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In “Un’altra pelle”, Antonio Anastasi, giornalista de “l’Altavoce-il Quotidiano”, racconta la parabola di Salvatore Cortese, ex killer della cosca Grande Aracri diventato collaboratore di giustizia e simbolo di rottura dell’omertà


Dicevano che la ’ndrangheta è la più impenetrabile delle mafie. Soprattutto per i legami famigliari, “di pelle e di sangue” che collegano i suoi adepti. Ma a oggi, circa 150 affiliati delle principali cosche calabresi hanno deciso di parlare, raccontare, svelare avendone, a volte, vantaggi ma correndo anche gravi rischi per sé e per le loro famiglie. Cambiando “pelle”, dunque, attraversando un fiume tumultuoso e pericolosissimo per trovare, dall’altra parte, prima di tutto una pace ritenuta da sempre impossibile.

UN’ALTRA PELLE PER SALVATORE CORTESE


In “Un’altra pelle” (Luigi Pellegrini editore, introduzione di Antonio Nicaso, 180 pagine), Antonio Anastasi, rigoroso giornalista de “l’Altavoce-il Quotidiano”, racconta la vicenda (criminale e umana) di Salvatore Cortese, oggi sessantenne, killer della cosca Grande Aracri, uno che nella sua vita ha ucciso almeno una decina di persone e ha vissuto alla grande di crimine.

Uno che sulla pelle aveva (e ha) tatuati i simboli della sua appartenenza alla ’ndrangheta ma che, nel febbraio del 2008, con una condanna a soli due anni e 10 mesi da scontare, ha scelto di raccontare tutto. Anche gli omicidi di cui gli inquirenti sapevano poco o nulla. L’ha fatto per amore di una donna che gli aveva dato due figlie e che, probabilmente, gli aveva posto una condizione precisa (“o me o la cosca”) per continuare la loro storia. Cortese ha scelto, ha parlato, ha contribuito a distruggere cosche e potere mafioso come quasi nessuno prima di lui.

UN’ALTRA PELLE, IL LIBRO DI ANTONIO ANASTASI


Anastasi, come sempre, aveva le carte di tutti i processi in cui Cortese era stato coinvolto e aveva contribuito a costruire. Ma, questa volta, non gli bastavano ed è riuscito ad arrivare (poco più di un anno fa) al contatto diretto col pentito. A distanza, con tutti gli accorgimenti del caso (l’uomo e la sua famiglia vivono, ovviamente, in una località ignota) e senza neppure poterlo vedere, Anastasi ha potuto sentire direttamente dalla sua voce i motivi della conversione di Cortese: «Ho parlato per uscire dal fango in cui sono stato per 25 anni» e «Per me la ’ndrangheta è un male incurabile».

ANASTASI RACCONTA SALVATORE CORTESE

Ma anche la “delusione” di un uomo che era entrato in un’associazione che riteneva avesse delle regole di dignità e di onore, per accorgersi ben presto che, invece, nelle cosche valevano solo interessi, potere, paura, sopraffazione, sfiducia reciproca e che si poteva uccidere senza pensarci uno con cui avevi mangiato e bevuto pochi giorni prima e che aveva sottoscritto il tuo stesso patto di sangue.

IL TORMENTO DI UN UOMO CHE DECIDE DI “CAMBIARE PELLE”


«Ho cercato – racconta oggi Anastasi – di esplorare il tormento di un uomo che decide di “cambiare pelle” proprio mentre il suo corpo continua a narrare, attraverso l’inchiostro del tatuaggio, l’appartenenza a un mondo che ha deciso di rinnegare. Ogni tatuaggio è un debito che non si può estinguere, ogni confessione un pezzo di sé che muore. Così quei simboli, che un tempo erano vanto e potere, ora diventano una prigione visibile, un promemoria costante di un giuramento tradito».

LA VITA DI SALVATORE CORTESE


Sullo sfondo della vita di Salvatore Cortese scorrono le storie e i volti delle persone che ha ucciso. Anastasi ci racconta come un ragazzo di Cutro nato nel 1965 e immerso nelle logiche mafiose che dominavano quel territorio, poteva restare affascinato dalla potentissima organizzazione che gli strizzava l’occhio promettendogli una vita esaltante di ricchezza e di potere (compreso quello terribile di dare la morte ai suoi nemici). Cortese non ha avuto dubbi, anche perché, né la famiglia né la società erano state capaci di offrirgli alternative forti e credibili. Così entra a far parte della cosca Grande Aracri e ne assiste al trionfo a scapito dei Dragone i cui membri sono quasi tutti in prigione.

