti arrivati dalla politica spettacolo dell’ex premier Conte che almeno ha riempito le piazze con le sue “bambine” (LEGGI), ma anche di chi ha trovato risposte in tasca durante il feroce periodo del lockdown.

Eppure i sondaggi un dato lo hanno fornito finché sono stati pubblicabili. Una forchetta tra il 34 e il 37 per cento indica in Calabria un elettorato indeciso o che non vuole andare in cabina. Oltre un terzo degli aventi diritti è avvolto in una bolla di astrazione del voto. Prevale un senso di acedia tra un terzo degli elettori.

Si perdoni la parolaccia di una parola colta e difficile, ma questo termine di derivazione greca coglie bene questa indifferenza inerte e il grave stato di abulia della campagna elettorale calabrese. Il dato è quasi completamente ignorato da strateghi della comunicazione politica che, fatta salva qualche eccezione minima dal tribuno De Magistris, non lavora sulle proposte utili.

Paradossalmente, l’unico leader attento a tenere viva l’attenzione è Matteo Salvini che invita i suoi a mantenere alta la tensione e a non rilassarsi sulla vittoria acquisita. Tecnica di propaganda che non salva un popolo di delusi.

A sinistra aleggia un sentimento di mortificazione di una comunità che ha visto spegnersi nel tempo dai suoi leader locali e nazionali un’idea aggregante e condivisa di governo del cambiamento.

L’agenda del prossimo presidente della Regione è già pronta nella sua drammatica plasticità. I calabresi molto attenti alle questioni della sanità che vivono sulla loro pelle, rimangono attoniti e lontani da un teatrino degno di una pochade che sussurra ricette e proposte inverosimili.

La Calabria perde 15000 abitanti ogni anno. Una regione di vecchi ed emigrati rinuncia alle energie migliori, nelle aree interne i nostri borghi sono presepi vuoti che si riempiono ad agosto e a Natale e che vedranno tornare pochi residenti per votare. Lontani i tempi con i treni degli emigrati con le bandiere rosse fuori dal finestrino per sperare nel cambiamento.

Questo giornale da mesi tiene uno spazio dedicato a questo argomento con interventi qualificati che non hanno trovato un filo di attenzione da nessuno dei candidati.

Temperature caraibiche vedono spiagge deserte e montagne disabitate prive di turisti destagionalizzati, l’acqua manca, gli incendi questa estate hanno portato morte e devastazione, i rifiuti non trovano sistema e il morbo ancora non trova soluzione virando verso il pericoloso giallo.

Le proposte non le abbiamo sentite. Neanche quelle populistiche tanto in voga in questo tempo difficile. Un popolo di indecisi e infastidito da tanto torpore aspetta alla finestra il compiersi di una liturgia elettorale priva di scossoni e parole d’ordine. Che un barlume di ragione illumini chi ha scelto di rappresentarli comunque. Tutto il resto è noia direbbe un poeta della canzone.

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