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COSENZA – Il castigliano incrocia il dialetto partenopeo nell’allestimento del Calderón su cui il regista Francesco Saponaro sta lavorando all’Università della Calabria. Suggestioni che arrivano dal testo pasoliniano, ambientato nella Spagna franchista del 1967, ma anche dal ‘600 napoletano, quando i dominanti parlavano in spagnolo e i dominati rispondevano nel loro dialetto.

«La grande forza intellettuale di Pasolini è quella di avere riferimenti altissimi. Pasolini, però, era uno spirito innamorato della vitalità, anche plebea, della sua forza pulsionale. Con i miei attori – dice il regista – sto cercando di recuperare nella scrittura una dimensione carnale, usando l’intersezione tra la nostra dimensione più viscerale, partenopea, anche attraverso il linguaggio, e il castigliano. Credo che questa connessione linguistica piacerebbe molto a Pasolini, che ha proiettato la sua indagine antropologica sull’uso del dialetto. Noi traduciamo alcune scene nella lingua maternale, nella lingua delle viscere. A Rosaura che parla castigliano la sorella Carmen risponde in napoletano».

VIDEO – L’INTERVISTA A SAPONARO

Saponaro racconta il suo progetto in una pausa del laboratorio/residenza che sta tenendo all’Unical, proprio sull’allestimento del Calderón, e che a gennaio riprenderà, dopo la pausa festiva. Per il regista è la terza esperienza del genere nell’ateneo calabrese, dopo i lavori su “Chiove” di Pau Mirò e “Dolore sotto chiave” di Eduardo De Filippo, che diventa ora il «nodo di connessione» con Pasolini. Per nulla casuale, visti i rapporti di Eduardo con il poeta, scrittore e regista. Il Calderón sarà una coproduzione tra l’Università della Calabria e Teatri Uniti, la compagnia di Toni Servillo e Angelo Curti che nel Teatro Auditorium dell’Università della Calabria, spazio d’incontro tra il teatro praticato e il teatro studiato, ha trovato ormai una seconda casa. Il debutto sarà all’Unical il 4 febbraio e lo spettacolo sarà poi in cartellone al Piccolo di Milano.

Lavorare sul Calderón nel quarantennale della morte di Pasolini è una sfida, dice Saponaro, per la complessità del testo, ispirato a “Las Meninas” di Velázquez e a “La vida es sueño” di Pedro Calderon de La Barca. «È il primo testo teatrale di Pasolini, un testo sovversivo perché scompagina le regole del teatro convenzionale borghese, che negli anni ’60 andava per la maggiore, con un intreccio e una complessità linguistica che attraversano tutta una serie di fenomeni che appartenevano alla sua esperienza intellettuale».

Dalla pittura alla psicoanalisi (il sogno come «viaggio persecutorio» che trasporta Rosaura, dapprima ricca aristocratica, poi prostituta, infine piccolo borghese, tra identità e contesti sociali diversi), il racconto diventa «un processo complicato e labirintico». Del cast fanno parte Andrea Renzi, nel doppio ruolo di Sigismondo e Basilio, Francesco Cordella, Maria Laila Fernandez, attrice italo-argentina che sarà Rosaura, Clio Cipolletta, il giovane Luigi Bignone, che interpreterà Pablito ed Enrique. «Il mio lavoro di regia si basa su questa moltiplicazione. È un lavoro lirico, in cui un attore interpreta più figure drammaturgiche, proprio a sostenere una sorte di vertigine interpretativa. Mi piaceva questa “risonanza”, come in una esecuzione viscerale del flamenco in cui si interpretano diverse letras».

Lo spettacolo può contare anche sulla prestigiosa partecipazione di Anna Bonaiuto, come madre di Rosaura, che interverrà, nella mescolanza tra linguaggi e dispositivi diversi, attraverso filmati, inseriti in una inquadratura pittorica. Gli studenti dell’Unical che partecipano al laboratorio voluto dal Dams sono chiamati soprattutto ad ascoltare. «Sono ragazzi molto attenti e concentrati. Io mi auguro che da qui nascano scrittori di teatro, perché abbiamo bisogno di nuove storie e nuove sollecitazioni. Nel frattempo, per imparare a fare teatro occorre assistere al teatro e assistere il teatro. Bisogna aiutare e sostenere il processo creativo e per fare questo occorre restare in ascolto. Eduardo ad uno studente della Sapienza, durante un laboratorio permanente di drammaturgia negli anni ’80, disse “come puoi ascoltare te stesso se non sei capace di ascoltare gli altri?”. Il teatro è ascolto e noi lavoriamo molto sull’ascolto. Il passaggio poi da ascoltatore ad attante può avvenire in qualsiasi momento. L’azione è variegata in teatro. Ad esempio in questi giorni, ragionando su una scenografia complessa e modulare e i suoi continui cambi, ci siamo resi conti che si poteva fare una progettazione virtuale con il pc. I ragazzi – racconta Saponaro – hanno dato un grandissimo contributo. A gennaio potrei girare alcune scene per lo spettacolo, in cui saranno coinvolti i partecipanti del laboratorio e gli allievi dell’Unical. Probabilmente anche la bella comunità straniera che è ospitata nel campus».

Del lavoro all’Unical il regista è molto soddisfatto. «Sono molto grato per questa opportunità. È importante poter provare in un posto in cui puoi davvero concentrarti. Mi piace molto l’atmosfera, mi piace molto anche andare a mensa, vivere questa connessione diretta con gli studenti che saranno i nostri spettatori. Questo teatro è una grande risorsa, così bello, così grande. È quasi scioccante. Molte città importanti non hanno una struttura del genere. È un sogno – dice Saponaro – che va abitato con consapevolezza. Lo sforzo dell’università, dei docenti come Roberto De Gaetano e Bruno Roberti, di Fabio Vincenzi, dei tecnici che si prendono cura di questo teatro, va sostenuto». Teatri Uniti producecon l’Unical il “Calderon”

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