X
<
>

5 minuti per la lettura

Rimborsi per ingiusta detenzione: parla il Procuratore della Repubblica di Reggio, Giuseppe Borrelli: «La questione è la durata dei processi»


REGGIO CALABRIA – «I dati più alti si registrano nelle Corti di Appello di Reggio e Catanzaro». Parole del Guardasigilli Carlo Nordio, che, in un question time dei giorni scorsi alla Camera ha così commentato gli ultimi reports su i risarcimenti per ingiusta detenzione da misura cautelare, in Italia. «Ho delle difficoltà a leggere questi numeri – ha aggiunto il ministro della Giustizia con toni emozionati – perché come potete capire sono delle manifestazioni di sconfitta da parte dello Stato».

A REGGIO CALABRIA IL MAGGIOR NUMERO DI RISARCIMENTI PER INGIUSTA DETENZIONE

Il distretto di Reggio Calabria, dunque, è balzato agli onori della cronaca proprio per aver il maggior numero di risarcimenti corrisposti a indagati preventivamente arrestati e poi pienamente assolti.
Al secondo posto di questa speciale classifica, abbiamo poi il distretto di Catanzaro. La nostra regione, quindi, è proprio al centro della polemica aperta dal ministro Nordio. «Gli indennizzi liquidati per riparazione per ingiusta detenzione nell’intero anno 2024 – spiega sciolinando numeri il Guardasigilli – sono pari a 26,9 milioni di euro. Dal 1° gennaio 2025 al 31 ottobre 2025, accolte 535 richieste per un importo complessivo a carico dell’Erario pari ad euro 23.850.925,00».

In particolare, i dati più alti si registrano presso la Corte di Appello di Reggio Calabria con 77 indennizzi liquidati per 5.486.000,00 euro e presso la Corte di Appello di Catanzaro con 126 indennizzi per un importo di 4.311.000,00 euro. Un totale, per la sola Calabria, di 203 richieste di rimborso accolte per un totale di circa dieci milioni di euro. E non è solo una questione di soldi. Dietro a ogni richiesta di rimborso per ingiusta detenzione, c’è una storia di sofferenza e dolore, di carriere politiche e lavorative distrutte, di famiglie messe ingiustamente sotto pressione.
Abbiamo pensato di intervistare sulla questione, il procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Borrelli, che sta nella parte “alta” del campo a cui Nordio rivolge la critica.

Procuratore ritiene che il fenomeno segnalato dal ministro della Giustizia sia fisiologico o patologico? E perché? Cosa pensa di fare per togliere alla Corte d’Appello di Reggio questo antipatico primato?

«Innanzitutto, devo premettere che non sono in possesso dei dati sui risarcimenti per ingiusta detenzione, anche se non dubito di quanto affermato in proposito. Credo però che sarebbe interessante, ad esempio, sapere se questa primazia delle procure calabresi tenga o meno conto della percentuale delle ingiuste detenzioni sul numero complessivo degli arresti. Non c’è dubbio, infatti, che in zone ad altra concentrazione di criminalità, dove spesso si dispone l’arresto di decine di persone, anche percentuali molto modeste di errore possono dare luogo a numeri più elevati di quelli che caratterizzano l’attività di altre sedi giudiziarie. Tuttavia, non c’è dubbio che un arresto ingiusto non può mai essere considerato un fatto fisiologico. E posso assicurare che sull’argomento ho trovato una particolare sensibilità da parte dei magistrati della Procura di Reggio Calabria».

Anche la durata dei processi incide sul problema perché il cittadino che viene poi assolto subirà un danno di immagine e psicologico più o meno grave anche a seconda dei tempi processuali. Se i processi durassero meno, le situazioni di ingiusta detenzione sarebbero più brevi e, per qualche verso, più sopportabili per le persone coinvolte?

«Questa è la questione principale, e lo sostengo da sempre, anche se pare essere scomparsa dal dibattito. Vede, io credo che il diritto ad una ragionevole durata del processo non riguardi solo i detenuti. Anche un imputato libero subisce delle ricadute dalla pendenza di un giudizio, specie quando ricopre ruoli di responsabilità. Avere un processo breve, capace di concludersi nel giro di qualche mese, e non di decenni, come talvolta avviene, impedirebbe ogni strumentalizzazione di vicende umane delicate, quali quella dell’essere coinvolto in un processo penale. Nessuno potrebbe avere interesse a strumentalizzare la vicenda giudiziaria se si sapesse che di lì a poco interverrebbe una sentenza che attesta la fondatezza o meno dell’iniziativa penale. E’ un fatto di civiltà, ma di questo argomento a nessuno sembra più interessare molto».

L’ingiusta detenzione viene mediamente riconosciuta solo nel 50% dei casi di assoluzioni con formula piena. Le sembra giusto?

«Questo avviene perché nella valutazione del diritto al risarcimento si tiene conto anche di una serie di fatti estranei all’esercizio dell’azione penale, come il comportamento dell’imputato (che ha o meno risposto o che si è avvalso della facoltà di non rispondere come suo diritto). Tuttavia, il fatto che numerose domande vengano accolte è, ancora una volta, la più palese dimostrazione della infondatezza dell’accusa secondo la quale giudici e pubblici ministeri opererebbero d’intesa, uno a giustificazione dell’altro».

Nella sua carriera le sarà capitato di aver causato (durante un’inchiesta) dell’ingiusta detenzione. Come si è sentito sul piano umano?

«Guardi, in genere io ritengo che un ufficio di Procura debba prestare una particolare attenzione nell’esercizio del potere cautelare. Se è vero che il pubblico ministero si limita a richiedere, questo non significa che sia legittimato ad avanzare richieste temerarie. È una questione che coinvolge l’autorevolezza dell’Ufficio, che si guadagna attraverso la qualità del proprio lavoro, e che postula l’acquisizione di una capacità di oggettiva valutazione della prova. Qui rileva quella cultura della giurisdizione che il pubblico ministero, come magistrato, deve possedere e che da lui può pretendersi proprio in conseguenza dell’appartenenza della magistratura requirente e di quella giudicante ad un unico ordine giudiziario.

Se così non fosse, infatti, la sua domanda sarebbe mal posta e le avrei potuto semplicemente rispondere che chi arresta non è il pubblico ministero ma il giudice. Con specifico riferimento alla sua domanda, poi, devo dire che, sulla base di tali premesse, l’eventuale sconfessione della pretesa accusatoria con l’assoluzione dell’imputato che è stato detenuto può costituire per il pubblico ministero solo uno stimolo a lavorare meglio per il futuro, sia sotto il profilo della valutazione degli elementi di prova (laddove l’imputato fosse davvero estraneo ai fatti addebitatigli) sia sotto il profilo della raccolta della prova (laddove l’imputato fosse colpevole e, semplicemente, il pubblico ministero non fosse riuscito a dimostrarlo efficacemente).

Se si è agito in conformità della propria coscienza e della legge, non vi è spazio per i rimorsi. Per quanto un magistrato non debba mai perdere il rispetto per le persone coinvolte nelle sue attività e per i loro diritti».

COPYRIGHT
Il Quotidiano del Sud © - RIPRODUZIONE RISERVATA

SFOGLIA