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FUORI a quel maledetto stadio il freddo congela ossa e polmoni. L’uniforme antisommossa non serve a scaldarsi, perché in quel piazzale ci sei arrivato dopo una notte insonne. Quando anche eri riuscito a chiudere gli occhi, in quei piccoli, spezzettati quarti d’ora s’erano affacciati prepotenti le grida e l’odore del sangue di quel ragazzo che l’altra domenica ti sputava addosso, e che prima che si scaraventasse contro con tutta la sua incoscienza avevi dovuto bloccare con decisione, dopo quella tremenda manganellata di un collega a cui avevi urlato che cazzo fai. In mezzo al gelo e al rumore stordente dei tamburi avevi anche pensato a quel sogno ricorrente: telefoni a tua madre, appena finito il corso per diventare poliziotto. È stata dura, ma le racconti che è andata bene, che stavi bene. Ti hanno insegnato le regole, a tenere in mano una pistola, avevi avuto a che fare con il codice penale, con le procedure, il resto sarebbe poi venuto dalla strada.

I capi non avevano considerato l’anima. Non l’avevano addestrata a quello che lì fuori ti attendeva. Così, su quella strada, ogni giorno avresti dovuto mangiare la polvere, guardare in faccia la fine dei morti ammazzati, i feriti degli incidenti stradali che poi ti crepano tra le braccia, e quei lunghi istanti di fronte a siringhe ancora in vena e agli occhi strabuzzati di un giovane vinto dalla droga, sciroppato quella terrificante lite in famiglia, la violenza sui bambini o su donne trovate a terra massacrate dagli ex. E così gli sputi in faccia degli ultras, o le offese mortali di una maestra che manifesta per esempio a Torino al corteo antifascista.

A quei “dovete morire” non si è mai preparati fino in fondo. E se le opinioni si formano, ancor più di questi tempi, su matrici che pure vengono dalla realtà ma che la stessa non rappresentano, spiegare all’insegnante piemontese che non tutti sono Cobra, Negro, Mazinga, gli Acab di quel grido All cops are bastards che dagli skinhead degli anni Settanta si è via via trasformato in slogan globale per giustificare guerriglie urbane o pazzie da stadio, che insomma dall’altra parte della barricata non c’è il tuo nemico, è stato sempre difficile. Anche che le forze di polizia non sono soltanto quelle dei fatti di Genova. È vero, come è vero, che ci sono i filmati, c’è il corpo di Carlo Giuliani a terra, c’è il sangue innocente dell’irruzione alla scuola Diaz, ci sono le botte e le umiliazioni agli arrestati a Bolzaneto. Ma è pur vero che fu una parte minoritaria e perdente che obbedì agli ordini, e che le vere responsabilità furono politiche; gravissime, ancora oggi taciute, a parte qualche limitata ammissione. E come la gente del sud non è mafiosa, anzi, perché lo è una sparutissima minoranza (fa male, attenzione, fa male, e incancrenisce la società), vale che il teorema “divisa=infame” non sta in piedi.

Ma sul campo ci devi stare, e la vita sul campo di un uomo o di una donna in divisa è quasi sempre un percorso minato. Sta nei patti di origine, sta nelle cose. Le bombe non scoppiano fuori da uno stadio o per le strade soltanto, scoppiano ogni santo giorno dentro. E tutto questo lavora nel profondo. Consuma, fino addirittura a uccidere chi è più debole. Quel campo è una caserma anche. Devi confrontarti con gli altri e in un ambiente dove forse occorre più fegato che altrove. Luoghi che sono pezzi di mondo, e nel mondo ci sono leoni forti ma perbene, leoni cattivi, e leoni feriti che a loro volta feriscono. Guai a mostrare stanchezze, sei finito. Guai a dire che stai male, guai ad aprirti o chiedere aiuto, perché in agguato ci sono quelle note caratteristiche quasi sempre sprovviste di fondamento che poi ti fregano a vita. C’è l’articolo 48 del Regolamento di servizio dell’amministrazione di pubblica sicurezza: ritiro del tesserino, della pistola, delle manette.

Se stai male ti rivolgi se puoi al privato, confidando nel vincolo del silenzio. La frustrazione è doppia, quindi, perché bisogna nascondersi. E costa, quando a fine mese non si arriva. Ecco perché molti non fanno nulla, e la pietra che hanno dentro diventa una montagna. Qualcuno affida il suo sfogo ai social. Per esempio chi scrive a proposito della grande frustrazione per aver lottato una vita contro la mafia, e poi si ritrova 400 boss scarcerati perché a rischio Covid. La domanda più frequente è chi me l’ha fatta fare?

