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Gabriele Varano

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SE oggi conosciamo il “tallone d’Achille” di alcune forme di linfoma e possiamo sperare in terapie più efficaci, lo dobbiamo anche ad un giovane ricercatore calabrese. Gabriele Varano, originario di Locri, è il primo autore di un importante studio apparso poche settimane fa su Nature e che riferisce i risultati della ricerca condotta insieme all’équipe del suo maestro, il professor Stefano Casola, medico ricercatore e direttore del programma “Immunologia molecolare e biologia dei linfomi” dell’Ifom (Istituto Firc di oncologia molecolare).

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«Il nostro studio – spiega Varano – dimostra come alcune cellule di linfoma siano in grado di sopravvivere anche in seguito alla perdita dell’espressione del Bcr (B Cell Receptor), molecola fino ad ora considerata indispensabile per la sopravvivenza e la proliferazione di diversi tipi di linfoma, e contro la quale, in questi ultimi anni, sono stati sviluppati farmaci volti a bloccarne l’attività a scopo terapeutico».

Il Bcr è il recettore che consente ai nostri linfociti B di riconoscere l’intrusione di agenti patogeni nell’organismo, così da innescare la risposta immunitaria. Per neutralizzare più rapidamente l’attacco di virus e batteri, i linfociti proliferano e acquisiscono mutazioni a carico dei geni del Bcr. Quando in questo processo subentrano mutazioni “anomale”, in geni diversi dal Bcr, possono insorgere linfomi o leucemie. Il recettore, che rimane espresso anche sulla superficie dei linfociti neoplastici e ne favorisce la crescita, è diventato così nella pratica terapeutica uno dei bersagli principali: ai pazienti affetti da linfomi non Hodgkin o da leucemia linfatica cronica, infatti, vengono oggi proposte con sempre maggiore frequenza, come trattamenti più efficaci e con minori effetti collaterali, terapie anti-Bcr. La ricerca dell’Ifom, portata avanti con il sostegno della Fondazione Armenise-Harvard e dell’Airc, impone, però, un netto cambio di paradigma. Perché se esistono forme di linfoma in grado di proliferare in assenza di questa molecola, insistere con terapie che “bombardano” il Bcr potrebbe rivelarsi inutile o addirittura controproducente.

Come intervenire allora?

«Sulla base della nostra scoperta – spiega ancora Varano – diventa essenziale determinare l’espressione del Bcr nel tessuto tumorale per indirizzare il paziente verso la soluzione terapeutica più efficace. I nostri risultati dimostrano inoltre come le cellule tumorali private del Bcr siano particolarmente sensibili a stress metabolici. In tal senso, farmaci in grado di “affamare” il tumore (come la Rapamicina, ad esempio) potrebbero rappresentare un alleato vincente da associare alle terapie anti-Bcr nel trattamento di quei linfomi in cui cellule senza il recettore siano state identificate al momento della diagnosi».

Gabriele ha indossato per la prima volta il camice bianco dell’Ifom nel gennaio del 2009, come vincitore del concorso d’ammissione al dottorato internazionale promosso dalla Scuola europea di medicina molecolare. Lì sarebbe rimasto per i successivi sei anni, prima come dottorando e dopo come postdoctoral fellow, con una borsa di studio della Fondazione Veronesi. La sua formazione, dopo la maturità classica conseguita al liceo “Ivo Oliveti” di Locri, si è completata tra Firenze, Cambridge e Milano. Oggi prosegue la propria attività di ricerca a New York, presso l’Icahn School of Medicine at Mount Sinai. Ma è la Calabria, ci dice, il posto che continua a chiamare ‘casa’.

«Ho avuto la fortuna di fare varie esperienze durante la mia crescita professionale, in Italia, in Europa e adesso in America. Ma nonostante io abbia trascorso ormai metà della mia vita altrove, la Calabria è la mia terra e continuo a guardarla con gli occhi di quando l’ho lasciata».

Quanti anni di lavoro ci sono dietro lo studio pubblicato su Nature?

«Le prime osservazioni da cui la ricerca si è sviluppata risalgono ad oltre dieci anni fa, quando il dottor Casola si trovava presso l’Università di Harvard, dove, aiutato dal dottor Simon Raffel, generò un modello animale attraverso il quale era possibile manipolare geneticamente l’espressione del Bcr nelle cellule di linfoma. Sono stati necessari poi altri cinque anni del mio dottorato e i tre anni successivi per produrre i risultati pubblicati su Nature. In totale direi oltre dieci anni di frustrazioni, notti e weekend passati in laboratorio, sforzi pienamente ripagati dai risultati ottenuti».

Figlio di un medico, si è iscritto anche lei a Medicina, ma poi ha deciso di trasferirsi a Biotecnologie. Perché questa scelta?

