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Quelle faccine ancora arruffate dai sogni della notte dentro la griglia parlante tra tablet e pc sono la prima cosa bella (e l’unica) del giorno. Una grande coperta colorata, cucita con tutti quei quadratini a forma di visetto. Ci scalda dal grande freddo in questo tempo di deriva, tra vecchi drammi e nuovi virus. Sale un po’ il magone, ma ha un’anima: è la grande bellezza innocente che tiene a galla un mondo aggrappato alla zattera.

Occhi, grida, pianti, risa, tazze, dai viali di Milano a quelli di Torino ai paesini dell’Appennino o alle montagne della Sila che per trovare la linea occorrono miracoli, dalle coste siciliane e della Sardegna a quelle del Mediterraneo. Certo se si pensa che quel mare oggi è la più grande fossa comune del pianeta ai disagi alla Dad, l’acronimo di didattica a distanza, dovremmo pure inchinarci. E così davanti ai doni che riceviamo per il solo fatto di essere nati per caso assoluto in quest’altra sponda del continente: poterci vestire, indossare un paio di scarpe, scegliere la sera di cenare con carne o pesce.

Tuttavia era arrivato qualche settimana fa un autunno che sembrava quasi primavera e per esempio Nicol, una bimba di Milano che non ne sa ancora nulla dei morti nel Mare Nostrum, per l’ultima volta aveva guardato fuori dalle grate della finestra del seminterrato adibito a bella scuola che affaccia sul parco, lì dove appena due anni fa a quest’ora ancora si poteva scorrazzare come farfalle, salire sui muretti, perdersi nel piccolo labirinto dall’onesto profumo di mattoncini anni ’70.

Nicol ha compiuto sei anni a luglio scorso e quest’anno avrebbe dovuto frequentare la prima elementare. I suoi la chiamano così, elementare, perché il papà dice che quel termine, primaria, sa tanto di Darwin e faccende che hanno a che vedere con i primati e gli fa troppa impressione. Per la verità qualche giorno in classe c’è stata Nicol, con tutta l’emozione dell’esordio in “Prima F”. Ma quello nel quale aveva guardato fuori, dal suo banchetto distanziato e con la mascherina sul naso, sarebbe stato l’ultimo prima della chiusura per la nuova ondata di contagi.

Oggi eccole lì Nicol e sua madre Francesca, biologa, entrambe con la testa nel computer di casa, la nuova scuola senza grembiule e fiocco blu, senza compagni da poter avvicinare durante la ricreazione, senza il verde del parco, senza mani alzate e campanelle. Eccole in simultanea con tutti gli altri faccini, piccoli eroi nello zoo della Dad, canterebbe David Bowie, e di un mondo là fuori che di essi spesso dimentica anche l’esistenza. “Maestra, maestra, maestraaa! Francescooo, Lorenzooo, Anitaa…”. In coro cercano lo sguardo delle insegnanti, mostrano quaderni, disegni e sillabe, chiedono se possono andare a fare la pipì imbarazzando le mamme. E poi si inseguono, voce a voce, mescolandosi nello spezzettato rettangolo di gioco dove s’intravedono divani, stendini e papà, zii e nonni poco prima del collegamento in tutta fretta impegnati a individuare qualcosa di meglio di un pigiama. A casa ci si è adattati, Francesca è vigile, ma assai preoccupata: “Che cosa è cambiato? Tutto. La chiusura delle scuole ci ha rivoluzionato la vita. Io e mio marito ci alterniamo, non abbiamo chi possa aiutarci. Molte mie amiche sono allo stremo”.

Una fotografia uguale per tutte le case. Sembra una vecchia polaroid, i colori di famiglia e di scuola. Si tinge di scuro, però, quando i mezzi scarseggiano, e pure la connessione. Il governo ha stipulato intese con i gestori telefonici che azzerano il consumo di giga, tuttavia l’ultimo dato Istat non lascia spazio a invenzioni: in un terzo delle famiglie italiane non ci sono né pc né tablet. E se oltre la metà dei ragazzi condivide i dispositivi con gli altri componenti della casa, soltanto il 6 per cento tra i 6 e i 17 anni ha la possibilità di utilizzare un computer tutto suo. Avvilente. Si indovini un po’ quale parte d’Italia soffre di più. “C’è un problema serio: la Dad non è uno strumento democratico”, ci dice Alessandra Necco, che insegna matematica e scienze in una scuola secondaria (le medie) di un quartiere di Napoli senza criticità sociali, la “Pirandello”, a Soccavo, ma “sappiamo bene che cosa voglia dire lavorare in ambiti come i Quartieri Spagnoli, dove la dispersione scolastica è ancora alta. È vero che ragazzi e bambini sanno usare un cellulare, ma anche che utilizzarlo per le attività didattiche a distanza richiede quell’impegno e quella dedizione che spesso in certe zone faticano a trovare in casa”.