Spesso è nelle caserme, luoghi simbolo, che chi veste una divisa decide di togliersi la vita. Sembra un rito. È, un rito. C’è sempre una liturgia: i civili lo fanno da un ponte, dagli stessi ponti, che siano a Catanzaro o a Pavia, dalle finestre di casa; i militari usano l’arma in dotazione, e accade sovente sul posto di lavoro. L’idea arriva da lontano, masticata per mesi, chissà, la pistola in fondina accarezzata di continuo. È lì, in quel commissariato, che tutto è cominciato. È in quella caserma, o in quella stazione, in quel carcere, che tutto deve finire. Gian Marco Lorito, per esempio, l’agente di Polizia locale di Palazzolo, nel Bresciano, a febbraio scorso premette il grilletto nella volante parcheggiata nel cortile del comando. Fu crocifisso dalla campagna di odio che si scatenò sui social contro di lui, forse crocifisso anche dentro a quelle mura, perché reo d’aver lasciato l’auto di servizio in un posto riservato ai disabili.

E così non è riuscito a liberarsi del peso di tutto quel male accumulato il poliziotto di 58 anni che si è sparato alla testa proprio sabato mattina scorso al commissariato di Bassano del Grappa, in Veneto. Pochi minuti dopo le 8 si è sentito un boato: era la sua pistola, aveva appena premuto il grilletto dopo averla presa dall’armadietto. Il suicidio numero 25 dall’inizio del 2020 tra le forze dell’ordine, il quinto in Polizia.

Soltanto pochi giorni prima un carabiniere si era ucciso con le identiche modalità a Fossano, nel Cuneese. Numeri spaventosi. Non più casi isolati, ma un fenomeno sociale. Sono decine, centinaia a guardare le cifre di questi anni. Fa paura. E passa sotto silenzio. Le Amministrazioni preferiscono circoscriverlo tra le stanze che contano, sui giornali non esce nulla o pochissimo, poi si dimentica.

Chi soffre si nasconde. Lo stress non ha voce in capitolo, ed è ad altissimo rischio di marchio. La verità è che se vai dal medico di polizia o militare ti dà qualche mese di aspettativa, e se in seguito non riesci a dimostrare che sei sano addio. Sotto osservazione periodica, un calvario forse peggiore del disagio stesso. Così di quel dolore che non fa dormire non si parla con nessuno, e quella goccia scava indisturbata per mesi, negli anni, fino a straripare. Nel paniere ci sono turni massacranti, comandi che non sempre puoi condividere ma che sei costretto ad eseguire, e una sequela di negatività che non riesci a metabolizzare, a fronte poi di buste paga ridicole rispetto alle responsabilità. Non c’è differenza tra un agente semplice e uno specializzato, se non piccole indennità. In Polizia, ma più o meno nelle forze dell’ordine è così per tutti, un cosiddetto superfestivo vale 50 euro lorde, tassate al 38 per cento, uno stipendio medio si aggira sui 1400, se si è ufficiali (non di massime cariche parliamo) non supera i duemila, mentre un’ora di straordinario a un commissario verrà pagata 14 euro lordi e l’indennità di servizio esterno di un giorno intero che fa una volante 6 (sei, sì). Quando, per capirci in merito alle differenze sociali di questo paese, senza scomodare i ricchissimi, un giornalista più o meno graduato – che sia di carrozzoni tv di stato o privati, o di certa acclamata carta stampata, spesso in Italia asservita e attenta a non dare troppi fastidi ai potenti – se riesce a stare in turno nello stesso superfestivo di quel poliziotto in busta paga ne trova anche 900 di euro, netti (novecento, sì, avete letto bene).

Chi si uccide non ha retto allo stress, alla tensione, alla paura. L’escalation silenziosa degli ultimi dieci anni è scioccante: 252 casi dal 2010 fino all’annus horribilis del 2019, dove tra marzo e aprile la media dei suicidi era di uno a settimana. Non consola sapere che in Francia la situazione è forse più allarmante: nel 2018 furono 35 gli agenti di polizia che rivolsero le armi contro se stessi, a cui si aggiunsero 33 gendarmi. Tra questi, tre poliziotti dei nuclei antisommossa, un comandante, un insegnante di accademia. Succede anche altrove nel mondo, come in Gran Bretagna o negli Stati Uniti oggi a ferro e fuoco dopo i fatti di Minneapolis.

Ma a differenza dell’Italia, se vai dallo psicologo non vieni considerato pazzo. Esiste un Osservatorio permanente a Roma, è vero, si svolgono incontri, convegni, ma le periferie sono ancora terra di nessuno. Lì il poliziotto o il carabiniere restano ancora quelli dei versi de “Il Pci ai giovani”, la poesia (spesso male interpretata, ma questa è un’altra storia) scritta da Pierpaolo Pasolini all’indomani della “battaglia di Valle Giulia” del 1968, a Roma: figli dei poveri. Senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi. E tutto questo per una quarantina di mille lire al mese.

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