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Lo scrittore calabrese Gioacchino Criaco

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Dal Canada al Messico passando per l’Aspromonte lo scrittore calabrese, Gioacchino Criaco, in Dove canta il cuculo racconta padri assenti, diaspora e un male sistemico che lega Oriente e Occidente


Diciotto anni separano Anime nere da questo nuovo romanzo, Dove canta il cuculo, ma il tempo in Gioacchino Criaco non scorre in modo ordinario. Scorre come nell’Aspromonte: lento, circolare, con la memoria di tutto ciò che è già accaduto e accadrà ancora. Calabrese di Africo, avvocato, scrittore, Criaco è una delle voci più singolari della letteratura italiana contemporanea e non perché racconti la ‘ndrangheta, ma perché la usa come punto d’osservazione privilegiato sul mondo: sui meccanismi del potere, sull’abbandono, sulla distruzione silenziosa di civiltà intere che l’Occidente non sa leggere e quindi semplifica.

IL TEMPO NON ORDINARIO E LA GEOGRAFIA DILATATA DI GIOACCHINO CRIACO

Il suo nuovo romanzo si muove su una geografia dilatata – Canada, Calabria, Messico – e mette in scena un protagonista segnato dall’assenza del padre, un “cuculo” geneticamente condannato all’abbandono. Ma il vero viaggio è interiore, e la vera storia è sulla condizione umana. Criaco non scrive noir, non scrive gialli: scrive tragudìe, tragedie nel senso più antico e mediterraneo del termine, figlie di una tradizione letteraria calabrese che precede la tragedia greca e che sopravvive, tenace e sotterranea, nella prosa contemporanea.

In questa conversazione racconta la genesi del libro, la sua visione del male come prodotto sistemico, il rapporto tra diaspora e identità, e perché – nonostante tutto -dietro le siepi non ci si mette la lupara: ci si mette la vita.

Il romanzo si muove sull’asse Canada, Calabria e Messico, con una catena di élite che riapre un conto lasciato in sospeso decenni prima. Da dove nasce questa geografia dilatata?

«Mi sono ritrovato questa storia come fosse un fatto imprescindibile. Sono 18 anni da Anime nere ed era un nuovo viaggio che si presentava davanti, ma con un percorso molto più vasto. Se Anime nere era una sorta di anabasi dalla Locride verso Milano, adesso il viaggio è dalla Locride verso il mondo – o forse è un viaggio di ritorno dal mondo verso la Locride, verso l’Aspromonte. È un tour infernale che mi mostra il mondo in una dimensione diversa: il mondo visto dall’angolo del male, il mondo spiegato dal male. Un universo parallelo che i giusti non vedono mai e che per me è molto più attendibile».

Il protagonista Gino è un figlio senza padre, segnato dalla sua assenza. Quanto c’è di archetipico in questa ricerca del padre?

«È un viaggio d’ombra, una ricerca infinita. Spesso si crede che la mancanza più traumatica sia quella della madre, dando valore minore alla mancanza del padre, che è altrettanto grave, altrettanto disastrosa. È un libro sull’abbandono – soprattutto dei padri, sulle colpe enormi dei padri che sognano grandezze e nella quotidianità realizzano tragedie. Il cuculo è questo: un animale terribile, un esecutore micidiale, ma alla fine non si può non provare pietà per lui, perché è geneticamente abbandonato, concepito per essere deposto dentro un nido altrui. Non c’è efferatezza più grande di una natura che crea i propri figli per abbandonarli. È il libro dei genitori che uccidono i figli, delle madri, e soprattutto dei padri. Il giallo vero è sulla condizione umana e sul viaggio interiore ed esteriore dell’essere umano».

Gioacchino Criaco, come ti è venuta in mente l’immagine del titolo?

«Sono partito da un ragazzino senza padre, poi mi sono reso conto che in fondo questa è la storia del popolo dei monti, il mio popolo, un piccolo popolo ormai in via di estinzione, ma grandissimo se visto come popolo della montagna nel mondo. Sono popoli con un altro sistema valoriale, un altro modello sociale, culturale ed economico. Un Oriente simbolico e spirituale che viene attaccato e omologato da un Occidente spietato, che ha alla base del proprio sistema solo lo schema economico. Il mondo si divide in due: fra chi vuole mantenere un elemento di umanesimo e chi ha solo voglia di arrivare prima sul traguardo».

