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La storia di Mario: un’accusa infondata di associazione mafiosa, oggi risarcito per ingiusta detenzione «Ma non mi restituirà il tempo perso»


NELLE duecentotre domande di risarcimento per ingiusta detenzione presentate e accolte in Calabria (su un totale nazionale di 535) da gennaio ad ottobre del 2025, c’è anche la storia di Mario. Quattro anni di carcere da innocente in regime di alta sicurezza. E chi ha costruito il teorema della sua colpevolezza è la Procura di Reggio Calabria che si attesta al primo posto in Italia, seguita da Catanzaro, Palermo e Roma, per indennizzi pagati dallo Stato proprio a causa di ingiusta detenzione.

«Io sono calabrese ma vivo al Nord da molti anni con la mia famiglia. Ho sempre lavorato e ritornavo di tanto in tanto nella mia città di origine, perché ci sono i miei parenti, i miei affetti».
Parte da lontano Mario, da un legame profondo con la propria terra che neanche la sua nuova vita in un luogo lontano è riuscita a incrinare. E della legge violenta che l’ha strappato alla sua famiglia, dell’intromissione nella propria sfera personale e di un tributo troppo alto pagato in nome di una giustizia che nel suo caso si è rivelata inizialmente ingiusta, parla con la consapevolezza di chi ha attraversato un mare in tempesta ed è riuscito miracolosamente a salvarsi.

«Perché in carcere – dice – ho visto persone stare veramente male e altre che hanno deciso di togliersi la vita». Lui ha resistito per sua moglie e per i suoi figli. E perché anche nei momenti più difficili, era la certezza della sua innocenza a tenerlo in piedi e la voglia di dimostrare che l’accusa di associazione mafiosa era del tutto infondata.

LA STORIA

«I fatti risalgono a qualche anno fa – racconta –. Una sera i carabinieri hanno bussato a casa mia, mi hanno consegnato un malloppo di carte e mi hanno chiesto di seguirli perché nei miei confronti era stata emessa un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Non capivo il motivo di quell’irruzione ma feci ciò che mi chiesero. Neanche i miei familiari riuscivano a dare un senso a ciò che stava avvenendo davanti ai loro occhi. La mia prima preoccupazione fu per i miei figli, uno più piccolo, gli altri adolescenti. Erano loro, in quel momento, i soggetti fragili da proteggere. E tutti cercammo di farlo nel miglior modo possibile».

Un’operazione della Procura di Reggio contro alcune famiglie blasonate della ‘ndrangheta che aveva coinvolto oltre quaranta persone, aveva colpito anche Mario. «La mia maggiore colpa – precisa – fu quella di aver frequentato dei miei parenti e di aver invitato qualcuno di loro a prendere un caffè in un bar. Ero stato arrestato per associazione mafiosa, un’accusa grave, pesante, di cui non riuscivo a capacitarmi».
Lavoro, affetti familiari, tutto era messo a soqquadro e non si riusciva a comprendere cosa avesse trovato di concreto la Polizia giudiziaria, per procedere con passo pesante verso un uomo che non riusciva a comprendere l’assurda situazione che stava vivendo.

LE DIFFICOLTA’ DI UNA INGIUSTA DETENZIONE E LA FATICA DI MARIO DOPO LA SENTENZA

«No, non ho mai perso la speranza di dimostrare la mia innocenza – continua –. La mia famiglia mi si è stretta attorno e anche il mio avvocato mi ha sostenuto molto. Piuttosto che piangere ho reagito con forza e ho iniziato a studiare con attenzione tutte le carte. Ho lavorato molto anche sulle intercettazioni telefoniche con altri imputati, che mi riguardavano, e dai quali emergeva la mia totale estraneità ai fatti che mi venivano attribuiti. Ho dovuto imparare anche ad aspettare e sperare che quel buco nero che mi aveva inghiottito, mi lasciasse intravedere uno spiraglio di luce».

Non lo dice Mario, ma non è stato facile «da innocente» rinunciare alla sua quotidianità, ai ragazzi da seguire, alla moglie con la quale condividere le piccole preoccupazioni e le rinunce, per far quadrare i conti a fine mese. All’improvviso era proiettato in un’altra dimensione e ciò che ha temuto di più, è stato proprio perdere il contatto con la realtà di fuori, con i suoi ragazzi che continuavano a crescere senza di lui e con quel fardello del padre in carcere da portare sulle spalle.

«Ho ascoltato tutte le intercettazioni senza riuscire a trovare un solo elemento che potesse collegarmi a situazioni sospette. Eppure ho fatto quasi quattro anni di carcere. Sono stato assolto in primo grado e con me altre persone arrestate nella stessa operazione. La sentenza mi ha reso giustizia ma nessun giudice e nessun indennizzo potrà mai restituirmi i compleanni perduti dei miei figli e la loro serenità. Ho visto tanto dolore attorno a me e oggi sono una persona diversa, che fa fatica anche a trovare un lavoro, perché non è facile spiegare quel buco di quattro anni che mi ha tenuto lontano dalla mia vera vita».

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