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Roberta Lanzino stuprata e uccisa a 19 anni mentre percorreva in motorino la strada di Falconara Albanese, 38 anni senza una verità sulla sua morte


Trentotto anni senza Roberta Lanzino, senza il suo sorriso, senza verità, né giustizia. Aveva 19 anni la studentessa cosentina seviziata, stuprata e uccisa il 26 luglio del 1988, mentre percorreva la strada di Falconara Albanese a bordo del suo motorino per raggiungere la sua casa di San Lucido, seguita a pochi minuti dall’auto dei suoi genitori Matilde e Franco.
Era una ragazza solida e serena Roberta, che ha vissuto i suoi brevissimi 6986 giorni di vita, regalando affetto e sostegno a chi le stava accanto.

Nel 1988 aveva finito il primo anno di Scienze Economiche e Sociali all’Unical e si era già iscritta a un campus sindacale in Sardegna dove sarebbe dovuta andare a settembre.
I suoi genitori dopo la sua morte hanno dato vita a una Fondazione che porta il suo nome, voluta e pensata per dare un senso a quel dolore enorme che li ha attraversati. E hanno trasformato la loro sofferenza in possibilità di salvezza per tante altre donne allo sbando, vittime di violenza, creature senza voce, costrette a fare i conti con una realtà che le ha offese, annullate.

IL RACCONTO DI MAMMA MATILDE

“Parlare di Roberta non è facile – spiega la madre Matilde -, perché la sua era una vita molto semplice ed era proprio la sua normalità a renderla straordinaria”. Roberta era la terza, attesa e voluta, di cinque figli. Con la sorella Marilena c’era una differenza di soli due anni e sono cresciute insieme frequentando la stessa cerchia di amici e facendo parte anche di un gruppo Folk che le ha portate a viaggiare molto. E ogni volta che si allontanavano da casa, era Roberta a dare prova di maturità e grande capacità relazionale.

“Tutti i nostri figli hanno studiato fuori dalla Calabria – continua Matilde -, lei però, aveva assecondato suo padre ed era rimasta nella sua terra. Roberta si impegnava molto negli studi ma non era la classica secchiona seppur il suo professore di matematica, non aveva dato un 30 e lode come aveva fatto con lei, da almeno sette anni. Mia figlia era una “compagnona”, amava i suoi amici e in molti le erano autenticamente affezionati”.

DOPO LA MORTE DI ROBERTA, LA BATTAGLIA DELLA FAMIGLIA

Dopo la sua morte, la famiglia Lanzino si batté con tutte le proprie forze per ottenere almeno giustizia. Ma nel maggio del 2015, la Corte d’Assise di Cosenza assolvendo l’unico imputato per “non aver commesso il fatto”, mise una pietra tombale sulla tragica morte di Roberta. Perché Le analisi sul Dna estratto dai reperti dell’epoca non risultarono compatibili con gli imputati processati nel corso degli anni. E a decenni di distanza dal delitto, il procedimento penale si chiuse senza colpevoli.

“Quella mattina del 26 luglio – ricorda Matilde – ci svegliammo dopo aver dormito nello stesso letto perché quando non c’era mio marito, chi diceva per primo: “Il letto di mamma è occupato per me”, conquistava il diritto a passare la notte con me nel lettone. Il giorno prima, infatti, era arrivato il fratello di Franco dall’America e Roberta lo aveva scorrazzato in lungo e in largo per fargli vedere i posti della sua giovinezza. La sera mio cognato mi aveva fatto i complimenti per come guidava Roberta e per la disponibilità che aveva mostrato nei suoi confronti”.

“La mattina le chiesi se volevamo andare a Cosenza e rispose subito di sì. Guidò lei e durante il tragitto le dissi: “Ma cosa ho fatto per meritare una figlia come te?”. Questa frase mi è rimasta impressa perché poi tra i suoi biglietti trovai una frase simile però rivolta a me e al padre, era lei che chiedeva cosa aveva fatto per meritare dei genitori come noi”.

LA PARTENZA VERSO SAN LUCIDO PASSANDO DA FALCONARA

Nel pomeriggio Roberta si avviò a bordo del ciclomotore per raggiungere San Lucido percorrendo la strada di Falconara perché con il motorino era più sicura, mentre Matilde e Franco Lanzino caricarono la spesa in macchina e al bivio di San Fili si fermarono per prendere l’acqua e acquistare un cocomero. Dieci minuti appena li separavano dalla figlia. E Roberta nel non vedere sopraggiungere la macchina del padre si fermò più volte perché il cartello stradale che indicava la direzione da prendere era rotto e lei non sapeva dove andare.

Poi su Roberta scese come un lungo velo nero che l’avvolse senza darle possibilità di fuga, né un’opportunità di salvezza. E mentre la sua famiglia la cercava, su di lei si era abbattuta la forza bruta e cieca dei predatori, che l’avevano vista a bordo di quel motorino mentre cercava preoccupata la strada per raggiungere San Lucido. La ritrovarono senza vita all’alba del giorno dopo buttata via come quel motorino che voleva portare a suo fratello Luca.

“Mia figlia si è trovata in un inferno. Lei aveva una caviglia slogata, le avevano dato un pugno alla tempia ed era piena di tagli. Non so se è morta perché temevano di essere riconosciuti e l’hanno uccisa volutamente o se sono state le spalline che le avevano conficcato in gola a soffocarla. A distanza di tanti anni però, nonostante la mancata risposta da parte della giustizia, Roberta continua a vivere nella memoria di tante persone e questo è meraviglioso”.

LA FAMIGLIA LANZINO: “LA MORTE DI ROBERTA LEGATA A QUEL TERRITORIO”

“Tutti siamo convinti che la sua morte sia legata a quel territorio, a quel passaggio, e nel mio cuore di madre continuo ad alimentare la speranza che qualcuno trentotto anni dopo, possa avere un rigurgito di dignità e ci restituisca una verità che finora abbiamo potuto solo immaginare. In tutti questi anni né io, né mio marito ci siamo mai fossilizzati nel rancore verso una giustizia che non ha mai funzionato. Ma siamo andati avanti, siamo stati accanto alle donne vittime di violenza, portando avanti sempre il nome della nostra Roberta”.

Matilde Lanzino, presidente della Fondazione intitolata alla figlia, il prossimo 26 settembre porterà la sua testimonianza di impegno e promozione della cultura del rispetto ad Anagni alla prima edizione di “Donna d’Italia”. Lo farà per Roberta, perché nessuno dimentichi. Mai.

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