Pantaleone Mancuso alias l'ingegnere

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VIBO VALENTIA – A 19 anni dal blitz della Dda si chiude definitivamente il processo “Genesi” che ha visto imputati esponenti di spicco del clan Mancuso, Galati e Prostamo di Mileto, Soriano di Filandari, Morfei di Dinami e presunti sodali. La suprema Corte di Cassazione ha infatti dichiarato inammissibili quasi tutti i ricorsi presentati dai legali di fiducia di Diego Mancuso (avvocati Francesco Schimio, Giuseppe Renda e Valerio Spigarelli), Francesco Mancuso, alias “Tabacco” (avv. Giuseppe Di Renzo, Guido Contestabile e Schimio), Nazzareno Prostamo (avv. Piero Chiodo), Nicola Zungri (avv. Francesco Collia) e Giuseppe Santaguida (avv. Antonio Foti).

Solo per Pantaleone Mancuso detto “L’ingegnere” (avv. Mario Santabrogio e Mario Bagnato) è stato deciso un annullamento senza rinvio per prescrizione. Il verdetto è stato pronunciato ieri, verso le 22.30, dopo una camera di consiglio durata diverse ore e anticipata dagli interventi del procuratore generale e delle difese.

In particolare gli avvocati Contestabile e Schimio avevano sollevato – reiterando così quanto espresso già in sede d’Appello – la prescrizione per i rispettivi assistiti sulla base del fatto che fossero partecipi e non promotori dell’associazione mafiosa. Punto sul quale hanno poi convenuto gli altri esponenti del Collegio di difesa. Sulla possibilità di una prescrizione dei reati in caso di riconoscimento del ruolo partecipativo degli imputati si era anche espresso il procuratore generale.

Nella tarda sera di martedì, come detto, il verdetto che chiude quasi due decenni tra fase operativa degli arresti e processuale, un’enormità soprattutto se si tiene conto che per arrivare ad una sentenza di primo grado è stato necessario attendere oltre due lustri (2013).

Restano quindi confermate le condanne d’Appello per associazione mafiosa a 6 anni di reclusione a testa per due dei tre fratelli Mancuso e per Giuseppe Santaguida, di Sant’Onofrio. Ritenuti colpevoli anche Prostamo, di San Giovanni di Mileto, a 13 anni, e Zungri, di Rosarno, a 6 anni di reclusione. In Appello era stato invece assolto Giovanni Mancuso, zio degli altri tre Mancuso imputati. Sentenza di non doversi procedere per morte del reo era stata poi dichiarata per Michele Tavella di San Giovanni di Mileto. L’operazione antimafia “Genesi”, coordinata dall’allora pm della Dda Luciano D’Agostino, era scattata nell’agosto del 2000 e agli imputati, oltre 40 originariamente, venivano contestati a vario titolo i reati di associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, usura, estorsioni, rapine, detenzione di armi.

Il processo di primo grado si era trascinato per quasi una decina d’anni con diversi cambi di Collegio e solo nel 2013 si era arrivati ad una sentenza con l’assoluzione di ben 31 imputati, su un totale di 42, col deposito contestuale delle motivazioni contenute in appena 130 pagine e senza la menzione di numerosi collaboratori di giustizia che avevano testimoniato nel lungo dibattimento (in tutto una quarantina, tra calabresi, camorristi e appartenenti alla Sacra Corona Unita pugliese). La Dda – che in primo grado aveva chiesto 379 anni di carcere – non propose Appello facendo così divenire definitive le assoluzioni.

Restavano quindi in 11 a sostenere il giudizio di secondo grado conclusosi nel febbraio 2018 con sole sei condanne. Adesso quasi tutte confermate dalla Cassazione.

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