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Nino Bartuccio

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REGGIO CALABRIA – Il 4 ottobre scorso due procure antimafia, quella di Reggio Calabria e di Ancona, sotto la supervisione della Procura nazionale, avrebbero fatto luce sull’omicidio di Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo Bruzzese, avvenuto il giorno di natale del 2018. L’uomo viveva a Pesaro in una località protetta.

I carabinieri del Ros hanno arrestato quattro esponenti del clan Crea della Piana di Gioia Tauro: Vincenzo Larosa, Michelangelo Tripodi, Francesco Candiloro e Rocco Versace, gli ultimi tre ritenuti responsabili dell’omicidio Bruzzese.

Le indagini, andate avanti per quasi tre anni, non solo hanno portato all’identificazione di tre uomini ritenuti gli organizzatori ed esecutori materiali del delitto, ma hanno consentito agli inquirenti di venire a conoscenza dei progetti della ‘ndrangheta che erano quelli di uccidere qualche testimone di giustizia che avrebbe con le sue rivelazioni fatto condannare i capi del clan. Si parla anche di un ipotetico compenso di centocinquantamila euro ma le intercettazioni sono tantissime e i magistrati lavorano ancora per dare il giusto significato a messaggi e conversazioni tra gli appartenenti alla cosca.

Potrebbe essere Nino Bartuccio, ex sindaco di Rizziconi, testimone di giustizia dal 2014, che con le sue rivelazioni ha consentito alla magistratura di infliggere un duro colpo al clan Crea, l’obiettivo prescelto contro cui usare bazooka e tritolo.

Come ha appreso la notizia che la ‘ndrangheta voleva probabilmente farle un attentato con armi pesanti?

«Ho appreso di essere oggetto di attenzione da parte di alcuni componenti del clan Crea, dagli organi di stampa e man mano che arrivavano le notizie cercavo di capire meglio, di approfondire soprattutto il contesto dal quale emergevano quelle informazioni. E fu subito chiaro che al centro delle rivelazioni che mi riguardavano c’era innanzitutto il clan Crea e l’omicidio di Marcello Bruzzese, fratello del collaboratore di giustizia Girolamo, commesso il giorno di Natale del 2018 a Pesaro, dove l’uomo viveva dopo essere stato inserito nel programma di protezione. La cosca – questo sarebbe emerso da intercettazioni ed altre attività investigative – stava progettando altri attentati dimostrativi tra cui uno contro un’auto blindata servendosi di un bazooka o di esplosivo. In particolare, durante una conversazione si faceva riferimento a una sentenza della Corte d’Appello che potrebbe essere quella legata all’operazione Deus del 2014, e una delle persone intercettate diceva che ci voleva un’Ak47, un kalashnikov e che bisognava sparare à go go. Non c’è voluto molto per capire che molto probabilmente la vittima designata ero proprio io e qualcuno della mia famiglia. Il mio pensiero è andato subito anche agli uomini straordinari che ci scortano quotidianamente e che ormai fanno parte della nostra famiglia. Loro, per guadagnarsi il pane hanno scelto volontariamente di rischiare la vita ogni giorno. Rendersi conto di un pericolo imminente che diventa improvvisamente reale, mi ha procurato un grande sgomento».

E la sua famiglia?

«Io e mia moglie sappiamo benissimo cosa è successo e qual è il significato di quelle parole. Abbiamo comunque cercato di attutire il colpo sia ai nostri figli che ai miei genitori mentre noi, per comprendere meglio il livello del rischio, abbiamo chiamato subito il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho che ci è sempre stato molto vicino. Lui era chiaramente a conoscenza di tutta l’operazione che ha portato al fermo di quattro esponenti del clan, tre accusati proprio dell’omicidio di Marcello Bruzzese, visto che è stata coordinata dalla Dna nazionale, e ci ha rassicurato molto spiegandoci come abbia funzionato sia il sistema di protezione che quello investigativo. Gli arresti hanno così sventato i progetti degli ‘ndranghetisti che non riguardavano soltanto me ma anche altri collaboratori e testimoni di giustizia».

Per lei e la sua famiglia il procuratore De Raho rimane sempre una figura di riferimento.

