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VIBO VALENTIA – La sentenza è arrivata ieri, nel tardo pomeriggio e pone la pietra tombale al processo per l’omicidio di Bruno Lacaria, avvenuto l’8 febbraio del 2017 nelle sperdute foreste serresi, poco distante dal lago Lacina. La suprema Corte di Cassazione ha infatti rigettato il ricorso della difesa di Giuseppe Zangari confermato il verdetto emesso dalla Corte d’Assiste d’Appello di Catanzaro a 14 anni di reclusione. La difesa, nella persona dell’avvocato Vincenzo Galeota – presente in aula anche il collega Michele Ciconte – aveva chiesto il riconoscimento delle attenuanti generiche, il riconoscimento della provocazione e l’esclusione della circostanza della minorata difesa pubblica.

I giudici dell’Appello avevano riformato il verdetto del gup di Vibo portando la pena da 17 anni e 4 mesi a 14 anni, scrivendo in motivazione che la pena da applicare poteva essere quella prevista per l’omicidio volontario (21 anni), ridotta di un terzo per il rito (quindi 14), riconoscendo l’equivalenza tra le attenuanti generiche e l’aggravante della minorata difesa pubblica.

La vicenda ruota attorno ad una serie di debiti accumulati dal commerciante 47enne per far fronte ad una serie di spese. Cifre destinate a gonfiarsi e che portarono Zangari a chiedere aiuto all’amico e compare d’anello Lacaria il quale acconsentì versando 10mila euro «consegnati in contanti, dei quali, secondo l’imputato, nel gennaio del 2016 ne chiese la restituzione ma con una cifra raddoppiata, adducendo che doveva rendere conto a terzi», per come riportato nelle motivazioni della sentenza del gup Gabriella Lupoli. L’impossibilità di restituire le somme sarebbe dunque stata la causale del delitto consumatosi l’8 febbraio del 2017. Il 7 febbraio Zangari si incontrò con Lacaria per manifestargli le sue difficoltà e il commercialista lo fece salire a bordo del suo Fiat Forino portandolo in una zona isolata. Ma le parole dell’imputato non sortirono effetto nell’interlocutore «che rimase insensibile». Arrivati nella zona del delitto «Lacaria prese Zangari per il Bavero e, minacciandolo di morte (“ti ammazzo, ti ammazziamo moglie e figli”), gli intimava di restituirli il denaro». La situazione degenerò «nel momento in cui il 47enne prese un bastone con l’intenzione di allontanare quello che fino a quel punto era stato l’amico ma finì col colpirlo più volte alla testa fino a causarne la morte». Una volta realizzato quanto commesso, Zangari «si mise a piangere e tornò a casa. Il giorno dopo, preso dai rimorsi e non trovando il coraggio di confessare il delitto, decise di suicidarsi ingerendo un flacone di insetticida ma, subito dopo, ebbe un ripensamento e riuscì a chiamare in suo aiuto un dipendente». Quindi la messinscena dell’aggressione poi smascherata dai carabinieri. Una volta messo alle strette dalla ricostruzione operata dai carabinieri, l’imputato aveva confessato il delitto e il contestuale movente dovuto, come detto, alla necessità di far fronte ai debiti accumulati con la vittima. Debiti che sarebbero cresciuti col passare dei mesi.

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