CORTESE, GRANDE ARACRI, TRA EMILIA E LOMBARDIA


Ma tutto questo, pur con profondissimi legami con le origini cutresi, avviene tra Emilia e Lombardia dove le cosche calabresi hanno saputo trasferire, metodi, influenza e potere. Cortese, dal ’70 al ’90 vive in Lombardia a San Giorgio su Legnano, ma è come se fosse stato a Cutro o a San Luca: la ’ndrangheta ha ormai superato i suoi confini e dilaga nel Nord Italia. Tutto questo è stato raccontato nei grandi processi (come Aemilia e altri) e Anastasi lo spiega attraverso la vita e le gesta criminali del pentito.

LA ‘NDRANGHETA AL NORD

Ma un nuovo fenomeno emerge: il Nord delle imprese che credeva di essere pulito e “chiuso” alla cultura mafiosa, si dimostra pronto a tutto (a chiudere gli occhi, in primo luogo) se la ’ndrangheta porta soldi facili da investire anche se sporchi di droga e di sangue. E Cortese che, a un certo punto, conduce un’esistenza da nababbo (guadagna ventimila euro al giorno ovviamente esentasse) fornendo cocaina a commercianti e professionisti del Nord, continua a uccidere per conto della cosca Grande Aracri.

GLI OMICIDI DI SALVATORE CORTESE

Ogni omicidio è descritto nei particolari: dalla formazione del commando, alle armi, i mezzi, i travestimenti. Ma anche gli errori e gli scambi di persona che portano a uccidere innocenti. Ma la ’ndrangheta “digerisce” anche questo. Se hai sbagliato in “buona fede”, al massimo ti toccherà la maledizione di qualche anziana signora calabrese che si scoprirà il seno e ti lancerà l’anatema della “lapide”.

SONDARE LA MENTE DI UN PENTITO


«Sondare la mente di un pentito – ci ha spiegato ancora Anastasi – significa navigare nel mare dell’ambiguità. Ho cercato innanzitutto di evitare il rischio di una santificazione superficiale, mostrando invece il terrore e il senso di colpa di chi affronta un percorso di cambiamento voluto. Collaborare con la giustizia, per chi ha fatto parte della ’ndrangheta, significa rompere non solo il vincolo dell’omertà, la regola del silenzio, il falso mito dell’onore. Significa anche spezzare il legame con i propri familiari, ai quali il codice mafioso impone di dissociarsi dall’‘infame’, come viene definito dagli ’ndranghetisti colui che accusa si e si autoaccusa. Il collaboratore di giustizia non cambia soltanto identità, ma affronta il vuoto che deriva dal rinnegare i propri legami di sangue e di onore».

SALVATORE CORTESE, LA NUOVA PELLE, LE COSE CHE CAMBIANO


Ma qualcosa, oggi, si muove. Cortese sconta (ai domiciliari) gli anni di condanna che gli restano e continua, in ogni processo in cui viene chiamato a testimoniare e snocciolare fatti, nomi e dati con tale precisione che gli avvocati dei mafiosi rinunciano a controinterrogarlo per evitare guai peggiori. Intanto le cosche, divise e massacrate da scontri intestini (ormai si uccide poco e internamente) e dall’indefesso lavoro dei magistrati delle diverse Dda, sembrano rinunciare a progetti egemonici sui territori di competenza mentre a Cutro e dintorni, per la prima volta, gruppi di imprenditori provano a scalzare dalle proprie schiene il giogo mafioso, scendono in piazza, protestano. Aprono, insomma, una porta alla speranza.

UN LIBRO PER CAPIRE CHE LE COSE POSSONO CAMBIARE


Leggete il bel libro di Anastasi se volete capire tutto questo. Soprattutto se pensate che davanti alla forza della ’ndrangheta non ci sia speranza. Perché, vi farà vedere altri possibili scenari che non sono fantasia. E andate fino in fondo a leggere le parole dirette e veritiere di Salvatore Cortese. Uno che ha dimostrato che la pelle si può cambiare.

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