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In occasione dell’estate dell’Estate Sanlorenzana 2016, Mario Venuti, cantautore della sonorità evocative, si esibirà stasera in un concerto, tra i più importanti della stagione calabrese, che avrà luogo a San Lorenzo Bellizzi nel Parco Nazionale del Pollino.

SAN LORENZO BELLIZZI (CS) – In occasione dell’estate dell’Estate Sanlorenzana 2016, Mario Venuti, cantautore della sonorità evocative, si esibirà stasera in un concerto, tra i più importanti della stagione calabrese, che avrà luogo nel borgo di San Lorenzo Bellizzi, paese sito all’interno del Parco Nazionale del Pollino. Con la sua voce suadente e delicata ha risposto alle nostre domande. Nelle sue canzoni c’è sempre una componente narrativa, descrittiva, quasi evocativa.

Nelle sue opere sente più il bisogno di raccontare te stesso o la realtà che ti circonda?

«Si cerca di fare entrambe le cose. Non mi pongono il problema. Il tramonto dell’occidente è un disco orientato a parlare del presente, delle urgenze quotidiane della società e del nostro modo di stare nella società. Nei dischi precedenti ho puntato più ad indagare nelle dinamiche umane. Ai rapporti interpersonali ho dedicato la maggioranza dello spazio creativo».

E’ stato scritto che nelle sue canzoni c’è quella leggerezza pensosa di cui parlava Calvino, la capacità di affrontare con leggerezza, senza essere frivoli, temi importanti. E’ una scelta consapevole o sono i tuoi moti d’animo a determinarlo?

«Quando certe cose le fai per tanto tempo, sono una parte di te, non c’è nulla di studiato a tavolino. Una volta che si sono acquisiti i mezzi comunicativi, si lascia parlare l’istinto. Non faccio nulla di ragionato, l’istinto bisogna farlo parlare. Certo, ciò che si fa è una cartina tornasole del proprio essere, ma la persona e l’artista viaggiano insieme. Il tuo ultimo lavoro, Il tramonto dell’Occidente, è targato 2014: la fine di un’epoca e l’inizio di una nuova come tu l’hai definita».

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Cosa ci possiamo aspettare da quest’epoca nuova? Un nuovo album?

«Quando parlo di una nuova epoca parlo di un’epoca nuova per la società occidentale. Sono ormai quasi alla fine della registrazione del nuovo disco, che è una reazione rispetto al precedente. È un disco totalmente orientato a riscoprire una componente sensuale che mi è più congeniale, la scoperta di una nuova vitalità, un nuovo gusto della vita. Musicalmente ”battistiano” rispetto al precedente, più vicino a Battiato. Terra, gusto, tatto, corpo: ho voluto puntare su questi elementi».

Ha una canzone nel cassetto? Una storia che vuole raccontare in musica ma che ancora non ha visto la luce?

«Ultimamente mi lascio guidare dall’occasione. La musica è un’occasione, come tutte le cose che avvengono, è qui e ora. Mi lascio cogliere molto dal momento lo cavalco e ne viene fuori qualcosa. Se i sistemi della discografia, in futuro, saranno molto più immediati ciò sarà ancora più naturale. Io sarei propenso all’istant song, canzone che è espressione di un momento. Una canzona realizzata e messa subito in rete. Sarebbe un modo molto più consono ai nostri tempi, ma quel che rimane dei sistemi della discografia non lo permette: c’è tanta programmazione e pianificazione. A volte mi trovo un po’ a disagio con questo sistema. Vorrei che la musica fosse la polaroid di un momento e che quel momento si potesse diffondere. La tua formazione musicale passa anche per quel bislacco periodo che sono gli anni ‘80».

Ad oggi, nelle tue opere, quanto di quel periodo musicale c’è?

«Oggi moltissima. Paradossamene negli anni ‘90 e 2000 meno. Oggi mi ritrovo a riscoprire formule e sonorità di quel periodo. Il nuovo disco ha una componente elettronica volutamente vintage. È stata l’ultima decade in cui sono state scritte grandi canzoni e fatte grandi invenzioni musicali. L’idea che avevo degli anni ‘80, negli anni ‘80, è qualcosa di molto diverso da quella che ho oggi, quindi qualche si evolve e si muove nella mia percezione».

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