«Onestamente essere uno scienziato non è mai stato il mio sogno nel cassetto: da bambino sognavo di diventare pilota d’aereo. La passione per la scienza invece è nata con il tempo, probabilmente in seguito a situazioni familiari che non hanno trovato risposte adeguate nelle terapie disponibili. Volevo provare a dare il mio contributo. Lo stesso anno in cui mi iscrissi a Medicina, fu inaugurato a Firenze il corso di laurea in Biotecnologie e, incitato anche da mio padre, mi convinsi che studiando Biotecnologie avrei avuto una preparazione più specifica e focalizzata. Ci sono diversi motivi per cui mi piace fare ricerca ed ho deciso di intraprendere questa strada. Uno in particolare: sapere di fare qualcosa che nessun altro al mondo sta facendo; cercare e riuscire a scoprire qualcosa che ancora nessun altro conosce; avere l’anteprima assoluta di quel particolare fenomeno biologico che sto studiando per poi condividerlo con il resto del mondo. Questa per me è la parte più emozionante del fare ricerca».

Dopo la laurea si è trovato a scegliere tra un dottorato a Cambridge oppure all’Ifom di Milano e ha deciso di tornare in Italia. Come mai?

«È stata una decisione difficile da prendere. Il motivo che mi ha convinto a rifiutare il dottorato a Cambridge è stato scoprire che anche nel nostro Paese è possibile fare ricerca ad altissimi livelli. L’Ifom è un centro di eccellenza, riferimento scientifico a livello internazionale, che nulla aveva da invidiare ai migliori centri di ricerca di tutta l’Inghilterra. È stata una scommessa, ma che alla fine ha dato i suoi frutti».

Ora invece lavora a New York. Si considera un cervello in fuga o è un’espressione troppo semplicistica, rispetto ad un mondo, come quello della ricerca, che non dovrebbe avere confini? In base alla sua esperienza, quali sono le possibilità per un giovane ricercatore in Italia?

«Un cervello in fuga? Direi di no. Onestamente, lasciare l’Italia non è stata una fuga per me né una costrizione. Conoscere culture diverse, interagire in contesti alternativi rispetto a quelli in cui siamo cresciuti, rappresenta una componente indispensabile per sviluppare un buon spirito critico e stimolare la curiosità verso ciò che ci circonda. Queste esperienze sono state e continuano a essere, per me, delle parentesi necessarie, che mi permettono di crescere scientificamente e personalmente e che mi forniscono un bagaglio sempre più ricco, da poter investire e condividere con il resto del mondo. Le possibilità in Italia purtroppo sono piuttosto limitate a causa dei pochi finanziamenti che vengono dedicati alla ricerca, e a causa di una regolamentazione ancora troppo conservatrice. Nonostante ciò, mi sento un inguaribile ottimista e confido che anche nel nostro Paese la scienza e la ricerca possano godere della dignità e della considerazione che meritano, e possano essere considerate componenti essenziali per il successo e il miglioramento dell’Italia».

Che differenze nota tra il sistema universitario statunitense e quello italiano?

«Ho la fortuna di lavorare in un contesto scientificamente molto attivo, dove c’è una grande massa critica e questo fa la differenza con l’Italia. Incontrare scienziati di fama mondiale è parte del quotidiano. Inoltre, la figura del ricercatore qui in America ha un gran valore sociale, è riconosciuta dalla popolazione generale che promuove e sostiene la ricerca attivamente. Qui in America le idee vincenti vengono promosse, supportate e sostenute, indipendentemente da chi le propone. È un Paese molto meritocratico. L’Italia è una macchina molto più arrugginita, si deve andare attraverso percorsi obbligati ed accettare a volte compromessi poco dignitosi. Nonostante ciò, anche in Italia abbiamo delle isole felici, oasi sempreverdi dove poter fare ricerca, e, sebbene numericamente inferiori, le nostre eccellenze scientifiche (ad esempio Ifom, San Raffaele, Humanitas, per citare quelle che ho avuto la fortuna di frequentare personalmente) non hanno nulla da invidiare ai grandi laboratori americani, anzi…».

Di cosa si occupa adesso?

«Lavoro come postdoctoral fellow al Mount Sinai Hospital, il primo ospedale universitario di New York. Continuo a fare ricerca nell’ambito dei linfomi ed ho ottenuto una borsa di studio finanziata dal “National Cancer Center” per studiare come l’attivazione di determinati geni in particolari fasi di sviluppo di un linfocita B (da cui i linfomi si originano) possa influenzare il processo di trasformazione tumorale». Vorrebbe tornare in Italia? «Ho un visto per 3 anni rinnovabile per altri 2, e al momento sono al giro di boa. Al termine dei 5 anni mi auguro di poter tornare a fare ricerca in Italia. Nonostante la difficile situazione attuale, continuo a credere e ad avere speranza nel nostro Paese e voglio poter dare il mio contributo alla crescita dell’Italia e alla comunità scientifica da dentro i nostri confini».

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