Hai detto che racconti la verità come se fosse una cosa falsa. Come funziona questa tensione nel narrare una Calabria che da fuori viene vista attraverso stereotipi durissimi?

«Il mondo occidentale è insicuro e fonda la propria sicurezza sulla forza. Quando non comprendi una cosa, invece di dire che ne hai paura, cerchi di normalizzare ciò che reputi differente. La Calabria – metafisica pura, la metafisica che sta tra De Chirico e Alvaro – viene ridotta a cronaca nera perché è più tranquillizzante. Arrivi da lontano e dici: “Questi sono selvaggi condizionati dalla ‘ndrangheta.” Tutto viene ricondotto a un dualismo manicheo di bene e male. Se invece dovessi davvero raccontarla, dovresti abitarla, indagarla, tener conto di un punto di vista interno, scopriresti una dimensione molto strana che dà insicurezza e il mondo occidentale queste cose non le comprende più perché non ha più voglia di andare a fondo».

È un sistema che l’ideologia occidentale usa con tutto ciò che è diverso.

«Esatto. Interpretiamo il mondo arabo come un mondo di estremismo islamico perché non possiamo comprendere una cultura elaborata in migliaia di anni. È paradossale, ma è tranquillizzante ridurre tutto a fatti criminali».

La copertina di Dove canta il cuculo, ultimo libro di Gioacchino Criaco

A 18 anni da Anime nere, la Calabria che racconti è ancora quella di allora o è cambiata?

«È cambiata moltissimo. Il mondo criminale da immorale, cioè che conosce le regole della morale e le viola scientemente, si è trasformato in un mondo amorale, in cui le regole nemmeno si conoscono. I cattivi non riconoscono più una superiorità nel mondo dei giusti, non aspirano più alla redenzione. Ma è cambiata soprattutto quella Calabria che si è liquefatta nel mondo, che è andata a ingrossare una diaspora di 5-6 milioni di oriundi. Il viaggio si ribalta: non c’è più una Calabria che va altrove, ma una Calabria che sta negli altrove, che si dissolve quotidianamente e che torna, sporadicamente in senso fisico, ma continuamente dal punto di vista spirituale. Un legame indissolubile che ha il suo centro spirituale nell’Aspromonte e nella grande madre mediterranea, Màna. Ma come tutte le nostre cose, la teniamo ben nascosta. Siamo talmente complessi che per riservatezza e per timore ci raccontiamo in un modo molto più piccolo di quello che siamo».

Gioacchino Criaco, il romanzo ha un registro noir, eppure una componente lirica fortissima, che ricorda l’oralità. Come convivono il ritmo del thriller e questa oralità?

«Se vogliamo classificare ogni scrittura in un format già conosciuto, la cosa può stridere. Se invece diamo dignità a un genere autonomo, ci rendiamo conto che il mio modo di scrivere segue la scuola meridionale, calabrese in particolare, che parte dalla Chanson d’Aspromonte. Il genere che io saprei chiamare tragudìa, che precede persino la tragedia greca. Non scrivo né noir, né gialli, né romanzi in senso classico: scrivo tragedie. Così scriveva il poeta anonimo della Chanson d’Aspromonte, così Alvaro, Strati, Montalto, Repaci. Si cercano somiglianze con i generi in voga nell’Europa occidentale, va benissimo, però noi abbiamo una scuola letteraria tutta nostra».

Ritrovo questo senso della tragudìa anche in Costabile.

«Sì. L’elemento unificante – in Campanella, in Telesio, in Gioacchino da Fiore – è questo sottofondo di tragedia. Più della lingua, più delle ricette culinarie: è il nostro modo di interpretare la vita. Siamo, come diceva Nik Spatari, in un futuro arcaico, una dimensione atemporale in cui tutto – passato, presente, futuro – è già accaduto, e noi viviamo in questa dimensione a nostro agio».

