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 REGGIO CALABRIA – Era tutto pronto per il taglio del nastro: con tanto di locandine e programma. Il 28 dicembre 2009 inaugurazione della Baam, Biennale di Architettura ed arte del Mediterraneo. Con le mostre e i seminari che si sarebbero dovuti tenere fino al 23 gennaio 2010 nel centenario del terremoto del 1908. Il programma è rimasto lettera morta sulla carta patinata dell’invito. Ed oggi con lui ingiallisce e muore tutto il progetto. Naufraga miseramente il matrimonio tra il Comune di Reggio Calabria e la Baam, acronimo della Biennale di Architettura ed Arte del Mediterraneo. Un matrimonio da oltre un milione di euro che doveva partorire la più grande Biennale mai nata in riva allo Stretto. Con dentro un’opera colossale: la realizzazione della antica Palazzata di Reggio, distrutta dal grande sisma, riletta dai venti più grandi maestri dell’architettura internazionale. I commissari straordinari del Comune di Reggio hanno valutato la situazione e hanno di fatto rescisso il “matrimonio” con la delibera 32 dello scorso 29 novembre. 

Lettera morta il milione di euro impegnato sul proprio bilancio nel lontano 2009, dal comune con la determina di giunta 449. Inevaso il mandato di pagamento del 17 marzo 2010 per 665.000 euro, che doveva servire a coprire le spese della “Palazzata”. Ed ora i commissari straordinari, nello sforzo di evitare il default, hanno dovuto sacrificare il progetto Baam sull’altare della spending review. La Fondazione era nata nel 2009, forte di un primo finanziamento del comune di 50.000 euro, di un contributo simbolico dell’Università Mediterranea di 1000 euro, ma soprattutto del milione deliberato all’epoca dall’esecutivo Scopelliti a palazzo San Giorgio. I fondi “c’erano”. La macchina si metteva in moto. E avviava la realizzazione del capolavoro principe della Biennale: la Palazzata. Opere con un costo elevato. Un debito enorme che si aggira sui 700.000 euro perché quel “virtuale” milione dal comune reggino in realtà non è mai arrivato. Ed oggi non c’è più. Da qui la dismissione della quota comunale da parte dei commissari. Cosa resta? In realtà un patrimonio enorme. Orfano: delle venti opere previste, circa 15 realizzate giacciono smontate nei capannoni delle ditte tra Ardore e Campo Calabro nel reggino, in attesa, a questo punto, di essere “adottate” per non andare in malora. Giusto per farsi un’idea: tra i nomi che hanno firmato, e in molti casi già realizzato, i cosiddetti “palazzetti” ci sono Zaha Hadid, Paolo Portoghesi, Pancho Guedes, Denis Santachiara, Alessandro Anselmi, Suzana e Dimitris Antonakakis, Patricio Pouchulu, Ugo la Pietra. E poi Alberto Cruz. 
Il palazzetto realizzato per Reggio da Cruz, deceduto, è l’ultima opera del maestro al mondo, praticamente inedita, praticamente “abbandonata”. Insomma, un patrimonio enorme. Almeno quanto la «figuraccia rimediata su scala mondiale». Sconcertato l’amministratore delegato della Fondazione, riconosciuta dalla Prefettura, ricorda Romeo «il 7 gennaio del 2010». «Abbiamo fatto di tutto – ci dice – abbiamo anche dato la disponibilità a rinunciare alle nostre spettanze pur di vedere realizzata la Baam. Per dare alla città questa grande occasione. Per far vedere la grandezza del progetto e non disperdere gli sforzi e questo patrimonio». «Il distretto culturale che doveva nascere per accedere ai fondi Pisu è abortito – continua – e con lui la Baam». Non demorde Romeo: «Abbiamo un patrimonio che va salvato. E io, noi, speriamo ancora che un mecenate, pubblico o privato, lo salvi». Rilancia il curatore Marcello Sestito, che di quella Palazzata è il “padre”: «Ancora oggi – si sfoga – ricevo email e telefonate da parte di queste archistar, sconvolte da quanto successo». «Nei capannoni abbiamo le opere di Portoghesi, Brandi, Santachiara, quella realizzata da me, Giovannini e Nicolini, che soffriva enormemente di questi ritardi». «Abbiamo lavorato in un contesto che ha capito poco la valenza mondiale di questa Biennale. Ci rivolgiamo al ministero dei Beni culturali – è l’accorato appello di Sestito – affinchè rilevi queste opere di importanza mondiale». «A breve – annuncia – organizzeremo una mostra nella speranza che ci si renda conto di cosa è stato prodotto».
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