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Nina Baginskaya

Tempo di lettura 6 Minuti

Nina Baginskaya ha 73 anni ed è la nostra amica geniale. L’abbiamo amata subito vedendola assestare quel calcione al poliziotto bioelorusso che le aveva strappato dalle mani l’inseparabile tricolore bianco-rosso-bianco, messo al bando nel 1995 dal dittatore Lukashenko a favore del rosso-verde sovietico: ecco, ci siamo detti, quella donna combatte non soltanto al fianco dei manifestanti di Minsk contro i brogli elettorali, i pestaggi, gli arresti illeciti, ma anche al fianco di noi tutti. Significa che possiamo contare a questo mondo ancora su esseri per i quali il sopruso è un male insopportabile, e che a costo di rischiare la vita colpiscono sugli stinchi del potere con le uniche armi a disposizione, fossero anche le punte degli stivaletti.

Quel calcio in realtà è un grande insegnamento, fa suonare una campanella salvifica: ci sveglia dal sonno, dall’ignavia, dall’essere spalmati sulle ingiustizie senza reazione alcuna, in un mondo rassegnato come una pecora al macello. Prendiamo il nostro paese, sembra la Palermo del film La mafia uccide solo d’estate: ci si innamorava anche, tuttavia continuando a vivere una quotidianità abituale, meschina, da struzzo, nonostante il bollettino quotidiano dei morti ammazzati, nonostante la pressione insostenibile in anni di stragi, di politici, giornalisti, magistrati massacrati e senza (ancora) giustizia. Perché restano senza (pensiamo a Livatino, dalla cui uccisione ricorrono i trent’anni, e a Scopelliti)?

Perché questo è un paese senza fosforo, che dimentica, primo; secondo perché si sceglie la strada più semplice, la soluzione più facile e cialtrona: quella di non occuparsene, o di lasciar fare a solitari eroi sotto scorta che hanno ben pochi strumenti di lotta, compresa la benzina per le macchine, rispetto invece a piaghe grandi, dolorose, sanguinanti come i morti per mafia, appunto (sulla coscienza ce li ha pure il Parlamento, con tanto di prove e verità nascoste), o ulcere irrisolte quali il lavoro, l’abbandono delle classi sociali indifese, le schiere di donne e uomini lasciati indietro per sempre, quel Sud da fine pena mai come un grande ergastolano, e il malaffare e la politica, che ha perso totalmente il senso della realtà. A ruota, e non è un caso, l’informazione: flessa sulle necessità dei Palazzi e di grandi editori contigui, che non sono editori, ovvero non fanno informazione per il bene e la crescita democratica di un paese, piuttosto sono padroni sfacciati e insolenti, al punto che a decidere come dare le notizie sono i consigli di amministrazione e non i giornalisti. Un esempio? La messa in onda notturna di uno Speciale Tg1, a firma di Maria Grazia Mazzola, l’inviata che ha scoperto nuovi documenti e rivelazioni che potrebbero far luce proprio sulla morte del giudice Rosario Livatino. Perché la tv di stato (che poi quel tv di stato fa paura soltanto a pronunciarlo) non decide per la prima serata? A Qualcuno dà fastidio che agli italiani vengano aperti gli occhi. Chi si accorge di tutto questo? Nessuno, pochi. E messi in un angolo.

Nina è un simbolo in questo senso. È la nostra speranza. “Se ti aggrediscono e ti derubano, non puoi limitarti a dire grazie”, sostiene la nonna dei manifestanti che cuce da sola le sue bandiere con la vecchia Singer ereditata dalla suocera e una Podol’sk dalla mamma e sa che la storia si ripete, ecco perché scende in piazza. Fino al ’53 furgoni neri rombavano per la capitale Minsk, caricando gli arrestati e portandoli non si sapeva dove. “Oggi accade lo stesso, solo che la gente non ha più paura di uscire per strada nonostante i carri”, ha raccontato la Baginskaya, ex ciclista, laureata in ingegneria e geologia, arrestata e fermata più volte per il suo impegno, malmenata, multata per decine di migliaia di euro, ma sempre in piedi. La paura è un’emozione normale, ha raccontato, ma oltre alla paura c’è anche la dignità, ed è ciò che ci rende umani: “Quando si tratta di salvaguardare la dignità, la paura va rimossa, e io non voglio che il mio popolo scompaia, perché penso alle generazioni future, quindi faccio quel che può fare un adulto: cucire una bandiera, venire in piazza, incoraggiare i giovani”.

