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VIBO VALENTIA – «Non ho mai detto di aver conosciuto Pantaleone Mancuso perché non l’ho mai visto di persona». Padre Michele Cordiano lo ribadisce più volte in aula: con il boss classe ’47, soprannominato “Vetrinetta” lui non ci ha «mai avuto a che fare». E lo riferisce al processo “Black Money” che vede alla sbarra i vertici del clan di Limbadi e diversi presunti affiliati.

Il religioso, direttore della Fondazione “Cuore immacolato di Maria, Rifugio delle anime”, era stato citato dal pm distrettuale Marisa Manzini a riferire in ordine alle pressioni che Mancuso, secondo l’accusa, avrebbe fatto per agevolare la ditta Naso nella fornitura del calcestruzzo per la realizzazione dell’Auditorium voluto dalla mistica di Paravati, Natuzza Evolo. Costruzione della quale si era occupati in prima persona dando seguito alle direttive del Cda e dell’assemblea dell’organismo.

Sentito a verbale nell’aprile del 2004 dal Gico di Trieste della Guardia di Finanza, Padre Cordiano ha riferito di «aver firmato quelle carte ma di non averne letto il contenuto», aggiungendo che il colloquio si era svolto nella sua abitazione ed era stato «dai toni amichevoli». Dopo aver affermato che «la ditta Naso era stata scelta sulla base di una ricerca di mercato effettuata dall’impresa Mirachi alla quale erano stati affidati i lavori», il sacerdote, originario di Anoia, nel Reggino, che dal 1991 officia presso la Fondazione di Paravati, alla specifica domanda del pm Manzini su Mancuso ha risposto nei termini già descritti aggiungendo che «quando nel marzo del 2013 uscirono degli articoli stampa in ordine a quello che risultava sul verbale», cioè dell’interessamento di Pantaleone Mancuso, lui «si era recato, pochi giorni dopo alla Dda di Catanzaro per rilasciare dichiarazioni spontanee».

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