È stato un grande imprevisto a marzo, lo è per molti versi tutt’ora. Per tutti. Ma si tratta dell’unico strumento che abbiamo. Il problema sono i tempi. Se questa situazione dovesse prorogarsi, o ripetersi, post aperture ci troveremmo sempre più di fronte a incognite psicologiche oltre che lacune di formazione. Ne è convinta Patrizia Garasto, veneziana di nascita, calabrese di sangue, insegna anch’essa matematica e scienze ma in una primaria del Cosentino, la “Sant’Agostino”, a Rende: “Abbiamo percepito disagi sin da primi giorni, in presenza – racconta –, per esempio quando dovevamo ricordare ai bambini di allontanarsi l’uno dall’altro; quante volte poi abbiamo sentito ripetere ‘come eravamo felici quando non esistevano le mascherine’, e altri di aver trascorso l’estate chiusi o, peggio, che hanno vissuto e continuano a vivere la mancanza di presenze fondamentali per la crescita emotiva dei più piccoli come i nonni. Penso che oltre alle carenze didattiche bisognerà pensare molto a questo aspetto. Dall’oggi al domani la vita è cambiata: scuola, giochi, lo sport, gli amici, le feste, tutto, e i bambini si porteranno dentro questa esperienza per lungo tempo. Un buco nero che forse non potranno colmare, i ricordi di un bel pezzo di strada. A questa generazione è stata negata una parte importante della loro esistenza”. Ornella Molinaro insegna italiano nella stesso istituto, nelle stesse prime classi. “La didattica a distanza è uno strumento che mai potrà sostituire la presenza a scuola – ci tiene a chiarire –, ma dove non c’è la collaborazione dei genitori, e sappiamo che spesso avviene, e per vari motivi, in primis a causa del disagio sociale, diventa un grande problema. La Dad funziona se ci sono mezzi e in un contesto dove ci sono strumenti adeguati, parlo di reale dedizione delle famiglie. Noi siamo fortunate, e con noi i nostri bambini, ma abbiamo notizie dalle periferie di piccini abbandonati a se stessi, lasciati soli in questa difficile fase. Sono nativi digitali, ma è impossibile pensare di fare a meno di aiutarli. Per noi insegnanti? E’ tutto molto più faticoso: siamo perennemente alla ricerca di attività che si possano svolgere in Dad, che siano soprattutto semplificate. Nel caso di riapertura a giorni, speriamo di riuscire a tirare almeno fino a Natale e non interrompere il legame con i nostri alunni, tutti un po’ spaesati”. In proposito, leggiamo nell’ultimo rapporto Unicef “The future we want”, il futuro che vogliamo, che uno su tre di essi è in difficoltà, mentre il 16 per cento lamenta un peggioramento dei rapporti familiari in questo periodo.

Occorrerebbe tuttavia spingere le antenne. Riflettendo per esempio sul fatto che esiste chi non sapeva nemmeno come fare a raggiungere la sua classe, quando a scuola si poteva andare: la piccola Greta, quattro anni, ogni santo giorno a piedi per quaranta minuti all’andata e quaranta al ritorno. Perché? Perché domiciliata al campo nomadi di Strada della Berlia, a Collegno, nel Torinese, e dunque col pretesto della non residenza – e visto che il padre, nato a Torino, è senza lavoro, perciò non in grado di dimostrare di poter pagare la retta – le era stato revocato il servizio di scuolabus. Se alziamo un pochino di più il radar, scopriamo poi che ben un milione e mezzo di profughi siriani in fuga dalla guerra, e con essi tutti i loro bambini, sono costretti a vivere in tendopoli clandestine del Libano perché per Beirut sono fantasmi, non esistono. Altro che Dad. Nella capitale libanese il 5 novembre scorso un uomo si è dato fuoco di fronte alla sede dell’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati: disperato, non aveva un centesimo per comperare le medicine per la figlia malata. Tutta questa gente rischia il rimpatrio, che vuol dire spesso la morte. Grazie a Save the Children, la stessa Unicef, Clinton Health Access Initiative, e Murdoch Children’s Research Institute, scopriamo ancora che 4,2 milioni di bambini se si ammalano sono senza (o quasi) ossigeno nei paesi poveri: la polmonite, malattia più letale al mondo per i più piccoli, ogni anno ne uccide oltre 800.000 sotto i 5 anni. Intanto non affatto lontano da noi, in Europa, Italia compresa, ben 18 milioni di piccoli secondo Telefono Azzurro sono vittime di sfruttamento.

Se è vero, come è vero, che bambini e giovanissimi sono quelli che soffrono più di chiunque le limitazioni imposte dalla crisi sanitaria, oggi più che mai è urgente insegnare loro resilienza e uno sguardo che vada ben al di là del confine. Edwige Guiebre, 32 anni, viene dalla Costa d’Avorio, ma i primi dieci anni di vita li ha trascorsi in Burkina Faso, per poi raggiungere il papà emigrato in Italia. Oggi ha realizzato il sogno di diventare maestra a Modena. La sua tesi di Scienze dell’Educazione ha un titolo che va in questa direzione di mondo nuovo: “Bambini e bambine nella società multiculturale”. Ha scritto anche un libro, “Tata marrone”, per dire “non fermiamoci più alle apparenze”. Ci spiega che “vale per tutti, per le colleghe, i genitori, gli ausiliari che facevano fatica ad accettare una donna dal colore scuro della pelle dalla parte della cattedra. E la mia battaglia la porto avanti anche dagli schermi della didattica a distanza”. Significa che un futuro post Covid-19, in questo mondo scassato, ma interconnesso e globale, potrà definirsi futuro soltanto se avremo educato i nostri figli ad abbattere ogni muraglia, a non lasciare più nessuno indietro. Insegnanti e genitori (inutile riporre speranze altrove, nella politica, perché siamo noi a essere chiamati, adesso, a fare la Storia), dovranno guardare a questo tempo come a una grande occasione. C’è una rivoluzione da fare. Si potrà anche cominciare guardandosi tutti negli occhi in Dad.

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