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UN “amour fou”, sentimento totale e ingovernabile dove gli impulsi illogici della passione travalicano i limiti e s’inabissano nell’oscurità della nevrosi, lega Antoinette e Francois, i due amanti protagonisti di “Madame Pipì”, romanzo edito da Bompiani e prima opera letteraria scritta a quattro mani da Tinto Brass e dalla compagna Caterina Varzi, psicanalista calabrese e già coautrice insieme al regista di alcune sceneggiature cinematografiche. Soggetto filmico lo era anche questa storia ritrovata da Caterina nell’archivio di Tinto, che l’aveva scritta nel ’72 ispirandosi a una vicenda di cronaca realmente accaduta in Francia. Era il periodo di “La vacanza”, “Dropout” e “L’urlo”, Brass lavorava allora per la Cinematheque Française e non era ancora cantore dell’erotismo libertino e gioioso ma narrava l’emisfero più irrazionale del sesso, dove i confini della ragione diventano esitanti, provvisori. Antoinette, quarantenne custode di una toilette parigina, incontra il giovane direttore di un istituto psichiatrico e inizia con lui una relazione estrema: l’uomo le impone rapporti sessuali perversi, la manipola e la umilia in una spirale che culmina nella richiesta di sacrificare, internandolo in manicomio, il figlio autistico di lei. 

FOTOGALLERY: LA COMPAGNA CALABRESE DI TINTO BRASS

Volutamente condotto attraverso due registri narrativi paralleli (quello di Brass, di impronta cinematografica, procede per immagini ed evocazioni di memoria; quello di Caterina Varzi, più letterario, si addentra nell’introspezione psicologica dei personaggi), il romanzo alterna il piano temporale del presente a flashback di grande impatto emotivo, fino a un epilogo “aperto”, che riannoda i fili in modo inatteso. Entusiasta del lavoro con la sua Caterina, Brass dice: «E’ stato fantastico scrivere insieme a lei. Bravissima nel consigliarmi dove tagliare o ridurre il testo e nell’individuare i punti da ampliare». Varzi, raccontando la genesi del libro, aggiunge: «Il testo di Tinto era molto basato sulle immagini, a cui io mi sono collegata per approfondire, in una narrazione di tipo letterario, le tematiche psicologiche». 

Esperta nell’analisi dei fenomeni mentali legati alle relazioni amorose, Caterina Varzi è stata suo malgrado spiazzata da questa storia cupa, atipica nella produzione del regista, che all’epoca non riuscì a farne un film (c’era già l’attrice, Macha Meril) proprio per i risvolti scioccanti del racconto. «Una difficoltà – spiega – che abbiamo avuto anche con gli editori. In molti dopo aver letto il romanzo si sono tirati indietro. E non è un caso che alla fine ad avere coraggio e pubblicare il libro sia stata una donna, Elisabetta Sgarbi».

Gli aspetti scabrosi degli amori dove tra i due partner ci sono una vittima e un carnefice, nonostante siano stati al centro di molti film e libri, continuano a turbare, forse ad esercitare una sotterranea e inconsapevole attrazione su chi guarda o legge. Perché?

Varzi: «Rapporti così, che sovvertono la norma per spingersi sul bordo della follia, sono molto frequenti in tutte le epoche. Dove tutto sembra normale si annidano situazioni estreme in cui l’amore più che le persone lega soprattutto le loro parti malate. Si diventa inseparabili perché le nevrosi di ognuno si legano a quelle dell’altro e a tenere in vita l’amore diventa soltanto questa simbiosi insana. Chi vive in rapporti simili è sempre infelice e dunque non si può più parlare di amore ma di dipendenza, perché l’amore invece mira alla felicità che scaturisce dal bene».

Brass: «Per fortuna nella realtà non accade così spesso che le donne accettino in modo sottomesso la volontà degli uomini, come fa Antoinette. In questo caso però la storia vera era quella di una coppia diabolica e dell’omicidio di una bambina, figlia della donna e considerata un ostacolo all’unione completa tra i due. Una storia che mi aveva colpito perché mostrava una situazione in cui gli genitori prevalevano sui figli senza possibilità di difesa. Io invece l’ho raccontata liberando i bambini da ogni condizionamento da parte degli adulti, con un personaggio, Charlot, che rifiuta le regole imposte da una società che pretende ordine ma è invece governata da adulti folli. E ritengo che il mio finale rappresenti una speranza per un mondo migliore».