«Sì, il procuratore nazionale De Raho è un riferimento solido non solo per me e la mia famiglia ma credo per tutti i cittadini reggini. Il suo ruolo lo ha sempre svolto nel migliore dei modi. Lo stesso posso dire del procuratore Giovanni Bombardieri, il procuratore Gaetano Paci e il questore di Reggio Calabria Bruno Megale che ci hanno non solo fornito le notizie necessarie ma ci hanno anche rasserenato molto. Tutti insieme hanno ribadito che le istituzioni saranno sempre dalla nostra parte e non consentiranno in alcun modo che possa accaderci qualcosa, così come stava progettando la ‘ndrangheta, anche perché – e questo ci è stato detto chiaramente – se dovessero colpire noi e insieme a noi le donne e gli uomini che ci proteggono e garantiscono la nostra libertà e la nostra sicurezza, lo Stato sarà implacabile. Perché colpire noi significherebbe colpire il cuore dello Stato e questo non lo permetteranno. Spero che questo messaggio venga compreso molto bene».

E dunque lo Stato c’è e ha fatto sentire la sua voce ferma, autorevole, ma la società civile, il mondo delle associazioni che portano avanti progetti di legalità, avete sentito vicine anche queste?

«Abbiamo ricevuto tante attestazioni di solidarietà sia dai singoli cittadini che dagli ordini professionali ai quali apparteniamo sia io che mia moglie. Solo l’ordine nazionale, probabilmente impegnato in altre vicende, non ha preso a cuore la nostra situazione. Anche il sindaco di Rizziconi Alessandro Giovinazzo attraverso un comunicato stampa ci ha dimostrato la sua grande sensibilità e il suo coraggio. Era inimmaginabile fino a qualche tempo fa, che un sindaco prendesse una posizione chiara davanti alla ‘ndrangheta. Giovinazzo ha fatto intitolare anche una strada a Francesco Maria Inzitari, il diciottenne ucciso davanti a una pizzeria a Taurianova il 5 dicembre del 2009. Ho ricevuto tanti messaggi di solidarietà anche sui social e questo è un segnale molto importante perché non solo ci sta aiutando a superare questo momento molto difficile ma serve soprattutto a lanciare un messaggio alla criminalità organizzata».

Possiamo dunque dire che oggi c’è una coscienza nuova rispetto a qualche anno fa, quando lei denunciò i componenti del clan Crea.

«Sicuramente sì e questa è una vittoria innanzitutto delle istituzioni e poi della forza e dello spirito di sacrificio della mia famiglia che ha cercato, nonostante tutto, di avere una vita normale nel luogo che potrebbe essere considerato più pericoloso ma che in realtà è il posto in cui ci sentiamo più al sicuro, vicino alle istituzioni e ai cittadini onesti del mio paese che sicuramente non vogliono che si ritorni al passato quando la cosca Crea decideva ogni cosa sia nella vita pubblica che amministrativa di Rizziconi. Le forze dell’ordine insieme alla magistratura disarticolando questa cosca hanno fatto un ottimo lavoro e adesso a queste persone non resta che pentirsi di tutto il male che hanno fatto e cambiare vita perché é possibile anche per loro avere una possibilità di riscatto. Il nostro territorio potrebbe offrire delle occasioni di lavoro anche ai figli dei loro figli se saranno capaci di vivere onestamente».

Da ciò che dice appare evidente che lei non ha mai pensato di lasciare la Calabria, vero?

«Mai, mai. Dal giorno in cui il procuratore De Raho mi convocò in procura, era il 4 giugno del 2014, per informarmi della mio nuovo ruolo di testimone di giustizia con la possibilità di essere portato in una località protetta assumendo anche nuove generalità, ho sempre detto con forza e decisione che io e la mia famiglia volevamo rimanere dove abbiamo sempre vissuto e il procuratore in quel momento ha visibilmente esultato. E per questo gli sono molto grato perché ci è sempre stato molto vicino come in questa ultima vicenda».

Lei ha dimostrato che un’altra Calabria è possibile. Riusciremo mai a liberare la nostra bella terra dall’oppressione della ‘ndrangheta?

«Sì e lo dico con grande convinzione anche se devono realizzarsi alcune condizioni. I cittadini calabresi devono avere maggiore consapevolezza, devono smetterla di sentirsi cittadini di serie B e devono pretendere di vedere riconosciuti propri diritti senza mai ringraziare nessuno. Abbiamo un atavico complesso di inferiorità e ci presentiamo sempre con il cappello in mano a chiedere favori anche quando quando ciò che vorremo ottenere ci spetta di diritto. Questo comportamento ci allontana dalla legalità e rende sempre più forte la criminalità organizzata. Un grande ruolo lo gioca anche la politica, quella con la P maiuscola e noi purtroppo, mi riferisco alla Calabria e non me ne voglia nessuno, vediamo molta politica affaristica e questo è provato da tutte le indagini che in un recente passato hanno visto coinvolti molti consiglieri e assessori regionali. Bisogna dare il buon esempio ai cittadini se si vuole educarli a vivere nel rispetto delle regole».

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