Senti il Mediterraneo?

«Sì, ma un Mediterraneo che guarda soprattutto all’Oriente e che vorrebbe incontrarsi dialetticamente con un Occidente che – come la prospettiva maschile – sogna grandezze e realizza tragedie. Noi vorremmo discutere, ma l’Occidente non vuole discutere: spara. Probabilmente si troverebbe in una posizione di minor forza se il discorso fosse un fatto di cultura».

Anime nere è diventato un film di grande successo. Il tuo rapporto tra narrativa e cinema è cambiato? Hai pensato a questo libro in termini visivi?

«Sì, molto. Pensare a qualcosa che possa finire al cinema ti obbliga a ragionamenti complessi: devi prevedere il budget, evitare le scene in costume, semplificare secondo una metodologia che bada ai costi. Devi essere un po’ burocrate nello scrivere»

La ‘ndrangheta nei tuoi romanzi è sempre una presenza opaca, tragica. Come si resiste alla fascinazione del criminale come antieroe senza cadere nell’opposto?

«I miei personaggi un po’ di pietà la suscitano, perché sono vittime oltre che carnefici: nascono per essere perdenti. Li descrivo per come sono: vite tristi, segnate dal tradimento, dalla certezza di una fine che arriverà subito. Nello stesso tempo li inserisco in un meccanismo più grande. I fenomeni criminali non esistono per scelte che vengono solo dal mondo criminale. Il sistema economico occidentale si regge, e chiude il cerchio, grazie all’elemento criminale. Le economie legali non chiudono il cerchio senza enormi quantità di contanti sporchi. Milano era da bere se c’erano sono i soldi delle anime nere. Oggi lo è ancora. È un mondo criminale che viene creato per bisogno dal mondo dei “normali” e che poi a parole si dice di voler abbattere. Ma questo sistema non può esistere senza la devianza: è un sistema fatto di differenze».

Hai scritto che la ‘ndrangheta è la cortina fumogena che il potere alza per nascondere la propria rapina. Come si racconta il livello profondo del padrone senza restare intrappolati sul piano criminale?

«Lo faccio raccontare ai cattivi. I miei protagonisti non cercano giustificazioni, ma siccome sono nella pancia di questo mondo vedono le cose più terribili, conoscono il vizio della parte cosiddetta buona della società. Raccontare le cose per come stanno elimina le divisioni manichee. Si capisce che il male non è mai una cosa genetica, ma il prodotto di una società che non sa eliminare le disparità e che crea il margine».

Gioacchino Criaco, c’è un personaggio fra tutti quelli che hai scritto che ti torna ancora in mente, o uno sul quale sentiresti di tornare?

«Il personaggio che più mi affascina è Luciano di Anime nere. È la tragudìa nel senso di cui parlavo: la consapevolezza già dal principio che tutto finirà male, è questo non opporsi abbastanza, arrivare in ritardo, quando tutto è già finito, per distruggere quello che rimane. Se tornassi indietro lo costruirei con più coraggio, lo farei agire immediatamente, senza aspettare il verificarsi della tragedia».

C’è speranza per la Calabria?

«Noi scriviamo tragudìe, però conosciamo la grandezza della storia. Ti rispondo con una cosa che ho scritto in Zefira, “La vita è sempre in agguato più della morte”. Nonostante questo raccontare continuamente la tragedia, noi dietro le siepi non ci mettiamo le lupare: ci mettiamo la vita. E la speranza vera è quella».

I PROSSIMI APPUNTAMENTI CON GIOACCHINO CRIACO E DOVE CANTA IL CUCULO

Oggi, venerdì 8 maggio, ore 18.30, Libreria Giunti al Punto, Cosenza. Sabato 9 Maggio alle ore 18.30 alla Libreria Aurora Mondadori Point a Corigliano (Corigliano-Rossano). A dialogare con lui Alessia Alboresi, che ringrazio personalmente perché mi ha permesso di dialogare con uno dei migliori scrittori italiani. Domenica 10 Maggio alle ore 18.30, Biblioteca di Torre di Albidona – Albidona.

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