Pensiamo così a due donne che molti calci negli stinchi hanno dato nelle rispettive, favolose vite, morte una a pochi giorni dall’altra, e ci piace immaginarle giocare a un ping pong da titani, tra dritti e rovesci di rivoluzione e verità, da un capo all’altro di quel mondo che hanno pur contribuito a cambiare: Rossana Rossanda e Ruth Bader Ginsburg. La prima, cofondatrice del Manifesto, si autodefinì in un luminoso e cocente libro sulla sua lunga vicenda di donna, partigiana, femminista, comunista non allineata la ragazza del secolo scorso. Cuore e onestà intellettuale, una vita dedicata all’impegno e alle battaglie per gli altri, dalla Resistenza, giovanissima, col nome di Miranda, a quella per le donne e la maternità, in una società inchiodata sul patriarcato. Sapeva che cosa fosse la paura, come Nina: ma “le scelte obbligate sono serie – scriveva –. Non avevo sognato avventure, volevo passare la vita in biblioteca, e ora stavo in una avventura di molti, accettando di fare e andare dove mi era detto”. L’altra, seconda donna a sedere nella Corte suprema degli Stati Uniti, dove lascia un vuoto in una fase davvero delicata e che vede alle porte una ennesima, durissima guerra politica alla vigilia delle elezioni sulla nomina del suo successore. Di origini ebraiche, donna da romanzo, come la Rossanda, campionessa dei diritti degli ultimi, delle donne, più di mezzo secolo di lotte per l’uguaglianza, paragonata per la sua levatura intellettuale e acume giuridico a Thurgood Marshall, quel gigante della magistratura americana che lasciò il segno nella battaglia per i diritti degli afroamericani.

Rossana, Ruth. Ma, tornando indietro nel tempo, non possiamo non pensare a Giuditta Levato, la contadina calabrese che morì per tutti. Nell’autunno del ’44, dopo l’emanazione da parte del ministero dell’Agricoltura dei decreti a firma dell’allora titolare Fausto Gullo, che tra le altre cose garantivano ai contadini la metà della produzione, il via libera all’occupazione delle terre incolte, o l’indennità per incoraggiarli a consegnare i prodotti coltivati ai magazzini statali (i famosi granai del popolo), furono moltissime le donne che combatterono al fianco di padri, mariti, fratelli per ottenere ciò che la legge prevedeva e non veniva invece consesso. Voci e calci di donne incredibili, se consideriamo la loro condizione nella prima metà del ‘900. Tra esse ce n’era una speciale, nata a Calabricata, oggi una frazione di Sellia Marina, Giuditta: contadina, comunista, sognatrice, forte, innamorata, divenne l’icona di quelle rivolte in Calabria. Una donna, una madre, una storia di lotta piena di valori e poesia contro i soprusi. Una maledetta mattina, il 28 novembre del 1946, quel suo calcio negli stinchi del potere le costò la vita. Era incinta di sette mesi e durante una battaglia in una delle terre che difendeva, un colpo di fucile le bucò l’addome, uccidendo lei e il suo bambino. Restano scolpite come in una roccia le sue parole, prima di chiudere gli occhi per sempre, sussurrate al senatore Pasquale Poerio, corso in ospedale. Vale la pena rileggerle, tutte: sono morta per loro, sono morta per tutti. Ho dato tutto alla nostra causa, per i contadini, per la nostra idea; ho dato me stessa, la mia giovinezza; ho sacrificato la mia felicità di giovane sposa e di giovane mamma. Ai miei figli, essi sono piccoli e non capiscono ancora, dirai che io sono partita per un lungo viaggio ma ritornerò certamente, sicuramente. A mio padre, a mia madre, ai miei fratelli, alle mie sorelle, dirai che non voglio che mi piangano, voglio che combattano, combattano con me, più di me, per vendicarmi. A mio marito dirai che l’ho amato, e perciò muoio perché volevo un libero cittadino e non un reduce umiliato e offeso da quegli stessi agrari per cui ha tanto combattuto e sofferto. Ma tu, o compagno vai al mio paesello e ai miei contadini, ai compagni, dì che tornerò al villaggio nel giorno in cui suoneranno le campane a stormo in tutta la vallata.

Aveva 31 anni, Giuditta Levato. Sognava di cambiare il mondo, non come oggi un iPhone. Aveva paura, ma non si tirò mai indietro. Come Rossana, come Ruth, come le donne che si sono ribellate alle mafie: pensiamo tra tutte a Felicia Bartolotta, da Cinisi, splendida mamma di Peppino Impastato che sputò in faccia a mafiosi e colletti bianchi la verità, e pensiamo a Lea Garofalo, testimone di giustizia, morta tra le fiamme, disintegrata. Come gli usurpatori del mondo vorrebbero per tutti coloro che gli si oppongono, che li smascherano. O che hanno la forza di Nina, e di quei suoi favolosi calci negli stinchi del potere.

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