Le donne di Brass sono libere da tabù e senso del peccato e vivono esperienze sessuali prive di condizionamenti. Antoinette invece è fragile e accetta il ruolo di vittima, sebbene lo faccia senza nascondere a se stessa la consapevolezza delle sue scelte.

Brass: «No, io vedo Antoinette come una donna pienamente libera. Lei accetta di arrivare fino in fondo alle sue debolezze ed affrontare i suoi lati oscuri ma non lo fa mai con l’atteggiamento di una vittima. Ha ben chiaro il suo obiettivo, quello di salvare sé e Francois dalle conseguenze del loro rapporto malato, di liberare entrambi. Quando si accorge che non è possibile, si libera di lui, rinnega quella relazione e sceglie di salvare il figlio». 

Varzi: «Io sono stata inizialmente perplessa davanti a questo personaggio, anche se sono convinta che in realtà nell’opera di Tinto, che certamente sottolinea l’aspetto festoso e liberatorio del sesso, esistano richiami al rapporto tra eros e thanatos. Ma questa storia va contestualizzata nel periodo in cui è stata scritta, e non parlo solo del periodo artistico di Tinto. Mi riferisco anche a un episodio della sua vita, quando all’età di 14 anni fu portato dal padre nel manicomio veneziano di San Servolo e lasciato lì qualche giorno come punizione. Tinto ha sempre minimizzato questo evento, identificandolo in un atto educativo, ma io non credo che possa essere scivolato via senza conseguenze, tanto più che il manicomio appare nella trama di alcuni suoi film come “La vacanza” e “Dropout”. E in questa storia, infatti, è molto forte la tematica del potere e della critica all’istituzione manicomiale, tra l’altro in un periodo di acceso dibattito sulla psichiatria. Pochi anni dopo la scrittura di questo testo sarebbe arrivata la legge Basaglia».

Brass: «E’ vero, mio padre mi portò in manicomio, ma lo fece solo per punirmi. Ci sono rimasto quattro giorni e quello che più mi ha colpito è stata la forte opposizione esistente tra adulti e bambini, il fatto che i contrasti tra i giovani e i rieducatori apparissero esacerbati. A 17 anni, poi, mio padre mi cacciò di casa e crescendo avrei voluto tante volte parlare di quello che era successo tra noi ma non ci sono mai riuscito. Il giorno in cui sono stato pronto a chiarirmi con lui, proprio quel giorno, morì».
Varzi: «La storia di Madame Pipì mostra chiaramente come Tinto voglia stare dalla parte dei bambini intesi come parte debole della società, come portatori, in un certo senso, di una diversità. E arrivando al termine della storia sembra volersi fare loro portavoce e dire che il futuro è dei bambini, dei giovani».

Nel romanzo, infatti, lo spazio dell’ossessione amorosa viene gradualmente assorbito dal riemergere del sentimento materno.

Varzi: «Un sentimento che non si può incasellare. Sarò impopolare e mi farò odiare dalle donne ma devo dirlo: una madre non è “naturalmente” buona. Al contrario, l’istinto materno è ambivalente tra amore e odio perché implica una dipendenza, e ogni dipendenza porta con sé elementi di ostilità». 

Anche il personaggio del figlio esprime sentimenti contraddittori, e soprattutto è uno stupendo ribelle. Ho trovato bellissima la messa in scena della sua dissacrante immaginazione. Un ribelle impertinente.

Brass: «Le fantasie di Charlot sono molto divertenti». 

Senza rifilare nessuno spoiler al lettore diremo che il finale del romanzo è sospeso tra realtà e sogno. «Ognuno – commenta Caterina Varzi – può scegliere come reinventare tutta la storia in base ai propri demoni personali». Sarebbe bello poter vedere Madame Pipì finalmente al cinema, intanto Tinto e Caterina pensano di recuperare un altro soggetto inedito del regista, “Punch”, storia di un guitto napoletano che emigra al Nord, pretesto per rappresentare le differenze tra alta e bassa Italia , «ma a favore dei meridionali», precisa la calabrese Varzi. Tinto di certo non avrà nulla da ridire, lui che a trovare l’amore è stato fortunato ben due volte, prima con l’indimenticata moglie e ora nell’incontro perfetto con Caterina, che gli è stata accanto dopo l’ictus e il regista ha dichiarato di voler sposare. Non capita a tutti. «E’ vero – ammette – In amore ho sempre assecondato le circostanze della vita e sia con Tinta che con Caterina, donne splendide e libere, sono stato premiato».

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